KNEECAP, Love Against the Machine
Il trio irlandese non è mai stato così diretto come nel nuovo album "FENIAN". Tutta la loro rabbia però ha una nobile giustificazione: un implacabile desiderio d'amore e giustizia
Affilati, sfacciati, impegnati e con degli ideali da difendere senza guardare in faccia a nessuno. Non c’è nulla di retorico in quello che fanno i KNEECAP anzi, alla base di tutte le loro scelte artistiche e politiche ci sono sempre state una missione culturale e un’intenzione profondamente umana. Tenendo fede al loro nome, non risparmiano nessuno. I loro proiettili sono le parole in gaelico. Quando Mo Chara, Móglaí Bap e DJ Próvaí hanno fondato la band nel 2017, l’irlandese non era ancora riconosciuto come lingua ufficiale dal Regno Unito (il riconoscimento arriverà solo nel 2022). Con le loro canzoni (e anche un film) hanno contribuito alla sua rinascita e nel loro nuovo album lo scarto con l’inglese aumenta.
Il titolo stesso del nuovo album FENIAN (in uscita questo venerdì 1° maggio) è una presa di posizione e un cambio di prospettiva. «È un esempio perfetto di politica linguistica. Un termine che proveniva dalla nostra tradizione e che è stato usato come un’arma per descrivere gli irlandesi come dei selvaggi» spiega Móglaí Bap. Il gruppo se ne è riappropriato come fatto con l’irlandese e oggi i Fenian sono gli underdog che non ti aspetti.

Se FINE ART era il racconto di una serata in un pub tra fumo, droga e alcol durante la quale il trio parlava di politica, società e classe media, ospitando anche amici come Grian Chatten dei Fontaines D.C. e Radie Peat dei Lankum (che torna anche in questo disco nella stupenda Cocaine Hill), FENIAN è un disco che racchiude tutto quanto accaduto al gruppo negli ultimi anni. Dal successo musicale fino alla seconda vittoria consecutiva contro il Governo inglese con il processo nei confronti di Mo Chara, accusato dall’antiterrorismo, conclusosi in appello con un nulla di fatto. La prima era avvenuta nel 2024, quando le 50mila sterline di fondi assegnati loro dalla British Phonographic Industry erano stati sbloccati dopo essere stati congelati dai politici britannici.
Se la lingua è politica, allo stesso modo lo è anche la musica. L’impegno dei KNEECAP non è solo su carta, penna e microfono, ma è figlio di un Paese come l’Irlanda dove essere dalla parte degli oppressi è una cosa insita nel DNA dei suoi cittadini. «Mio fratello dal 2018 è impegnato in Cisgiordania e ha contribuito ad avviare una palestra comunitaria» racconta Móglaí Bap mentre parla del brano PALESTINE (dove c’è la partecipazione del rapper palestinese Fawzy). La famiglia di Naoise, questo il suo vero nome, è tra i protagonisti di FENIAN che mostra un suo inedito lato intimo, soprattutto nella traccia conclusiva Irish Goodbye dedicata a sua madre scomparsa nel 2020 dopo una lunga lotta con la depressione.
Il segno di una crescita artistica che non era scontata. C’era chi, infatti, li aspettava al varco. Invece, in questo nuovo disco l’evoluzione c’è anche dal punto di vista musicale, grazie al supporto geniale di Dan Carey alla produzione. Inutile girarci troppo intorno: i KNEECAP sono una delle cose più importanti accadute nell’hip hop degli ultimi anni perché i tre l’hanno riacciuffato dalle fashion week e con una balaclava tricolore l’hanno ritrascinato in mezzo alla strada e al centro del dibattito politico e sociale. La rabbia è il motore, ma non l’ago della bussola come vorrebbe farvi credere chi li trova troppo scomodi. È tutto in quel Tiocfaidh ár lá che torna spesso e che non ha solo a che fare con l’Irlanda unita di Bobby Sands, ma con un mondo nuovo, solidale e in cui l’amore vince contro la macchina dell’odio.

L’intervista ai KNEECAP
FINE ART era ambientato in un pub. Ora invece vi rivolgete all’esterno con un disco più maturo. Quanto hanno influito gli eventi degli ultimi due anni sul concept?
