Armin Van Buuren, Forever in a State of Trance
Abbiamo incontrato la leggenda della trance, che a luglio salirà sul palco del Kappa FuturFestival: una conversazione su questa musica che tutti davano per spacciata, ma che è qui per restare
Armin Van Buuren
In quasi 30 anni di carriera, per Armin Van Buuren il tempo sembra proprio essere volato. Dicono che succeda quando ci si diverte e, in effetti, in pochi nella scena dance mondiale sono stati capaci di divertirsi come ha fatto questo producer olandese. Star della trance per eccellenza, gli ultimi 25 anni di Armin Van Buuren sono stati sinonimo di A State Of Trance – uno dei più famosi dance radio show di sempre con decine di milioni di ascoltatori settimanali – una nomination ai Grammy, apparizioni periodiche sui main stage dei festival più importanti del pianeta e il riconoscimento pluriannuale di dj numero uno al mondo. I traguardi raggiunto sono innumerevoli, eppure a guidare le sue scelte, da sempre, c’è il bisogno di mettersi alla prova.
“Mi mancava sentirmi spaventato da un nuovo progetto”, mi confessa sorridente mentre descrive l’idea dietro il suo primo album ‘Piano’, interamente composto al pianoforte e uscito nel 2025. È lo stesso sorriso di quando parla del suo inaspettato b2b con la leggenda della techno Adam Beyer al Coachella o del suo format “Face2Face”, con cui duetta con due console differenti insieme a un artista di una diversa scena musicale davanti alle immense folle degli show ASOT. Probabilmente sorrideva in quel modo anche quando nel 2013 ha pubblicato l’anthem dance pop This is What It Feels Like, che ha preso alla sprovvista i suoi fan più puristi permettendogli allo stesso tempo di raggiungere nuove incredibili dimensioni.
Armin Van Buuren non è mai stato così bene, e anche la trance non se la sta passando male. Nella scena della musica elettronica, è in atto una vera e propria seconda giovinezza del genere sull’onda del crescente bisogno di melodie, soprattutto da parte del pubblico della techno. Ma, a parer suo, è uno stato di salute che riguarda la dance a 360 gradi: “anni fa si aspettavano tutti che questa musica stesse per morire, invece oggi non è mai stata così bene”, mi dice.
Abbiamo passato una mezz’ora in videochiamata, a poche ore da un volo che lo porterà a Las Vegas per l’iconico Electric Daisy Carnival e a poche settimane dalla sua attesissima data al Kappa FuturFestival di inizio luglio, con cui il connubio tra la techno e la trance sarà marchiato a fuoco al centro del Parco Dora di Torino. Collegato dal suo studio musicale in una posa rilassata, la leggenda di Leiden va a ruota libera sui suoi tanti progetti in cantiere, sui suoi pochi dubbi sul futuro e sulle infinite possibilità che nascono dal restare a tutti i costi fuori dalla comfort zone. È a questo che deve il suo successo? “No”, mi risponde senza pensarci un secondo, “devo tutto ai miei fan.”

L’intervista ad Armin Van Burren
Questa mattina mi stavo chiedendo: “ma Armin Va Buuren, si sta ancora divertendo?”
(Ride, ndr) Beh, grazie mille per l’interesse! Come mai ti chiedevi proprio questo?
Perché qualche anno fa ti sei aperto con coraggio sui lati oscuri della vita sotto i riflettori e sulle domande che ti sei posto riguardo l’andare avanti a certi ritmi, mentre oggi hai tantissimi progetti paralleli e di grande responsabilità, che ti vedo condurre con serenità e ispirazione.
Sì, sono super felice e soprattutto grato per essere dove sono. La mia musica sta andando benissimo e ce n’è tanta in arrivo a breve, ho richieste di booking ovunque e sono appena tornato da un weekend di live al pianoforte di cui sono molto soddisfatto. Non sono mai stato così appassionato del mio lavoro.
La tua carriera sembra essere il bilanciamento perfetto tra il bisogno di metterti alla prova e quello di restare rilevante in uno scenario in continua mutazione. Sembrano concetti opposti ma forse il secondo è conseguenza del primo.
Ciò che per me ha sempre fatto la differenza è il divertimento. Ho bisogno di divertirmi in quello che faccio, e ci riesco grazie alle tantissime energie positive che mi circondano e l’ispirazione costante che percepisco dalle nuove generazioni e dai miei due radio show che da sempre porto avanti ogni settimana, Dance Department e A State Of Trance.
Quindi il segreto alla fine è divertirsi?
Esatto, anche se in passato mi è capitato di dimenticarlo. In questo periodo è più semplice, tra il b2 con Adam Beyer al Coachella, ASOT che compie 25 anni, il set all’Ultra Music Festival e la tanta nuova musica uscita. Sono tutti momenti che mi ispirano tantissimo!
