Interviste

Willie Peyote racconta “Anatomia di uno schianto prolungato”: «Non ho paura di mostrarmi addolcito»

Esce domani “Anatomia di uno schianto prolungato”, in cui l’artista torinese disseziona la caduta libera sociale e individuale

  • Il14 Maggio 2026
Willie Peyote racconta “Anatomia di uno schianto prolungato”: «Non ho paura di mostrarmi addolcito»

Willie Peyote

A quarant’anni, Willie Peyote sembra aver trovato un nuovo equilibrio: il nichilismo degli inizi ha fatto spazio a una tenerezza fino ad ora inesplorata (almeno in musica) – perché, come racconta in questa intervista, «non ho paura di mostrarmi addolcito» -, le sfumature hanno preso il posto del bianco e nero dei vent’anni, senza però rinunciare allo sguardo critico che da sempre attraversa la sua musica. In Anatomia di uno schianto prolungato, il suo nuovo album in uscita domani, l’artista torinese racconta il collasso del sistema, delle città e delle relazioni, ma anche quello più intimo e inevitabile del tempo che passa.

Dopo la chiusura della trilogia sabauda con Sulla riva del fiume, Willie Peyote firma quello che definisce «il mio disco meno torinese; ci sono Testaccio, Marsiglia, Milano e la Riviera Romagnola», ma la città resta comunque il suo centro di gravità permanente, tra un omaggio ai Subsonica, un riferimento alla militarizzazione del quartiere Vanchiglia dopo la chiusura di Askatasuna (tra i segnali nefasti dell’impoverimento della cultura – che diventa sempre di più uno sport per ricchi – delle nostre città) e quel sarcasmo cinico e tagliente che l’Educazione sabauda sa impartirti.

L’intervista a Willie Peyote

Come mai hai scelto proprio Anatomia di una caduta come riferimento per il titolo?
Oltre ad essermi piaciuto molto il film, mi piaceva l’idea di utilizzare il termine “anatomia” perché c’è un racconto della caduta del sistema, del mondo, del pianeta, della società occidentale da un lato, ma anche dell’invecchiamento dall’altro. Mi trovo per la prima volta in un periodo della vita in cui mi accorgo che fisicamente non si va verso un miglioramento delle condizioni, ma verso uno schianto prolungato, quindi questo termine serviva anche a dare un doppio senso: oltre a parlare del sistema generale, si parla anche di una questione personale, di crescita. E poi “schianto” può avere anche un’accezione positiva, quindi mi piaceva l’ossimoro: in fondo viviamo in un mondo pieno di contraddizioni.

E come si sta a 40 anni?
Ti direi bene, sono molto sereno. È una questione di consapevolezza: proprio perché non lo sto vivendo particolarmente male, mi rendo conto che sono entrato in un momento della vita che affronto per la prima volta. Forse da qua in poi andrà peggiorando, però per ora constato dove mi trovo.

La scorsa volta mi raccontavi che Sulla riva del fiume era il terzo capitolo della trilogia sabauda che avevi iniziato con Educazione sabauda e proseguito con Sindrome di Tôret. Questo album invece che capitolo apre nella tua vita?
Ancora non lo so, ma in questo disco ci sono diverse città nominate. Cè un pezzo ambientato a Testaccio, c’è Milano, c’è Marsiglia, c’è la Riviera Romagnola: è un disco itinerante, scritto viaggiando durante il tour dell’estate scorsa, e volevo riportare più luoghi.

È il tuo disco meno torinese quindi?
Per certi versi forse sì, anche se nel primo pezzo c’è un tributo ai Subsonica. Quella canzone era presente anche nel finale del documentario, e per me era un modo per chiudere un cerchio e aprirne uno successivo. Quest’anno poi sono trent’anni della band, e mi sembrava giusto e doveroso tributargli il mio ringraziamento per quello che hanno fatto per me a livello artistico.

In Burrasca parli della necessità di avere qualcuno nella tempesta: il Willie nichilista non è più così nichilista?
Beh, quello è legato al concetto di crescere. Più sei vicino ai vent’anni più vedi solo il bianco e il nero: crescendo acquisisci le sfumature. E poi, in un momento così complicato per tutti, secondo me ogni tanto bisogna cercare di trovare anche della speranza. È un pezzo scritto pensando a persone lontane: alle mie nipotine che stanno in Ecuador, a una persona a me molto cara che sta in Cina. Era una canzone per mettermi in contatto con qualcuno che è lontano, e a cui non potevo dire di persona certe cose. Quindi sì, c’è un po’ più di tenerezza forse, che ogni tanto serve anche a me ma un po’ a tutti. Volevo dare un colore che raramente ho mostrato, ma che fa parte della mia vita. Forse crescendo si accettano anche sfumature che prima cercavamo di nascondere. Ecco, non ho paura di mostrarmi addolcito.

