Emili Kasa, obiettivo spiccare il volo
Classe 2005, la cantante marchigiana con il suo primo EP "Kalimera" ha dato corpo a un'urgenza. Sonorità urban, influenze hip hop e una voce che trasuda emotività a ogni nota
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Foto: Alessio Mariano
Styling: Federica Belalba
Ass.stylist: Giulia Polo e Mica Perego
Monte Urano è il classico paesino della provincia marchigiana. Immerso tra le colline del fermano, ha la sua piazza, i sanpietrini e quelle panchine lungo il centro storico che danno su un panorama al quale, se ci sei cresciuto, riesci a fare veramente caso solo nel momento del ritorno. Siamo seduti proprio su una di quelle quando Emili Kasa parla di voler spiccare il volo. La fuga alla quale fa spesso riferimento non è mai però intesa in modo definitivo. È più una scusa per poter tornare e apprezzare quanto hai lasciato alle spalle, magari sorseggiando un Estathe il cui sapore è rimasto lo stesso di quando frequentavi le scuole medie e il tuo sogno era fare la cantante.
Classe 2005, Emili ha iniziato a fare musica in un contesto dove la lentezza e l’immobilità apparente rischiano di tarparti le ali. Come un no che ti impedisce di cantare alla recita scolastica delle elementari perché sei troppo stonata o le risatine di chi ti prende per scema: «Va bene che ti piace cantare, ma come lavoro vero?». Le strade per vincere la noia a quel punto non sono molte. Ti lasci andare, oppure trovi un’illusoria scorciatoia nella prigionia della droga o non ti curi di altro e punti alla meta. La sua famiglia di origini greco-albanesi l’ha sempre sostenuta, fin da quando sua madre – il pilastro che ha assistito alle sue prime esibizioni in casa, ma non ancora a quelle sul palco – la iscrisse a lezioni di pianoforte e di canto.

Tra tragitti interminabili scuola-studio di registrazione da Fermo e Macerata – in macchina ci vorrebbero al massimo quaranta minuti, ma in bus quasi tre ore – Emili ha dato corpo a un sogno e a un’urgenza che difficilmente sarebbe mai riuscita a tradurre in una normale conversazione. Ecco allora le prime barre per tentare di comprendere i contorni di un primo amore adolescenziale davanti a una puntata di Stranger Things e una Pita Gyros e sognare di diventare Emma o Elodie. Per cercare di inquadrare quale potesse essere il suo posto nel mondo. Salvo poi scoprire che essere fuori posto è il suo destino.
Il suo primo EP Kalimera è un buongiorno ricco di sfumature che riassume tutto ciò che Emili è stata in questi primi venti anni di vita. Sonorità urban, influenze hip hop e una voce che trasuda emotività a ogni nota. C’è ancora molto da scoprire. Ed è per questo che l’intervista è partita con una domanda sbagliata, la cui risposta è arrivata dopo una lunga riflessione su ciò che sono stati questi primissimi passi nella musica.

L’intervista a Emili Kasa
Chi è Emili oggi?
Non te lo so dire. Sono in continua evoluzione, come del resto la mia musica. Al momento sto cercando di essere me stessa al cento per cento, cosa che ovviamente è impossibile, però ho una mentalità proprio diversa rispetto a qualche anno fa.
Quale è stato il tuo primo contatto con la musica?
Le canzoni albanesi che si cantavano in famiglia tutti insieme. Poi mamma ha sempre cantato, adora farlo proprio come passione, e in primis è stata lei a trasmettermela fin da quando ero piccolissima. Prima ancora che iniziassi a fare musica e a suonare uno strumento.
Quando è arrivato il pianoforte?
È curiosa questa cosa perché, in realtà, è stato tutto frutto di un compromesso con mia madre. Sono sempre stata un “maschiaccio” e lei invece desiderava che fossi un po’ più femminile. Secondo la sua idea, il pianoforte avrebbe aiutato. Così abbiamo fatto un patto: io avrei studiato il piano, ma lei mi avrebbe anche pagato delle lezioni di canto. Alla fine non ha funzionato molto (ride, n.d.r.) e io non ho neppure imparato molto a suonare perché mi sentivo obbligata ad andare. Col senno di poi però da lì è iniziato tutto, per cui le sono molto grata.