Se questi sono livelli di grandezza a cui sei abituato da tempo, qualche giorno fa ho letto quanto ti sei preparato per le 15 canzoni dell’album ‘Piano’, gli show, l’orchestra. Sette anni di duro lavoro. Ne sono rimasto affascinato. È il tuo progetto più personale di sempre?
Assolutamente sì. Il progetto è nato in modo molto organico. Quando sono in studio guardo sempre lo schermo e la priorità è sempre creare un drop più potente, più forte e più memorabile della settimana precedente. Tutto segue logiche complesse di musica elettronica. Ma quando mi siedo al pianoforte, siamo solo io e i tasti, e quello che succede, succede. È davvero così, seguo il flow. Sentire quella libertà creativa è una cosa meravigliosa.
È iniziato tutto con le lezioni di piano, da cui ho imparato tantissimo. Insieme al mio insegnante, Geronimo, abbiamo scritto brani bellissimi. Poi ho conosciuto Concert Lab, uno spazio speciale nei Paesi Bassi in cui abbiamo registrato tutti i brani al pianoforte, dal vivo, con un’orchestra. È stata una delle cose più emozionanti che abbia mai fatto. È stato molto spaventoso, ma anche unico. Mi ha anche permesso di ottenere un nuovo rispetto dai musicisti.
Avevi bisogno di una sfida?
Sai, faccio il dj professionalmente da 26, 27 anni. Non fraintendermi, lo amo assolutamente, però oggi è facile essere un dj, capisci cosa intendo? È semplice arrivare a uno show, avere la tua USB, suonare le tue canzoni. Penso che la maggior parte del lavoro sia già stata fatta nel mio studio, prima di uscire di casa. Non mi sento più messo alla prova. Conosco tutti i trucchi dei CDJ e la gente vuole semplicemente ascoltare i miei pezzi. Nella mia quotidianità la sfida è solo la creazione di brani e a dirla tutta questo progetto del pianoforte non è nemmeno un salto nel vuoto così grande. Scrivo da sempre la mia musica al pianoforte, che sia una produzione dance o altro. Di solito compongo una melodia e poi la trasformo in MIDI.
Mi sono semplicemente chiesto: “cosa succederebbe se non la lasciassi come demo e tenessi il brano al pianoforte così com’è?”. Tra l’altro sono un grande fan della musica per pianoforte, sai? Per esempio Steven Machat, Ludovico Einaudi. Mio padre ascoltava molta musica classica, quindi è stato sicuramente molto importante per me.
Come hai fatto a superare la sindrome dell’impostore? Non eri preoccupato dalla possibile reazione dei tuoi fan?
Certo, ci ho pensato, ma si tratta di un progetto parallelo che non condizionerà quello che già faccio come dj. Sono sempre Armin Van Buuren, ho solo aggiunto qualche show al pianoforte a quelli che faccio già. Sicuramente dieci anni fa non avrei mai fatto questa cosa.
Come mai non l’avresti fatto?
Perché erano tempi diversi. Dieci anni fa eravamo nel pieno del boom EDM. La mia carriera stava volando e anche se mi stavo divertendo, mi sarei spaventato troppo. Penso anche che abbia inciso la transizione personale che ho vissuto. Nel 2018 mi sentivo depresso e in lotta con me stesso. Ho pubblicato un album chiamato ‘Balance’, ma probabilmente ero una delle persone più sbilanciate del pianeta.
Lottavo con me stesso perché, da un lato, ero un po’ frustrato dall’essere costantemente lontano dalla mia famiglia. Mi sembrava di essere finito in una sorta di loop. Dall’altro lato, stavo vivendo un sogno: jet privati, tantissimi fan, show incredibili. Non riuscivo a far convivere queste due cose dentro di me. Credo che mi mancasse semplicemente essere creativo e fare quello che volevo.
Ai primi tempi ero semplicemente da solo in studio, a creare. Non necessariamente per il successo, per i soldi o per la fama. E prima che me ne rendessi conto, avevo già un’enorme macchina intorno a me: manager, crew tecnica, fotografi, social media team. Tutti dipendono improvvisamente da me ed è inevitabile passare anni a rincorrere la prossima hit. Ma cosa succede se mi siedo semplicemente al pianoforte? Il live al Concert Lab è arrivato proprio nel momento giusto, con i pezzi giusti. Tutti erano entusiasti ed è andata bene.
Magari è una conseguenza dello streaming, ma mi sembra che oggi ci sia anche più apertura mentale. Capita sempre più di vedere artisti sperimentare, o esponenti di mondi molto diversi unire le forze e appassionare i fan di entrambi. Prima forse non sarebbe stato così.
