Rose Villain: «La parità di genere ci sarà quando le donne saranno libere di parlare di sesso nei testi»

L’artista milanese ci ha raccontato il nuovo album, Radio Gotham. Ma poi ci ha spiegato perché Milano è una città indietro rispetto a quello che si potrebbe pensare, perché non è vero che “non si può più dire niente”, e moltissimo altro
Rose Villain, foto di Kate Biel

Quando sei sulle scene musicali dal 2016, la tua voce è tra le più riconoscibili del panorama urban italiano e i tuoi ritornelli sono tra i più virali e ricordati degli ultimi anni (Chico e Piango sulla Lambo, solo per citarne due), si può ancora dire che quello pubblicato nel 2023 sia il tuo disco d’esordio? Nel caso di Rose Villain, sì.

Radio Gotham, il primo album ufficiale di Rose Villain pubblicato oggi, apre (o forse sarebbe più corretto dire spalanca) davvero per la prima volta le porte dell’anima della sua autrice. Mostrandone un lato malinconico e tormentato che fino ad ora avevamo quasi solo percepito. E che qui, nelle quattordici tracce che scorrono come la città dai finestrini di un’auto sportiva in corsa, trova la sua massima espressione.

Ma forse, per far entrare davvero le persone negli angoli più bui della tua interiorità, il momento deve essere quello giusto. Le connessioni tra anime devono sentirsi. «Ho percepito che le persone si fossero veramente connesse a me quando è uscita Lamette», mi racconta Rose durante la nostra chiacchierata. «E quando ho capito che questo era ciò che volevano, mi sono detta “Cazzo, ma io ho un disco tutto così!”».

E ad entrare nella Ghotam City di Rose Villain non è stato solo il pubblico, ma anche gli artisti che hanno condiviso con lei questo viaggio. Gli immancabili Guè e Salmo, i “padrini” artistici di Rose Villain, Geolier, Carl Brave, Tedua, Tony Effe e Elisa. «Tutti hanno fatto pezzi introspettivi in cui hanno dovuto guardarsi dentro e tirar fuori un po’ di fragilità, hanno fatto qualcosa di davvero magico».

E allora, con queste premesse, possiamo dirlo con certezza: il momento, per Rose Villain, è qui e ora, e lei è finalmente pronta a prenderselo tutto da vera protagonista.

Fai musica da tanti anni ma Radio Gotham è il tuo primo album, cosa ti ha fatto dire “okay, questo è il momento giusto per farlo”?

Secondo me un disco deve uscire quando le persone iniziano a chiederlo, è importante avere l’attenzione delle persone. Credo poi che l’attenzione uno se la possa anche andare a prendere, ma il mercato oggi è molto difficile, aggiungi poi che sono una donna e il rap è un universo prevalentemente maschile. Io poi faccio musica un po’ alternativa, con un occhio al panorama internazionale, mi piace proprio sperimentare. Quindi serviva proprio un momento in cui io fossi assolutamente credibile nel mio posto. Negli ultimi due anni ho cominciato ad avvertire questa cosa, da parte della gente c’era sempre più riconoscimento e avevano proprio iniziato a chiedermi “Ma allora, questo album?”… Ah, allora eccolo!

In questa attesa ha giocato anche il fatto di sentirti più a tuo agio a scrivere in italiano?

Sicuramente ho dovuto trovare il mio modo e la mia voce in italiano, e non è stato facile. Chico è stato il primo esperimento. Conta che quando scrivi in inglese hai un modo di approcciare totalmente diverso anche banalmente il microfono, a livello di placement delle corde vocali. L’impostazione della parola in inglese è molto più arcigna, l’italiano invece è pieno di vocali. All’inizio il mio suono in italiano non mi piaceva del tutto, è stato tortuoso arrivare ad essere soddisfatta ma non ho mollato un secondo. Ho scritto giorno e notte, avrò scritto davvero mille canzoni, finché ho capito che il mio suono aveva preso forma.

E torneresti all’inglese?

Assolutamente sì, ora mi sento confident in entrambe le lingue. Per me è molto più facile scrivere in inglese, poi l’italiano è relegato ad un solo paese e la musica per me non ha confini. Guarda anche solo i Maneskin che hanno portato l’Italia nel mondo.