Eri più interessata al canto quindi?
Sì, in quel periodo della mia vita il mio idolo era Emma Marrone. Sentirla cantare ad Amici mi aveva proprio fatto appassionare a quel mondo. Quando mi chiedevano cosa volessi fare da grande io rispondevo: “La cantante”. Sognavo di partecipare a un talent show. Quelli della mia generazione sono cresciuti con quel mito lì. Ora credo sia un po’ cambiata la percezione.
Il rapporto con tua madre torna spesso nelle tue canzoni.
Nella mia vita è stata fondamentale. Per me è un pilastro, non so come farei senza di lei. Ovviamente ci sono state delle fasi in cui ci siamo scontrate, soprattutto in fase adolescenziale. Il punto è che vivendo in un paese molto piccolo è difficile crescere fuori dagli schemi. Mettici pure che la mia famiglia ha di per sé ha una mentalità diversa da quella italiana.
«Non parlarmi se ascolti poeti, poliziotti, familiari» dici in Maschio.
Ho una testa complicata. Amo la mia famiglia, vivo per la mia famiglia, però vado un po’ per la mia strada, sempre. Ci devo sbattere la testa, anche tante volte, prima di capire che magari i loro consigli sono giusti.
Le origini e la mentalità dei tuoi genitori sono state un problema?
Devo dire che non ho mai sentito questa cosa come un peso anzi, da una parte ti aiuta molto perché impari a vivere la vita da un’altra prospettiva. Ovvio che l’ho apprezzata solo crescendo perché a scuola c’era sempre qualcuno che se ne usciva con la battuta razzista, ma poi impari a conviverci. E lo fai nel momento in cui comprendi che avere in casa un’altra cultura non è un problema, ma un qualcosa in più. Per questo ringrazio i miei genitori per avermi insegnato anche la lingua albanese, ma non mi immaginerei mai di vivere là perché quella cultura non la sento totalmente mia. A dirla tutta non mi sento né italiana né albanese. Sono nel mezzo.

Abbiamo parlato del canto e del pianoforte, la scrittura invece quando è arrivata?
Ho iniziato a scrivere per caso, sentivo semplicemente il bisogno di farlo perché a voce non riuscivo a lasciarmi andare ed esprimermi a pieno. Faccio molta fatica tuttora. Tutto è iniziato da piccole strofe che poi sono diventate canzoni quando ho provato a metterle in musica. Non nego che è molto difficile fare musica qui nelle Marche. Non ci sono opportunità, quindi devi creartele da sola, letteralmente dentro la tua cameretta. L’importante è che non diventi un’ossessione. Quando ho smesso di cercare il modo giusto per farla infatti è successo ciò che è successo.
Che ruolo ha avuto Pablo America in questo?
Pablo è un fratello e un mentore per me. Tutto ciò che so, me l’ha insegnato lui. Lui è di Torino, però vive qui con la compagna che è la mia vocal coach. È stata lei a metterci in contatto quando si era resa conto che scrivevo delle barre, suggerendomi di fare una sessione con lui. Ha dovuto convincerlo perché veniva da un periodo complicato della sua vita e, allo stesso tempo, io ero nel pieno della mia fase adolescenziale e non sapevo bene cosa volessi fare. O meglio, l’unica cosa che sapevo era che volevo fare musica. Non sapevo neppure cosa fosse una sessione di scrittura (ride, n.d.r.). Quel primo incontro andò benissimo e il feeling che si era creato ci ha spinto a vederci sempre più spesso. Piano piano è nato tutto l’EP Kalimera.
Quando hai iniziato a fare musica quale era la reazione in paese?
Mi ridevano in faccia quando dicevo che avrei voluto fare la cantautrice. “Sì, ma cosa vuoi fare davvero come lavoro?”. Questa era la reazione. L’unica persona che ha creduto in me sempre è stata mia mamma. Per questo dico che è un pilastro perché anche quando non avevo la testa per farlo, è stata lei a spingermi a crederci e a continuare.
Kalimera che vuol dire buongiorno in greco. Perché hai scelto questo titolo?
È il mio buongiorno al mondo della musica e al mondo in generale. Le canzoni che sono nell’EP rappresentano tante sfaccettature di me. Quando passa la notte e ti svegli non è mai uguale. Esistono tanti tipi di risvegli e ognuno ha la sua sfumatura. Ho cercato di raccoglierne il più possibile.
Parti dalle parole o dalla musica quando scrivi?
Spesso avviene tutto in contemporanea. Per esempio, Finché non mi addormento l’ho scritta al pianoforte in freestyle. Le parole sono venute fuori in modo naturale, in cinque minuti, mentre ero alla tastiera. E non ci ho più rimesso mano a quel testo. Non lo faccio quasi mai in realtà con i miei brani. Diciamo che il quotidiano in generale mi ispira molto, qualsiasi cosa della mia vita, da ciò che mi accade ai film o le serie che guardo.
In uno dei primi pezzi che hai scritto, Pita Gyros, citi Stranger Things infatti.
Non mi immaginerei mai di riscrivere oggi quel brano. Lo sento completamente mio perché racconta una parte della mia vita, un amore adolescenziale nato davvero davanti alle puntate di una serie tv. Eppure, oggi non sarei in grado di rifarlo uguale perché sono cambiata.