Assolutamente. Dal COVID sono cambiate molte cose. E penso fosse necessario, perché eravamo un po’ bloccati nella bolla EDM. Se facevi techno, suonavi solo ai party techno o in quelle aree. Se facevi trance, suonavi nel tuo recinto della trance. È stata una grande era, non fraintendermi. Però è durata circa sette o otto anni, e penso che alcune persone se ne siano stancate.
Quello che amo di ciò che sta succedendo ora è che ci sono tantissime persone che collaborano. I generi, i confini, sembrano essere svaniti completamente. Ci sono artisti hardstyle che lavorano con artisti trance, artisti trance che lavorano con un nomi della techno. Tutti lavorano con tutti.
Penso che, se guardi il quadro generale, sia davvero una cosa positiva per la musica nella sua essenza, perché significa che possono nascere nuovi suoni dall’unione di talenti molto diversi. Credo che, musicalmente, questo sia uno dei momenti più interessanti.
A proposito di questo, nei confronti della trance ultimamente è in corso una vera e propria riscoperta, soprattutto dalla scena della melodic techno. Il tuo b2b con Adam Beyer è arrivato nel momento perfetto.
Sì, la techno ha riscoperto le melodie e io volevo essere parte di questo momento. Già che ne parliamo, credo che dietro questo b2b ci sia un messaggio più profondo. È un periodo difficile per il mondo. L’atmosfera non è serena come dieci anni fa, forse soprattutto per quanto riguarda la violenza a cui assistiamo ovunque. Noi musicisti abbiamo un messaggio di unità da dover trasmettere ai fan più giovani, perché nella dance siamo mai stati così compatti e ci sono cambiamenti in atto di cui sono felicissimo, come per esempio le tante dj donne che stanno avendo successo.
Penso che con Adam Beyer abbiamo dimostrato l’importanza di trovare punti in comune, anziché concentrarci sulle differenze. Voglio dire, è ovvio che io e Adam siamo artisti molto diversi, ma ci siamo domandati come poter far convivere i nostri mondi ed è stato molto divertente. Ho notato che gli piace molta della stessa musica che piace a me. Questo non significa che io diventerò un dj techno o che lui passerà alla trance, ovviamente.
Hai mai sentito il bisogno di cercare fuori dalla trance per innamorarti di nuovo di essa?
Forse. In realtà io non mi sono mai limitato solo alla trance. Sicuramente quello è il mio sound principale, su cui resto più aggiornato. Ma durante tutta la mia carriera non ho mai avuto di suonare anche altro, per esempio cose che qualcuno avrebbe etichettato come techno o minimal. “A state of trance” è uno stato mentale, si riferisce alla dimensione spirituale in cui la musica elettronica è in grado di portarti. Per me è più viva che mai, ma per portare le persone in questo viaggio con te, devi saper raccontare una storia. L’ispirazione, a quel punto, arriva da ogni direzione.
Quale pensi sia stato il principale punto di forza di A State of Trance in questi 25 anni?
I fan. A State of Trance non sarebbe mai esistito senza la community. Tutto è iniziato quasi per caso. Nel periodo del primo episodio, uscito il 1° giugno 2001, qualcuno mi aveva parlato di una gruppo online che si chiamava “Armind”, disponibile su IRC Chat. Era una delle primissime community, addirittura prima di MSN, Skype e tutto il resto. Erano semplicemente persone a caso che discutevano del mio radio show. È lì che ho capito: io trasmettevo musica e parlavo alle persone, ma anche queste in qualche modo stavano partecipando. Capisci quanto fosse rivoluzionario?
È così che sono riuscito a costruire una community che resiste da 25 anni. Rendendo i fan partecipi. Ho sempre testato musica nuova in onda chiedendo il parere ai fan e i loro feedback sui miei set sono per me ancora oggi importantissimi. Sono stati loro a ispirarmi a restare sul pezzo e ad andare avanti settimana dopo settimana. Oggi sono orgoglioso del fatto che A State of Trance sia rimasto un’avanguardia della musica elettronica, ma sarebbe stato impossibile senza i fan. Io stesso, senza di loro, oggi non potrei esistere.
Noti grandi differenze tra quel pubblico dei primi anni e la nuova generazione?
Sì e questa è una cosa che ci tengo molto a chiarire. Quando la trance è emersa, era tutto relativamente nuovo, di nicchia. La giovane generazione che cresce oggi, invece, l’ha sempre avuta intorno. Quindi non ascolta solo la nuova musica e le uscite più recenti, ma può godere anche di riferimenti del passato. Penso che questo sia molto importante.
La generazione di oggi sa che la musica dance sarà qui per sempre. Quando ho iniziato A State of Trance, in ogni intervista ricevevo una domanda del tipo “quando pensi che finirà questa musica house? E la trance?”. Tutti davano per scontato che ci sarebbe stata una data di scadenza per la dance, perché era considerata una moda passeggera che prima o poi sarebbe finita. Ora sappiamo tutti che è qui per restare.