Molto anzi, direi gli ultimi cinque anni. Ci siamo lasciati ispirare da ogni cosa che è accaduta nel mondo e a noi. Carnival parla del processo, per esempio, ma ci sono anche Occupied 6, che è una riflessione sulla storia del Nord dell’Irlanda, e Palestine. FINE ART era un party album e non volevamo rifare un disco di quel tipo. Non potevamo non affrontare certi temi, dovevamo andare più in profondità. E il suono più maturo in parte deriva proprio da questa volontà.
In questo album le parti in gaelico sono ancora più presenti. Come dite anche nel vostro film, la lingua può essere ancora un’arma?
Le lingue sono state trasformate in armi fin dai tempi della prima colonizzazione. Sono uno strumento molto potente in generale, non solo quelle indigene, ma anche quelle che usiamo tutti i giorni. Una parola come Fenian è un esempio perfetto di politica linguistica. Proveniva dalla nostra tradizione e, in tempi moderni, è stata usata come arma e termine dispregiativo per indicare gli irlandesi. Chiamare un irlandese Fenian sottintendeva che fosse incivile, selvaggio o arretrato. E questo è il potere della lingua. La stessa cosa è successa agli aborigeni in Australia e succede in Palestina: usano un linguaggio che rende il soggetto inferiore rispetto al colonizzatore.
È la stessa lingua a creare un nuovo presente spesso. Come avete fatto capovolgendo di nuovo l’accezione dispregiativa dalla quale era stato contagiato durante i troubles il termine Fenian.
Può offrire una nuova prospettiva sulla realtà. Come si dice nel nostro film, ogni 40 giorni si perde una lingua e ogni volta che accade perdiamo un modo diverso di guardare alla vita. Allo stesso tempo però una cultura indigena oggi può detenere ancora un forte potere. Se guardi all’Australia, gran parte delle terre sulle quali vivono gli ex bianchi europei non sono coltivate e sfruttate perché non si conosce il territorio. Sono solo le popolazioni native a custodire i segreti per lavorare quella terra. E penso che con i problemi imminenti come la crisi climatica e la siccità, dovremo affidarci a loro per ricevere aiuto.
Chi sono i Fenian di oggi secondo te?
Un Fenian è per definizione l’underdog. Credo che sia proprio questo il vero significato del termine oggi e ci sono tante persone che partono sfavorite. È uno dei motivi, al di là delle nostre radici irlandesi, per cui questa parola ci tocca nel profondo. E forse toccherà nel profondo anche le persone di tutto il mondo, perché, insomma, chi non ama le storie degli underdogs?
In Smugglers and Scholars parlate del Nord dell’Irlanda e in un verso dite: «Ya think it’s all poetry and clovers / When It’s raincoats and police land rovers». Davvero è ancora così? Quanto è cambiato il Nord negli ultimi anni, visto attraverso gli occhi delle nuove generazioni?
Sicuramente è molto diversa la situazione. Per dire, non solo non c’è più l’esercito britannico per strada, ma anche della violenza di un tempo è rimasta una piccola frazione. Poi è innegabile che portiamo con noi ancora le storie del passato dei nostri genitori e della nostra famiglia. Per fortuna però le cose sono cambiate a Belfast e nel Nord, in generale, stanno succedendo cose positive. Ci sono molte più opportunità rispetto a un tempo, anche se rimangono delle problematiche legate a una mancanza di risorse in alcune zone.
Quando parli di mancanza di risorse, a cosa ti riferisci in particolare?
Lavoro giovanile e salute mentale che, in particolare, credo sia un problema grave per le zone protestanti dove questioni del genere vengono trascurate e lasciate indietro. Anche perché non credo proprio che Westminster e i politici inglesi abbiano alcun interesse nei confronti dei protestanti della classe operaia del Nord. Spero che queste differenze ci spingano a pensare a un’alternativa migliore, magari un’Irlanda unita, e a qualcosa di nuovo per tutti. Perché certe risorse sono essenziali per una comunità sana.
Intervistando i Cardinals (la band di Cork che ha aperto il concerto dei Fontaines DC a Finsbury Park nel quale c’erano anche i KNEECAP, n.d.r.) mi hanno espresso le loro preoccupazioni riguardo alla «feticizzazione» dell’irlandesità. È una cosa che preoccupa anche te?