Nel finale di Finché non mi addormento c’è anche un pizzico di albanese.
È mia mamma che recita una fiaba che mi raccontava sempre da piccolina. Tra l’altro gliel’ho fatta registrare senza rivelarle che poi l’avrei inserita in un mio pezzo.
Ascolti musica albanese e, soprattutto, ti piacerebbe un giorno provare a unire le due lingue?
Sì, tantissimo e di generi diversi. Per esempio, mi piacciono Noizy e Dhurata Dora. Nella mia vita ho attraversato varie fasi di ascolti. Alle superiori ero in fissa con l’indie italiano, poi sono passata al rock alternative, tipo Placebo e simili, e poi il rap. Ultimamente sono in fissa con l’R&B e mi piacerebbe esplorarlo. Per quanto riguarda l’albanese, prima o poi voglio provare, anche solo per omaggiare una parte della mia cultura.
Hai accennato alla difficoltà di fare musica in un paesino delle Marche. Hai in mente di lasciarlo prima o poi?
Di certo fuggire ogni tanto mi aiuta molto. Per esempio, dopo aver aperto il concerto di centomilacarie, a dicembre scorso ho fatto una pazzia e sono partita per Londra. Quando sono tornata sentivo proprio il bisogno di mettermi in studio a scrivere un mare di roba. Credo che prima o poi mi sposterò. Non so se a Londra o a Milano, ma voglio farlo. Diciamo che dopo che passi un’adolescenza in un contesto così piccolo, senti proprio il bisogno andare a un certo punto.
Cosa ti ha colpito di Londra?
È una Milano all’ennesima potenza. Mi piace tutto di Londra: le persone, l’apertura mentale e il fatto che non si fermi mai. Lì scorre tutto molto veloce e se all’inizio, per me che sono cresciuta nella provincia marchigiana dove è tutto più lento, è stato pesante, poi quel ritmo mi ha preso del tutto. Sento che sono nel picco dei miei vent’anni e andare veloce è quello che cerco.

Adesso che stai realizzando il tuo sogno la vivi più come una rivalsa nei confronti di te stessa e di chi magari non credeva in te, oppure più come una gioia?
Entrambe, ma per il fatto di non aver mai avuto nessuno che credesse in me, a parte i miei genitori, sento che mi sto prendendo una rivincita. Ricorderò a vita la mia maestra delle elementari che mi disse: “Tu non puoi cantare alla recita perché sei stonata”.
Alle superiori invece, quando hai iniziato con Paolo, come coniugavi musica e studio?
Non le coniugavo molto (ride, n.d.r.). Era difficile ma sono sacrifici che vale la pena fare. Ricordo che dopo la scuola mi facevo tre ore e mezza di autobus da Fermo a Macerata per andare in studio e nel mentre mangiavo un panino. Rimanevo tutto il giorno lì perché mi divertivo un casino. Talvolta fino a tarda notte, finché non passava a prendermi mio padre che fa il muratore. Del tipo che andavo a letto alle tre di mattina e il giorno dopo sveglia alle sei per andare in classe. Nelle materie letterarie però ero molto brava a differenza di quelle matematiche. Il che non è il massimo per una che frequenta ragioneria. Mi sono anche iscritta all’università di lettere e filosofia per un anno. Prima o poi prometto che ricomincerò, lo devo anche a babbo che tiene molto allo studio.
Ora che è uscito il primo EP e inizi a esibirti dal vivo vince l’entusiasmo o la paura?
Vincono la malinconia e un senso d’urgenza perché ogni volta che finisce un live vorrei tornare sul palco il prima possibile. Mi piace e mi diverte. Più lo faccio e più capisco che è proprio quello il mio posto. (Fa una pausa, n.d.r.) Aspetta una paura ce l’ho: diventare pop. Non rispecchierebbe la mia natura fuori posto.
Senti di aver fatto pace con il fatto di essere fuori posto o non ne hai mai avuto bisogno?
Mi sono sempre sentita fuori posto in qualsiasi cosa facessi nella mia vita. Non ho mai provato quella sensazione del tipo: “Ok, qui sono a mio agio”. Anche nella musica faccio fatica, ma forse è l’unico luogo in cui ho imparato a convivere con questo sentimento. Ecco, quello che mi chiedevi prima, su chi sia Emili oggi…è una ragazza che ormai convive con la persona che è e si accetta. Ho fatto molta fatica per arrivare a questo punto. Ora semplicemente vivo per quello che sono senza impormi nulla.