Matteo Fedeli racconta la nuova SIAE, «un’infrastruttura digitale al servizio dell’autore»
Semplificazione, digitalizzazione (anche passando dall’AI), capacità negoziale con le grandi piattaforme, progressiva riduzione delle provvigioni: il direttore generale spiega la trasformazione in atto
Matteo Fedeli, direttore generale di SIAE
Per decenni la SIAE è sembrata un mastodonte irriformabile, quando non un apparato burocratico chiuso in se stesso e in formule comunicative bizantine. Poi la liberalizzazione del mercato e l’evoluzione tecnologica hanno bussato alla sua porta. Oggi, con una nuova leadership e una visione di sviluppo completamente diversa rispetto al passato, la Società Italiana degli Autori ed Editori affronta la trasformazione forse più radicale della propria storia, ponendosi in prima linea nella rivoluzione tecnologica in corso (AI in primis).
Se i traguardi “tondi” in genere offrono l’occasione per festeggiare, il 2025 di SIAE è stato una vera e propria pietra miliare: superato il miliardo di euro di fatturato (1,022,000 per la precisione), con la ripartizione di 849 milioni di euro agli aventi diritto (+15% rispetto al 2024).
Semplificazione dei processi, digitalizzazione, maggiore capacità negoziale con le grandi piattaforme, progressiva riduzione delle provvigioni (dunque più compensi agli iscritti): sono alcuni degli ingredienti che secondo Matteo Fedeli, direttore generale di SIAE, hanno contribuito e contribuiranno sempre più alla crescita e alla modernizzazione dell’ex monopolista, oggi leader di mercato con una ritrovata vocazione per l’innovazione.
L’intervista a Matteo Fedeli, direttore generale di SIAE
Cosa ha trainato la crescita così importante del 2025, che peraltro si mantiene a questi ritmi da diversi anni?
Ci sono tre elementi principali. Uno non dipende da noi ed è il mercato, che continua a crescere fra digitale e grandi live. Chiaramente con un mercato in recessione sarebbe dura. Le altre variabili sono più interne. Prima di tutto c’è il tema della negoziazione: la nostra capacità di trattare con i grandi player è sicuramente migliorata rispetto al passato. E poi c’è la profonda trasformazione dei connotati e del funzionamento di SIAE.
Parlando al Sole 24 Ore riguardo al vostro piano industriale 2023-2025 hai detto: “Siamo passati da una struttura prevalentemente giuridica a un modello in cui dati, tecnologia e capacità di analisi sono centrali”. Ci spieghi meglio?
SIAE va vista come un’infrastruttura digitale al servizio dell’autore. Ci stiamo spostando dall’essere un soggetto che guarda unicamente l’aspetto formale/giuridico del business alla costruzione di una struttura essenzialmente “data driven”. Per andare in questa direzione è anche fondamentale un apporto di nuove competenze, la capacità di attrarre persone che siano “future-proof”.
L’AI la vediamo in due modi diversi: da un lato dobbiamo tutelare i nostri aventi diritto da chi vuole sfruttarla nel modo secondo noi più sbagliato possibile; dall’altro, se oggi in quanto azienda non usi strumenti come Claude (Cowork e Code), sicuramente perdi qualcosa.
Quali sono allora le nuove competenze e professionalità di cui il mondo della tutela del copyright è oggi attivamente alla ricerca?
L’AI engineer è la persona che ti serve per mettere a terra l’intelligenza artificiale nel modo migliore possibile. Oggi abbiamo un software development kit interno che ci gestisce tutto quello sviluppo. Per la prima volta, possiamo dare non allo sviluppatore ma all’AI le indicazioni su come vogliamo che si comporti SIAE, dal codice etico alla user experience. Se usi gli strumenti giusti configurati bene, la barriera fra chi ha un’idea e l’oggetto che viene realizzato viene completamente abbattuta. Cerchiamo quindi figure che ci possano traghettare da un mondo senza AI a un mondo “AI first”.
C’è poi la necessità di ristrutturare la conoscenza, che in tutte le aziende del mondo è pensata per gli esseri umani. Prima o poi Anthropic, OpenAI e Microsoft renderanno disponibili buone soluzioni che permettono di fare questo, ma oggi il problema è capire quali sono i passi per trasformare la conoscenza in senso lato: la puoi avere su cartelle di rete, su OneDrive, su SharePoint o addirittura sulla mail o su carta. Nel momento in cui accendi questi pillar di conoscenza e ci agganci una buona AI sopra, le tue capacità diventano soprannaturali rispetto a prima.
Ovviamente il futuro della protezione del copyright passa dal confronto con le piattaforme di AI generativa. Quali sono le vostre proposte e i modelli di licenza che si potrebbero applicare?
Ci stiamo muovendo in un mercato che ha appena cominciato a cercare soluzioni. Prendiamo per esempio quello che è successo negli Stati Uniti: Udio è riuscita a chiudere più accordi anche rispetto a Suno, ma rimane una piattaforma “chiusa”: se io entro dentro, storpio un brano e poi lo carico su Spotify spacciandomi per il suo autore, è una cosa difficile da digerire per noi e per chi crea.