Non lo so, forse era più un problema in passato. O comunque non mi fascerei la testa prima. Nel momento in cui viene idealizzata un’irlandesità autentica, di certo è meglio di qualsiasi altra interpretazione che gli americani hanno dato di noi, tipo i Leprecauni o cose simili. Al momento mi sembra di vedere che sia così. Ci sono sempre più artisti che cantano in gaelico o utilizzano strumenti tradizionali, penso ai Fontaines, i Gurriers e i Madra Salach. Stiamo acquisendo fiducia come popolo rispetto a un tempo. Prima guardavamo sempre all’Inghilterra. Dovevi fare successo lì per avere una conferma della bontà della tua arte, come se avessi bisogno di una legittimazione e non fosse abbastanza buona di per sé. Oggi le cose sono cambiate.
Carnival è un termine che avete usato spesso per descrivere il processo nei confronti di Mo Chara. Avete mai temuto che quelle accuse potessero effettivamente mettere a repentaglio la vostra carriera?
Non ci ha mai preoccupato molto. Abbiamo semplicemente continuato a fare quello che facciamo da sempre. Siamo sempre stati impegnati ed esposti su certe questioni. Io stesso partecipavo alle manifestazioni a sostegno della Palestina già da adolescente insieme a mia madre. In Irlanda è normale essere filopalestinesi e far sentire la propria voce. Il punto è poi ci dimentichiamo che nel resto del mondo non è detto che sia così, per esempio negli Stati Uniti. Quando vai in America è quasi il contrario e loro non erano abituati ad artisti che si espongono in maniera così netta. Poi, onestamente, le immagini che avevamo al Coachella erano le stesse che avevamo sullo schermo in ogni festival in Europa. E solo negli USA ne hanno fatto un problema così grande.
Sebbene molti artisti irlandesi abbiano preso posizione, soprattutto quelli delle generazioni più giovani, perché pensi che alcuni siano ancora riluttanti a farlo?
Non lo so e non mi piace puntare il dito contro chi non si è esposto. Tutti hanno le loro ragioni e capisco anche che il nostro è un ambiente piuttosto spaventoso. Se dici quello che pensi possono cercare di toglierti fondi (è successo anche ai KNEECAP e ne avevamo parlato nella nostra prima intervista due anni fa, n.d.r.), cancellarti da un festival o toglierti la possibilità di esibirti. Se sei indipendente poi è ancora più complicato. Spero però che band come la nostra possano infondere quel pizzico di fiducia per unirci ancora di più. La musica è politica.
C’è chi non la pensa così però.
Credo che siano solo le persone che occupano posizioni privilegiate, quelle che godono di privilegi, a dire che la musica pop dovrebbe tenere la politica fuori. Semplicemente perché non hanno bisogno di occuparsene. La politica non li riguarda. Ce l’hanno già fatta.
Quando ho parlato con Mo Chara due anni fa (qui la nostra prima intervista ai KNEECAP) mi disse di non temere la censura; anzi, sosteneva che, nel vostro caso, era quasi una benedizione perché spesso ha avuto un ruolo fondamentale nel rendervi ancora più rilevanti. La vostra opinione è rimasta la stessa?
Per fortuna abbiamo mezzi di comunicazione alternativi per esprimere la nostra opinione. Quindi, non smetteremo mai e continueremo a fare quello che facciamo allo stesso modo, ovunque. Non creeremo una versione dei KNEECAP su misura per un determinato paese per renderla più appetibile ai loro occhi. Se verremo censurati o se non potremo andare in un determinato luogo, ce ne faremo una ragione.
Tom Morello vi ha definito per questo i nuovi Rage Against the Machine.
Con Tom ci sentiamo spesso e scambiamo sempre un sacco di battute. Cazzo, detto da lui è un bel complimento anche se è una grande responsabilità e un compito davvero arduo.
Come siete entrati in contatto con Fawzi per Palestine?
Mio fratello Ainle dal 2018 è impegnato in Cisgiordania e ha contribuito ad avviare una palestra comunitaria (ACLAÍ Palestine, n.d.r.) nel campo profughi di Aida nel Lazy Centre. Anche noi, con altre band, abbiamo aiutato a raccogliere fondi. Lì ha conosciuto la sua fidanzata tramite la quale abbiamo scoperto questo rapper, suo amico. Quando abbiamo ascoltato Castro, uno dei suoi pezzi più famosi, ci ha subito colpito. Era da molto tempo che volevamo collaborare con un artista palestinese, soprattutto in questo periodo storico dove è necessario che a tanti come lui venga data una piattaforma per far sentire la propria voce.
Com’è stato lavorare con Dan Carey a Londra? In studio con lui capitano spesso cose stravaganti. Quando ho parlato con i Royel Otis, mi hanno raccontato che aveva persino coinvolto il suo cane nelle registrazioni.
