“Io non sono mai felice”: Matteo Crea racconta il nuovo album traccia per traccia

È uscito venerdì il primo album del cantautore toscano classe 1995. Otto canzoni che raccontano le storie e i pensieri della Generazione Z
Matteo Crea

Io non sono mai felice è l’album di debutto di Matteo Crea, cantautore fiorentino classe 1995 e «insoddisfatto cronico che vuole sempre migliorarsi e che diventa felice solo quando sale su un palco». Otto brani che esplorano le storie e i pensieri della Gen Z, dall’amore all’insoddisfazione generazionale. Dall’ambizione alla competizione a cui ogni giorno siamo costantemente sottoposti. Il tutto condito da sonorità che spaziano dal pop al funk, passando per il rock e il punk.

Matteo Crea ci ha raccontato in esclusiva il suo primo disco, traccia per traccia.

Sesso

Sesso è il manifesto pop punk del mio primo disco. Scritto a seguito di una lunga relazione monogama e di un trasferimento a Milano, dove l’uso di Tinder e i rapporti effimeri entrano nel quotidiano, rifletto sul sesso, inteso come divertimento, in contrapposizione al modello di amore mostrato dagli adulti di riferimento. La traccia rimbomba, suonando divertente e leggera, racchiudendo però dentro di sé il malessere di tutto il disco che canta le difficoltà della Gen Z. Qui la consapevolezza di quanto sia difficile raggiungere la stabilità e serenità delle relazioni. Punk 2.0 con synth e autotune, racchiude tutta l’energia da far esplodere live.

A casa dei miei

Il brano nasce dalla domanda «Riuscirò mai a ricreare la stabilità affettiva e un microcosmo familiare come ha fatto la generazione precedente?». In questa canzone lascio il nido alla ricerca della mia indipendenza e affronto il tema della famiglia. Scritta dopo la laurea, tornato a casa dei miei nel primo lockdown, con tutta la paura del futuro addosso. Trovare il posto nel mondo, il terrore di fallire, l’instabilità suonano su un funk furioso a cassa dritta con il rock e le chitarre punk del ritornello.

Male male

In Male male canto la disillusione di fondo che ogni ventenne vive, nei confronti di tutto. L’amore, la politica, il futuro, le scelte, i sogni, le ambizioni. Sembra che tutto sia impostato con un sottotesto che tende a suggerire “Andrà tutto male, in ogni caso”. È il mio modo per esorcizzare questo sentimento. Male male ironizza su alcuni episodi realmente accaduti nel mio primo anno a Milano. Gli sguardi strani della gente quando parlo troppo, le magliette introvabili per il mio essere alto e secco. La traccia up tempo dalle sonorità punk rock e indie entra in testa. È un altro di quei brani presenti nel disco pensato per i live, per essere cantata a squarciagola, in un coro catartico e liberatorio.

Qualcuno che ti ami

Questa canzone cerca di affrontare nel modo più sincero possibile la fine di una relazione. Separarsi è sempre un momento doloroso, ma in questo brano tento di evitare la retorica spicciola andando dritto al punto. Se qualcosa finisce non deve essere per forza vissuta come un fallimento, quanto invece diventare un’occasione importante per crescere e migliorarsi. C’è quindi l’augurio  all’altra persona, oltre che a se stessi, di essere felice, nonostante tutto. Più facile a dirsi che a farsi, ma come diceva Vasco le canzoni possono essere perfette, almeno loro, a differenza degli esseri umani che le scrivono.

Chiamerei

Chiamerei è malinconia e addio. Quello che sembra il racconto della fine di una storia d’amore parla in realtà più in generale della perdita di qualcuno di caro, in relazione a quelle che possono essere catastrofi o problematiche reali come la guerra o l’esplosione della terra, nella paura del futuro che affronta ogni giorno un ragazzo di vent’anni, in questi anni. Scritta a Natale 2021, quando la guerra era solo un pretesto per la strofa di una canzone, una metafora presa dai libri di storia che mai avrei potuto immaginare di rivivere nell’attualità della politica mondiale, c’è dentro il mio amore per i Beatles e le sonorità brit. È una ballad che urla il bisogno di contatto. Perché quando stiamo male, quando i problemi ci affliggono, l’unica ancora di salvezza è potersi aggrappare a qualcuno. 

Estate in città

Estate in città è una serenata disco funk dedicata a un amore lontano. È la versione malinconica di una hit estiva, scritta prendendo ispirazione da una relazione a distanza di qualche agosto fa. Lui chiuso in ufficio in una città torrida, a bere caffè e compilare tabelle Excel. Lei in vacanza a divertirsi, tentata dalle amiche ad allontanarsi dalla loro storia. Ma è anche un elogio a una città in cui si può restare in armonia, nel silenzio delle vie svuotate, quando tutti se ne vanno in vacanza.

Non ci riesco

Ci hanno insegnato che “se vuoi puoi”, ma i ragazzi di oggi si scontrano con una realtà ben diversa. Anche in questa traccia c’è il sentimento più forte, che risuona in tutto il disco: la sfiducia per il futuro, la paura di non farcela, di fallire. È il racconto di una generazione che si sente in costante competizione, che deve eccellere, ma che fa fatica. Che ha (vissuto) paura. Immagini e luoghi comuni di questi anni, dalla fotografia al piatto del ristorante, che ognuno di noi fa, alla necessità di sembrare sempre felici, con una vita perfetta, passando attraverso relazioni tossiche e il giudizio degli altri. È un punk pettinato di chiara ispirazione Cure, in cui si respira la nostalgia per le feste dell’Unità che nessun ventenne ha vissuto. È un nuovo mio sfogo, che corro a testa bassa, dritto contro un muro fino a farsi male, per rincorrere il proprio sogno.  

Buio

Una ballad nuda, per mettersi a nudo. Il peso del giudizio degli altri, quello che duramente si rivolge a se stessi. Matteo canta dei motivi per cui è difficile essere felice, delle debolezze e della costante competizione che si vive sui social. Mette nel buio, su note di un dolce pianoforte, il costante conflitto con se stesso e le sue insicurezze che sono anche quelle degli altri. E allora nel buio i fiori muoiono, nel buio ci si nasconde quando si piange, nel buio si soffre. Sempre aspettando la luce.

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