In Sapore di Marsiglia parli di “cielo grigio e caschi blu”, un riferimento alla militarizzazione di Vanchiglia a Torino dopo i fatti di Askatasuna. Sono sempre di più gli spazi sociali e inclusivi che chiudono nelle nostre città: ci stiamo schiantando contro un impoverimento culturale urbano?
Assolutamente sì. In un altro brano del disco c’è un riferimento alla gentrificazione, e questo sistema non agisce solo sulle nostre città, ma anche sul modo in cui pensiamo, perché ci stiamo abituando a quella cosa. Esiste un grande problema abitativo a Milano, a Bologna, la città degli studenti dove adesso creano solo studentati per ricchi e le case vengono affittate su Airbnb. Ci stiamo trasformando in un paese prevalentemente turistico – e preferibilmente per ricchi – perché non produciamo più niente.

Anche in Kill Tony parli della cultura che sta diventando uno sport per ricchi. Mi viene in mente Marracash che in Dubbi diceva “forse la salute mentale è roba da ricchi”.
Vero. Ma secondo me dovremmo porci anche il problema del fatto che non riusciamo più ad avere una passione senza monetizzarla. Non esiste più una persona che abbia una passione senza doverne fare un corso per qualcun altro e farsi pagare per spiegarti come si dipinge, come ci si allena, come si leggono i libri. Siamo entrati in un contesto nel quale esistono solo i soldi come metro di valore, di giudizio, di confronto. Tutto dipende da quello. Tutto è uno sport per ricchi e tutti vorrebbero essere ricchi. Io personalmente no, però vedo intorno a me il tema. Quando un ragazzino di undici anni pensa ad avere le Jordan ai piedi alle elementari, secondo me abbiamo fallito come società.

Ne usciremo mai?
Per poterne uscire bisognerebbe azzerare un po’, ma non vedo l’intenzione di farlo. Io sto aspettando il crollo del sistema.

O il Luigi Mangione italiano.
Ma no, sono troppo vecchio. Non sono cool come Luigi. Però ho pensato di citarlo nel disco perché è un personaggio interessante. Lui è riuscito a riassumere una cosa: oggi la rivoluzione la fai solo se riesci a diventare un meme, e quello è il tema del pezzo. Il fatto che venga così apprezzato dai giovani è anche perché è belloccio, perché è diventato un meme. Quindi mi sono interrogato anche su quanto si possa davvero fare la rivoluzione e quanto invece si debba essere schiavi delle logiche di marketing che esistono oggi.

Dici che è per quello che è diventato una specie di eroe contemporaneo?
Beh, quello che ha sparato a Trump è brutto e non se lo ricorda nessuno. Il senso è che la componente estetica è fondamentale. Sui social vedi ragazzi e ragazze che dipingono, ma sono sempre fichissimi. Fanno i vasi e sono fichissimi. Se non ci metti la componente visiva, non interessa neanche quello che sai fare. Che sia la rivoluzione o un vaso di ceramica. Io poi la prendo con grande leggerezza, ma sento di essere entrato in un momento della vita in cui sono un po’ lo zio saggio. Non devo neanche più confrontarmi con lo spirito dei ventenni. Fortunatamente, perché non sarei più in grado.

Però volente o nolente sei inserito in un sistema che deve fare i conti con questa cosa.
Non trovo che sia sbagliato cercare di dare una bella forma alle cose che si fanno, il problema è che si confonde lo storytelling per vendere un prodotto con l’avere una storia da raccontare. È questo che mi disturba. Io punto sullo storytelling fatto bene, ma che abbia davvero un contenuto, una bella storia. Non per forza una storia di vincenti e non per forza una storia che in realtà è una pubblicità travestita.

C’è qualcosa in cui hai sempre credito ma davanti a cui, a un certo punto, hai detto “basta, mi arrendo”?
Al fatto che da solo non sono in grado. Alla fine di Mi arrendo dico “dentro c’è il buio ma con te accanto splendo”: mi arrendo al fatto che ho bisogno di qualcuno per riuscire a reggere il colpo. Mi arrendo anche di fronte al tema dell’essere capiti nella misura in cui pretendo di esserlo io: è una lotta che non ha senso. Bisogna cercare di arrivare a essere capiti come capiscono gli altri, e questo è centrale: non pretendere che gli altri capiscano esattamente quello che vuoi tu, ma trovare una chiave per comunicare in un modo comprensibile agli altri. Poi in quel pezzo fortunatamente c’è la partecipazione di Brunori, che rende tutto più bello.

In autunno sarai in tour.
Sì, dopo due estati consecutive di tour ho preferito non cimentarmi quest’anno. E poi l’estate ormai è sempre più appannaggio di chi ha fatto Sanremo o degli internazionali che finalmente sono tornati nel nostro paese, quindi ho preferito tornare a suonare nei club, che non facevamo da tanto e secondo me, per presentare un disco, sono l’ambiente migliore: al chiuso tutto è meno dispersivo.

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