Interviste

Milano ha un nuovo golden boy: la prima intervista di Flaco G

Esce domani “The Goldfaher”, il primo album del rapper milanese classe 2001: ce lo ha raccontato in anteprima

  • Il14 Maggio 2026
Milano ha un nuovo golden boy: la prima intervista di Flaco G

Flaco G

Se vivete a Milano (ma non solo), vi sarete accorti che in città c’è una nuova scena pronta a prendersi tutto. È quella cresciuta in quartiere e col mito dei Club Dogo, che rappa secondo la storica tradizione milanese ma sempre suonando freschissima. Di questa generazione fa parte anche Flaco G. Classe 2001 e direttamente da Famagosta – anche se, come ci dice, «non sento di rappresentare una sola zona, ma tutta la città» – dopo il suo primo EP GOLD FELLA, pubblicherà domani The Goldfather, il suo primo album ufficiale in cui – tra gli altri – ci sono anche Jake La Furia e Emis Killa. «”Fella” che diventa “father” rappresenta una crescita: da ragazzo a figura più matura, con più responsabilità, un altro mindset», ci racconta Flaco G nella sua prima intervista a pochi giorni dall’uscita del disco, molto atteso tra i suoi fan che ha incontrato qualche giorno fa a Milano.

La prima intervista di Flaco G

Com’è andato il tuo flash mob?
Molto bene! Non l’avevo mai fatto, non ero mai stato in una situazione così, quindi non sapevo minimamente cosa aspettarmi. Però mi sono divertito, ed è quello che conta. Mi è piaciuto anche vedere i fan così uniti.

Senti che c’è aspettativa su questo album?
Sì, penso di sì. Me lo chiedono da tanto e alla fine non ho mai rilasciato cose ufficiali di questo tipo, quindi un po’ di pressione la sento. Però cerco di non farmi influenzare troppo e di lasciare andare le cose.

Com’è entrata la musica nella tua vita?
Ho iniziato a fare musica da piccolo, facevo già freestyle, e poi ballavo. Ero molto fan di Michael Jackson, ce l’ho anche tatuato sulla gamba. Mi piaceva il suo stile, l’impatto che aveva sulla gente. Vedevo le persone svenire ai concerti e quella cosa mi colpiva. Poi mi è piaciuto il fatto che ballasse così bene: da lì ho iniziato a interessarmi al mondo del ballo e del pop, anche grazie a film tipo Step Up. Il ballo, secondo me, ti dà una base forte: mi ha aiutato a sviluppare il senso del ritmo. E poi ti dà anche molta consapevolezza del corpo sul palco: sai come muoverti. Sembrano cose banali, ma secondo me mi sono servite molto. Il ballo per me è una forma bellissima di espressione, anche se poi l’ho abbandonato anni fa.

E hai iniziato col freestyle.
Sì, ho cominciato a farlo con i miei amici, per divertimento.

Hai mai frequentato il Muretto?
No, perché mi vergognavo. Forse ero troppo piccolo, ma io facevo freestyle per divertirmi, non per competere. Rappavo sui type beat di 50 Cent, Biggie, Mobb Deep…

E in Italia chi ascoltavi?
Quando andavo alle medie stava uscendo Machete e tutto quel filone lì. Un giorno un amico di mio fratello, che è del ’98, venne a casa mia e mi fece ascoltare Gemitaiz e Canesecco. Quando ho sentito quella roba sono andato completamente in fissa: mi sono recuperato tutto quello che facevano. Ero diventato veramente fan, avrei fatto qualsiasi cosa per loro. Li seguivo ovunque: merch, contenuti, qualsiasi cosa. Quella roba lì per me è stata importantissima. Una volta li ho incontrati, e quando gliel’ho raccontato erano increduli.

È particolare però che un ragazzino di Milano parta dal rap romano.
Mi piaceva il fatto che fosse molto sovversivo. Poi da lì ho anche rispolverato tutti i king del freestyle e mi sono ricollegato alle cose più vecchie. Quindi mi sono recuperato un po’ tutto quel filone: Kiave e tutta quella scena lì, fino ad arrivare a Egreen. Mi sono spulciato tutto per bene. Poi sono arrivati i Club Dogo, che ho scoperto con Penna Capitale.