Radio Gotham è il tuo primo album ma tu appunto non sei un’esordiente, sei già apprezzatissima non solo dai tuoi colleghi ma anche dal pubblico. Questa cosa ti rassicura o senti di più il peso delle aspettative?

Sono molto contenta di essere apprezzata soprattutto dai miei colleghi, perché nel tempo hanno capito il mio valore. Mi piacerebbe avere sicuramente un riconoscimento più ampio, però per me il fatto di essere già apprezzata è rassicurante. Sono molto sicura della mia musica, posso avere insicurezze come persona e come donna, ma il fatto di amare quello che propongo mi ha trascinata in tutti questi anni, soprattutto perché il mio percorso musicale è stato sofferto. Ho preso tante porte in faccia, non sono sempre state rose e fiori. Che il disco venga apprezzato o meno, io sono consapevole di aver fatto il lavoro migliore che potessi fare.

Il disco per altro offre un’immagine di te abbastanza inedita, molto più introspettiva. Un lato di te che già si percepiva ma che con Radio Gotham trova la sua apoteosi.

È vero ed è una cosa stranissima perché a me è sempre sembrato così ovvio che fosse tutto più malinconico, inquieto e ci fosse più sofferenza. Ero così dentro alla scrittura che non mi rendevo conto che le canzoni che uscivano davano un’immagine molto diversa. Me ne sono accorta quando è uscita Lamette con Salmo. Lì davvero le persone si sono connesse a me e quando ho capito che questo era ciò che davvero volevano mi sono detta “Cazzo, ma io ho un disco che è tutto così!”

Perché alla fin fine abbiamo sempre bisogno di sentire che c’è qualcuno che prova le nostre stesse cose…

Esatto! A me quella cosa ha salvato la vita, mi sono connessa a degli artisti che mi hanno davvero fatto sentire meno sola. I Nirvana e Kurt Cobain in particolare, ma anche Juice WRLD, XXX Tentacion, Lil Peep. Ma anche i Libertines, Pete Doherty… Tutti quei poeti un po’ dannati, quei suoni un po’ malinconici.

A proposito di artisti, nel disco ci sono nomi con cui hai ormai una sinergia consolidata, come Guè e Salmo, e altri invece con cui hai lavorato per la prima volta, Elisa in primis. Mi racconti queste collaborazioni?

La cosa incredibile è che io volevo fortemente questi feat e tutti loro hanno fatto uno step nel mio mondo, non sono stata io a dire “okay, devo creare un beat perché su questo pezzo deve esserci Salmo”. Tutti hanno fatto pezzi introspettivi in cui hanno dovuto guardarsi dentro e tirar fuori un po’ di fragilità, hanno fatto qualcosa di davvero magico. Sono grata ad ognuno di loro. Per quanto riguarda Elisa a volte ancora non ci credo, io sono una sua super fan. Monet poi è nata in modo quasi misterioso, non era previsto che ci fosse un feat. Sixpm le ha mandato questo pezzo, che non era nemmeno finito, che parla del lutto di mia mamma di cui lei non sapeva niente. Gliel’ha rimandato dicendo di aver sentito una forza che le ha preso la penna e le ha fatto scrivere la strofa. Mia madre poi era forse la più grande fan di Elisa, se non è stata lei a far succedere questa cosa…

E c’è un brano che tenevi nel cassetto da un bel po’ di tempo e che non vedevi l’ora di far uscire?

Quella che avevo lì da più tempo era Rari. È sempre stata una delle canzoni che amavo di più, ha questa leggerezza dietro cui si nasconde una cosa importante. Un po’ mi dispiace che sia già uscita perché magari quando uno si ascolta il disco la skippa perché la conosce già ma è davvero uno dei miei pezzi preferiti!

Parlando invece di città, hai detto che Milano è quella legata ai tuoi demoni. Sicuramente è una città che sa dare tanto e allo stesso tempo togliere molto, in continua evoluzione, in cui i sogni si realizzano ma si spezzano anche molto facilmente. Pur vivendo a New York, che tipo di percezione hai di Milano e di com’è cambiata? Hai detto che New York è una città in cui sfarzo e degrado convivono, in questo forse è molto simile alla Milano di oggi.