È tipo uno scienziato pazzo (ride, n.d.r.). Abbiamo fatto un sacco di cose strane. Per esempio, per Carnival ha voluto registrare la folla fuori dal Tribunale per campionare i cori delle persone che urlavano “Free Mo Chara”. Poi in studio tirava fuori in continuazione sintetizzatori pazzeschi di cui non conoscevamo neppure l’esistenza. Alcune parti le ha volute riprendere con un registratore a nastro oppure ci faceva rappare con un megafono. Abbiamo registrato con qualsiasi tipo di oggetto, anche roba degli anni Sessanta. Dan è decisamente eccentrico.
In Cocaine Hill parlate delle difficoltà legate al successo. Qual è stata la parte più difficile?
La cosa più strana in assoluto è la gente che ti fissa, ma non ti parla (ride, n.d.r.). È una sensazione strana avere delle persone che ti guardano. Mi sento come se fossi in un film horror, come se stessi per essere ucciso. Come nelle scene in cui gli alberi hanno gli occhi. Poi in realtà la maggior parte di loro è molto gentile. In Cocaine Hill trattiamo alcuni degli aspetti negativi della fama esagerandoli, ma nel complesso, facendo una somma, il risultato è più positivo che negativo. Alla fine, abbiamo l’opportunità di incontrare gente incredibile.
Com’è stato diventare un attore e interpretare te stesso per il film?
È stato sicuramente un percorso di scoperta di sé. Abbiamo seguito dei corsi di recitazione: una volta alla settimana per sei mesi. Provare qualcosa che non hai mai fatto è molto stimolante e anche impegnativo perché c’erano tante persone coinvolte, dai finanziatori al regista. Per fortuna il film non faceva schifo, perché altrimenti ci avrebbe perseguitato per tutta la vita. Saremmo stati per sempre «la band con il film di merda». Non credo che rischieremo di nuovo con un sequel (ride, n.d.r.).
FENIAN è un disco dove per la prima volta c’è anche tanto di te e della tua famiglia. Come mai hai deciso di inserire un brano personale come Irish Goodbye?
Una persona mi ha inviato un documentario dove c’erano i miei genitori. Per la prima volta ho visto mia madre in un video con me e mio fratello da piccoli. Ero nel pieno della registrazione del disco e mi sono commosso. Ci vuole molto tempo per accettare la morte di una persona cara e tornare a ricordarla con affetto, per cui ho deciso di scrivere un brano che riflettesse su tutti quei momenti quotidiani, anche noiosi, in cui ti manca qualcuno quando se ne va. Cose come andare a fare una passeggiata o cucinare. Irish Goodbye è un po’ triste e un po’ felice perché parlo anche ricordi belli. Quando abbiamo finito di registrarla, con Dan abbiamo pensato che mancasse qualcosa, così abbiamo coinvolto Kae (Tempest, n.d.r.) che avevamo incontrato a Glastonbury e che lui conosceva molto bene avendoci lavorato insieme.
I tuoi genitori erano molto impegnati nella promozione della lingua irlandese a scuola.
Erano davvero determinati a far sì che il mondo e l’ambiente in cui eravamo potesse permetterci di vivere appieno la nostra vita da irlandesi. Quando mio padre era giovane, non c’erano scuole in gaelico. La stessa cosa quando mio fratello era alle medie. Non esisteva nessuna scuola secondaria in lingua irlandese. Per questo i miei genitori hanno contribuito a fondarne una e a incoraggiarci a provare.
Cosa ti hanno trasmesso?
La cosa più importante che ho imparato da loro è che non esiste il fallimento, perché provare è già un successo, anche se non porta a qualcosa di particolarmente positivo. È comunque un passo in più verso la meta perché non potrai mai sapere, forse arriverà qualcuno dopo di te che porterà a termine il lavoro che hai iniziato o lo renderà ancora migliore. Non c’è fallimento quando provi fare qualcosa che ami e a cui tieni. Mai.
Le date dei KNEECAP in Italia
I KNEECAP si esibiranno per la prima volta nel nostro Paese quest’estate. Di seguito le date dei quattro concerti:
15 giugno @unaltrofestival_ (Milano)
16 giugno @sequoiemusicpark (Bologna)
17 giugno @romasummerfest (Auditorium Parco della Musica, Roma)
18 giugno @locusfestival (Bari)