Mi diverto più adesso rispetto ad allora, perché un tempo il pubblico era più piatto e inesperto. Banalmente, nessuno sapeva quale fosse il modo giusto o sbagliato di comportarsi ai festival. Le persone che escono oggi sono più facili da far ballare, perché sono più preparate musicalmente, soprattutto negli Stati Uniti. Non c’è più bisogno di spiegare nulla. Ricordo i miei primi show negli USA: suonavo in club da 600, 800 persone. Ora sono tutti eventi da oltre 3.000 persone. Non mi sono mai divertito così tanto.
C’è anche un lato oscuro da valutare: la generazione di oggi ha una soglia di attenzione più bassa, soprattutto sulla nuova musica. Per restare rilevanti bisogna pubblicare quasi senza sosta e immagino la creatività ne risenta.
Siamo d’accordo, emergere oggi è complicatissimo. Però credo che ogni era della musica elettronica abbia avuto la sua sfida. Quando ho fondato Armada Music, per esempio, eravamo nel pieno dell’era di Napster e Kazaa, e le persone scaricavano MP3 illegalmente. Oggi quasi nessuno lo fa più. All’epoca quello era un problema gigantesco, le persone temevano che la proprietà intellettuale avrebbe perso valore. Non si vendevano più CD, o vinili. Eppure siamo sopravvissuti.
Le due grandi sfide oggi sono l’intelligenza artificiale e la fitta concorrenza di dj.Quando sono arrivato io, c’erano già molti DJ, ma farlo era piuttosto costoso, perché dovevi comprare i vinili e imparare a mixare.Oggi non hai bisogno di un grande budget. Comunquenon voglio essere troppo negativo. Ci sono ancora tracce che esplodono in un attimo su internet e nomi nuovi ogni settimana.
Resisteremo a tutto, finché sopravvivrà la dimensione del live. Trovarsi davanti al proprio artista preferito o in mezzo a una folla, farà sempre più la differenza.
Concordo al 100%.
Uno dei live più importanti di ASOT è la residency a Ibiza. L’isola è ancora in grado di riassumere a pieno tutto quello che sta succedendo nel mondo della dance?
Sono resident a Ibiza da 20 anni e ogni anno le persone mi fanno questa domanda. Certo che è ancora in grado. Ibizasarà sempre rilevante, semplicemente perché è la casa della musica elettronica. Proprio come ormai lo è anche Las Vegas, Londra, Berlino. Ci sono alcuni hotspot nel mondo dove sarà fondamentale esserci.
L’isola è sempre più trainata dai super club. Lo UNVRS per esempio, dove sarà la tua residency. Questo tipo di clubbing immersivo e spettacolare non è però lo standard nello scenario della crisi del clubbing mondiale.
Sì. La rivoluzione è rappresentata anche dal Factory Town di Miami, per esempio. È grande cinque o sei volte un club normale, ed è sempre pieno. In generale io ho la sensazione che le persone siano un po’ stanche dei festival ora e vogliono tornare nei club.
Come mai secondo te?
Viviamo nell’era post-EDM. Credo che le persone cerchino connessioni personali, prima di tutto tra loro, ma anche con il dj. Vogliono tutti essere parte di ciò che accade sul palco, e lo vedi sempre di più. Le produzione sono sempre po’ ridimensionate, più intime. L’ho persino notato aimiei concerti al pianoforte: le persone cercano vulnerabilità, connessione. Vogliono rivedersi nell’artista quando si esibisce. Di questo sono felice onestamente.
In un certo senso, è anche il motivo per cui ho portato un nuovo concept dentro A State of Trance chiamato Unfiltered. Ogni ultimo episodio del mese faccio un set di due ore, senza parlare: mi esibisco in luoghi piccoli, con poche persone intorno, un po’ in stile Boiler Room. Non suono più solo musica nuova, ma a metà tra novità e classici. Anche questa è una cosa che dieci anni fa non sarebbe stata possibile.
A cosa stai lavorando adesso?
Ho appena pubblicato un EP con Adam Beyer, di cui sono davvero entusiasta. Sono molto felice di pubblicare finalmente il mio singolo con Hannah Laing & Wippenberg, che si basa su una vecchia traccia italiana di cui siamo finalmente riusciti a ottenere le autorizzazioni (Cappella, ‘U Got 2 Know’). Ho inoltre annunciato il mio b2b con KI/KI per A State of Trance a Hong Kong e in Vietnam e annuncerò altre date per il festival A State of Trance in giro per il mondo. Stiamo davvero rilanciando il brand ed è una cosa che mi entusiasma davvero tantissimo. Faremo cinque show di A State of Trance per la prima volta all’UNVRS di Ibiza sto anche lavorando a un nuovo concept per il mio prossimo album da artista. Tante cose nuove, di cui sono molto entusiasta.