La vedo sicuramente molto diversa da quando me ne sono andata via. Però percepisco nell’aria un’insoddisfazione generale. La gente è affaticata, e non parlo solo dal punto di vista economico, forse questa fatica è dovuta anche ad una situazione politica molto instabile. Poi c’è ancora molta chiusura. New York è una delle città più aperte del mondo a livello culturale, per me è stranissimo arrivare qua e vedere pochi stranieri che vivono qui integrati. Questa forse è la cosa di Milano che mi infastidisce di più. L’essere così attaccata alla tradizione italiana, quando ha tutte le potenzialità per lasciarsi andare ed essere una città veramente internazionale.

Rose, forse il rap è una delle cose che le sta dando un maggior respiro europeo, con i ragazzi delle periferie che sono più vicini ai modelli francesi, no?

Totalmente, la musica è sempre la salvezza di tutto.

E a livello di parità di genere invece il rap italiano com’è messo? Ancora malissimo o qualcosa sta migliorando?

Malissimo! C’è stata sì una spaccatura negli ultimi due anni, però a livello internazionale. Se guardi le classifiche ci sono Cardi B, Megan Thee Stallion, Doja Cat. Noi arriviamo sempre dopo, almeno con tre anni di ritardo rispetto all’America. L’Italia poi come ti dicevo prima è un paese molto legato alle tradizioni, anche un po’ bigotto se vogliamo. La donna rappresenta la madre, la purezza. La spaccatura vera ci sarà quando noi saremo libere di parlare di sesso senza essere veramente massacrate.

E qui arriviamo a Yakuza. Mi ricordo che quando uscì Clito Madame fu bombardata di critiche sul fatto che il testo fosse troppo esplicito, critiche che arrivavano da quelle stesse persone che magari fino a cinque minuti prima stavano ascoltando pezzi fatti da uomini veramente volgari. Chissà che shock quando sentiranno il tuo!

Assurdo vero? Per l’uomo è incomprensibile sentire una donna parlare di sesso esplicitamente. Io ho ricevuto critiche perché nella canzone con Rondo ho detto “abbassami i leggings”, ti rendi conto?! Se sentono questa chissà cosa diranno… Io non mi sento assolutamente volgare quando parlo di determinate cose, ben venga cazzo! Spero che Yakuza diventi un inno.

Rose, è innegabile che il linguaggio del rap sia ancora parecchio problematico su più piani, io stessa da femminista e persona che ama visceralmente questo genere a volte mi trovo in difficoltà. Da donna e femminista che il rap invece lo fa, credi che il linguaggio sia una cosa su cui bisogna lavorare e che deve seguire il cambiamento dei tempi o fare ciò significherebbe censurarsi?

Io sono per l’adattarsi al nuovo. Tutti oggi dicono che non si può più dire niente, invece non è così. Si possono dire le cose nel rispetto delle persone. Perché cazzo ti devi lamentare? Cos’è che non puoi dire? Se sai che puoi ferire qualcuno perché devi farlo? Io sono assolutamente pro woke, il rispetto dell’essere umano sarà sempre la prima cosa. Io stessa ho una scrittura abbastanza cruda, e mi è capitato di scrivere cose che potessero anche solo essere percepite come un trigger per qualcuno. Mi ricordo che una volta avevo usato la parola “trans” e mi sono subito fermata perché ho pensato a come potesse essere recepita e l’ho tolta immediatamente, anche se non c’era nulla di dispregiativo. Ma mi ero resa conto che non era il mio posto per parlarne.

E che consigli ti sentiresti di dare alle ragazze che oggi si affacciano al mondo dell’urban?

Di armarsi di mooolta pazienza e di tirare fuori la cazzimma perché è dura. Non guardare i commenti perché a volte possono essere avvilenti, e nel caso saper farseli scivolare addosso. Mettere in conto che purtroppo c’è ancora questa cosa dell’aspetto fisico che è un massacro, per me è una cosa inconcepibile questo continuo paragone tra di noi, questa continua pretesa di essere perfette, la società ci ha messo troppo in competizione.

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