Il vero tema è problema strutturale di mercato. Noi abbiamo la legislazione europea che con l’AI Act è stata uno dei primi interessanti tentativi di risoluzione. Ma l’opt-out ha tendenzialmente fallito, perché è molto poco attuabile. Ma io sono ottimista su questo. Pensiamo alle prime leggi in cui sono comparsi i concetti di internet e diritto digitale: erano le leggi perfette che usiamo ancora oggi? No, ma è una prima iterazione.
Di recente è uscita una sentenza della Corte di Giustizia contro Meta e a favore dello Stato italiano che riporta alla luce un tema fondamentale nei confronti di questi grandi soggetti: la trasparenza. Perché se noi non sappiamo qual è il modello di business e come funziona il training, qualsiasi soluzione di licensing sarà sbagliata. Il rischio è di atterrare sulla flat tax, del tipo: ti chiedo il 2% dei tuoi ricavi senza aver minimamente capito come funzioni. Se anche uno di questi player ci desse 100 milioni di euro, noi poi a chi li redistribuiamo?
La mia speranza è che arrivi qualcuno che costruisca algoritmi di training che colleghino i dati di training all’output che viene generato. Se tu hai partecipato a parte dei dati di training che hanno influenzato l’output, allora quest’ultimo ti deve dare una micro-frazione di valore che però è realmente connessa al valore che hai inserito in quel prodotto.
In che modo l’efficientamento dei processi (semplificazione amministrativa, digitalizzazione dei servizi) consente di ridurre l’aggio e quindi aumentare i compensi agli aventi diritto?
Il nostro obiettivo non è il miliardo di ricavi ma redistribuire il più possibile. E il fatto che in percentuale cresca di più il distribuito rispetto al ricavo è un bellissimo risultato perché significa che la nostra efficienza ha ripagato più che proporzionalmente gli aventi diritto.
Dal 2013 ad oggi la nostra provvigione media si è ridotta in media dal 16% al 13,7%. Abbiamo già ridotto il digitale dal 10% all’8%, e per l’anno prossimo è previsto un ulteriore taglio al 7%. Abbiamo ridotto anche il mondo TV dall’11,5% al 10,5%. Entrambi questi valori sono i più competitivi al mondo. Abbiamo portato al 5% l’aggio sui live, mentre è molto interessante il mondo dell’audiovisivo digitale (Netflix, Disney+, Prime Video eccetera, che per noi vale 50/60 milioni l’anno): l’abbiamo ridotto dal 10% all’8%. Se lo guardi dal punto di vista assoluto cambia poco: due punti percentuali. Ma se lo guardi in senso relativo, significa che abbiamo ridotto di un quinto i nostri costi.
Da un po’ di anni i cataloghi sono tornati al centro delle strategie della music industry. Qual è oggi la forza del catalogo dal punto di vista SIAE, con i suoi quasi 30 milioni di opere registrate?
La forza del catalogo ce l’hai nel mondo della negoziazione: alcuni agglomerati di cataloghi di paesi piccoli non hanno la forza contrattuale che gli permette di avere una licenza buona. Noi probabilmente siamo in mezzo. SIAE è la sesta società di collecting al mondo, ma rispetto ai grandi agglomerati siamo considerabili piccoli.
Tuttavia il catalogo è sufficientemente grande per portare a casa – ed è quello che abbiamo fatto negli ultimi cinque anni – ottime condizioni contrattuali nei confronti dei grandi soggetti come Google, Meta, Spotify, Netflix. Tutto questo porta a un valore per stream più alto. Nel mercato globale tu potresti avere il 50% di un autore SIAE che vale di più del 50% di un suo co-autore all’estero.
Invece volgendo lo sguardo al presente e al futuro della creatività musicale, al “frontline” come si dice nel gergo della discografia, quali sono strategie e iniziative che mettete in atto per attirare nuovi talenti e costruire oggi i cataloghi di domani?
Noi dobbiamo essere il più possibile molto “frictionless”, mettendo a disposizione quell’infrastruttura digitale che ti permetta di non doverti preoccupare del diritto d’autore. Fino a una decina d’anni fa per fare un deposito dovevi mandare una raccomandata o venire nei nostri uffici. L’app SIAE+ nasce per questo: l’autore non deve avere complicazioni inutili. L’anno scorso abbiamo avuto 225mila depositi fatti via app, cioè senza neanche toccare il computer.
Come immagini la collecting society di domani?
Dobbiamo rimanere al servizio dei nostri autori. Come lo facciamo? Valorizzando al meglio il loro catalogo, facendo battaglia – se necessario – per avere più trasparenza dalle piattaforme, puntando sempre di più sull’infrastruttura digitale, migliorando al massimo l’efficienza. Noi stiamo costruendo le basi per i prossimi cinque anni per diventare un’azienda che porti più soldi agli aventi diritto, più velocemente e costando il meno possibile, anche e soprattutto attraverso la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale.