E ora hai Jake nel disco.
In un pezzo prodotto da Don Joe, è nato tutto da lui. Era in un momento in cui stava cercando nuovi artisti, quindi mi ha scritto, sono andato in studio e abbiamo fatto il pezzo. A un certo punto gli ho detto: “ma se ci mettessimo Jake?”, e lui è stato subito disponibile, si è gasato. Jake è un mito. Quando l’ho incontrato era come beccare un mio amico di sempre.

Invece con Emis?
Con Emis è partito tutto da Old Fashion. Quando ha sentito quel pezzo con Promessa e 22Simba si è gasato parecchio. Poi è capitato che fossimo entrambi in Sardegna e lui mi ha invitato a un suo live a Olbia. Noi eravamo dall’altra parte dell’isola, quindi ci siamo fatti tipo 4-5 ore di macchina per arrivare. Mi ha fatto salire in console e davanti a tutti ha detto “lui è Flaco G, uno dei nuovi giovani che spacca tutto”. È stato super alla mano, proprio un grande da subito.

Che rapporto hai con Milano?
Non cambierei mai Milano con nessun’altra città, per me è la più bella del mondo. A volte penso di andare a vivere fuori, ma in realtà non lo farei mai. È un po’ la classica cosa di chi è nato qui: a volte la ami, altre la odi, però non la cambieresti mai.

Cos’è che ti piace di più?
Il mood generale. È una città un po’ bella e brutta allo stesso tempo, è una sorta di via di mezzo: se riesci a trovare il compromesso giusto può darti tanto, se invece stai sugli estremi del bene e del male ti perdi un po’. E poi è una città piena di stimoli, dove hai tutto a portata di mano. Conosco gente di Roma che magari non è mai uscita dal proprio quartiere per quanto è grande, ma qui le cose arrivano più velocemente: le voci girano, tutto si muove in fretta. Io poi Milano l’ho sempre girata tutta, per questo non mi sento di rappresentare solo un quartiere.

Cosa rappresenta per te The Goldfather?
Il mio primo EP si chiamava GOLD FELLA: da lì ho iniziato a pensare a un’altra cosa che potesse ricollegarsi e ho trovato perfetto il riferimento al film The Godfather. Alla fine la cosa ha funzionato anche in modo naturale: “fella” che diventa “father”. È come una crescita: da ragazzo a figura più matura, con più responsabilità, un altro mindset.

In cosa ti senti più cresciuto?
Sicuramente nel capire certe dinamiche di mercato, nell’approccio con le persone, ma anche nelle cose più pratiche: nella musica, nello stare sul palco. Non che io sia nel mondo del rap da vent’anni, però pian piano cresci, impari e capisci sempre meglio come funziona.

C’è qualcosa che hai imparato che però non ti piace?
Tante cose. Diciamo che all’inizio pensi che basti fare la musica: fai il pezzo, fai il video, sei fortissimo e diventi qualcuno. Poi però ti scontri con la realtà e dici: “ah, ok, questa cosa non la sapevo”, “ah, ma funziona così”, “ah, la gente fa così?”. E piano piano impari. Secondo me la cosa importante è rimanere puri. I compromessi esistono, ma non bisogna piegarsi troppo. Arrivando dall’hip hop, cerco comunque di mantenere il più possibile i valori di quella cultura.

Mi racconti un po’ di A14 Interlude?
Quello è un passaggio che racconta il mio rapporto con la musica. Parlo dello sgabuzzino in cui facevo musica in Famagosta, l’ho registrato al primo colpo col telefono mentre andavo ad una data, quindi è stata una cosa super spontanea, non c’era l’idea che dovesse funzionare come pezzo. È un po’ il mio modo di mettermi a nudo, di dire cose che in altri brani non ho fatto e di omaggiare le mie radici. Chi vuole ascoltare, lo farà.

Se dovessi scattare una fotografia del momento più bello di quest’anno, quale sarebbe?
Forse ti direi quando ho visto i vinili, perché non avevo mai fatto un fisico. Ho pensato ai più grandi della musica e mi sono detto, “okay, ora anch’io ho fatto questa cosa. C’è anche un pezzo di me”.

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