Innamorarsi ascoltando l’album d’esordio di aron!, “Too Close for Running”
È uscito oggi (18 settembre) per Verve Records il primo disco del talentuoso songwriter e polistrumentista: un lavoro sofisticato, di classe, ma senza rinunciare all’immediatezza
Una premessa: non abbiamo nulla contro la musica realizzata con software e drum machine, strumenti che hanno democratizzato la produzione e dato vita a innumerevoli tendenze stilistiche. Semplicemente, è innegabile il fascino che continuano ad avere i dischi interamente suonati, forse proprio perché ancor più risaltano in un contesto di prevalenza di suoni sintetici. Se poi l’approccio analogico si lega a un talento compositivo senza tempo e ad arrangiamenti che fanno sognare, ci troviamo di fronte a quelle gemme che è doveroso divulgare. È il caso di aron!, che oggi (18 settembre) ha pubblicato il suo album d’esordio, Too Close for Running (Verve Records).
Il brillante songwriter e polistrumentista è nato e cresciuto a Charlotte (North Carolina), imbracciando la chitarra all’età di otto anni. Ha studiato composizione classica presso la University of North Carolina School of the Arts, amando in particolare Chopin, Ravel e Bach. Durante il Covid si è dedicato anche al pianoforte. Dopodiché ha ottenuto una borsa di studio per l’Università di Miami e si è laureato in canto jazz e colonne sonore.
Nel 2023 ha esplorato quello che definisce “un suono pop vintage” e ha iniziato a costruirsi un forte seguito online. Le etichette hanno iniziato a chiamarlo e ha infine firmato con la Verve, etichetta che ha fatto la storia del jazz. Della sua musica dice: «È jazz cantato dal suo autore. Sono sempre stato in sintonia con il romanticismo della vecchia scuola, e del resto le persone provano le stesse emozioni oggi come ieri: il cuore è cuore, e l’amore è amore. Siamo tutti esseri umani, ed è di questo che parla la maggior parte di queste canzoni».

Sofisticazione jazz e immediatezza pop
Già queste sue parole ci forniscono le coordinate di base della sua sensibilità musicale: un orecchio rivolto tanto al canone del passato quanto alla contemporaneità, una sofisticazione che però non rinuncia all’accessibilità. Aggiungiamoci anche il lusinghiero commento di John Mayer, uno che di songwriting se ne intende: «È bello sentire una musica suonata da un ragazzo che non solo conosce un sacco di accordi ma sa anche usarli in una canzone». Si riferiva in particolare alla splendida ballad Wonderful Thing ma le stesse parole si potrebbero usare per descrivere tutto l’album.
Il recente successo di un disco come quello di Raye, This Music May Contain Hope, ci ha riabituato alla bellezza della musica ben scritta, ben suonata, ben arrangiata, anche con un gusto orchestrale d’altri tempi che richiama alla mente le migliori atmosfere della Hollywood storica. Per mood e versatilità, l’arte di aron! ricorda anche un altro talento eclettico come Rex Orange County, brillante artista britannico ingiustamente poco conosciuto dalle nostre parti.
Le sue sono canzoni che non hanno paura di esibire sentimenti e gentilezza. Canzoni che sanno di domenica mattina, cose semplici e good vibes. Hanno sia l’immediatezza del bedroom pop che la raffinatezza sofisticazione del jazz e degli arrangiamenti d’archi e fiati: un “crossover” godibilissimo che prende il meglio dei due mondi e ne fa un amalgama impeccabile, senza spigoli.
Un talento versatile
Di aron! colpisce subito la grande versatilità: scrive, canta, suona, arrangia – ed eccelle in ciascuna di queste attività. La sua vocalità rimane sempre calibrata su un tono medio sia come registro che come intensità: una comfort zone che lo mette al livello dell’ascoltatore, con un’attitudine non da crooner ma da ragazzo della porta accanto. Ed è in qualche modo rassicurante sentire il suono morbido e rotondo delle corde di nylon della chitarra classica in produzioni contemporanee, suono che caratterizza gran parte del disco.
Parlavamo dell’immediatezza di questi brani: il punto è che chiunque può innamorarsene al primo ascolto. I nerd musicali ne apprezzeranno le finezze compositive e di arrangiamento, ma Too Close for Running rimane nella sostanza un disco pop, nella migliore accezione del termine.
Le dodici tracce contenute nel disco sono fondamentalmente canzoni d’amore. Un amore non tormentato, non impossibile, senza rancori, fatto di gesti semplici e della luminosa bellezza della fiducia reciproca. Insomma, la posa è quella del tipico bravo ragazzo che presenteresti ai tuoi genitori (tema che peraltro sviluppa in una delle canzoni, I Told My Mom About You).

Le canzoni di Too Close for Running
Si sente che l’album è innervato da una cifra stilistica molto coerente e unitaria, pur nella sua discreta varietà di approcci. Il tono dominante è quello di canzoni dal mood sognante, sospeso, con belle melodie ed eleganti orchestrazioni, come è il caso delle prime quattro tracce Love Is How You Lose, Shiny Stockings, Call Me When You Can e Rainy Miami.
Col suo ritornello irresistibile, la successiva Not for a Lack of Trying – non a caso uscita anche come singolo – è uno dei pezzi dal maggior potenziale radiofonico. Gustoso il tema che si sente all’inizio del brano e dopo i ritornelli, ricorda certe cose dei Vampire Weekend.
In Macramé è bella l’interazione con Mei Semones, artista stilisticamente molto affine, che con i suoi versi in giapponese aggiunge un tocco di “cuteness” a un brano già ottimo di suo. È uno dei due azzeccati featuring presenti nell’album: l’altro è con dodie nella già citata Call Me When You Can.
Clementine e Tandem Bike sono forse i brani più estroversi del disco. La seconda è praticamente un uptempo, ovviamente inteso alla sua maniera “classica”. La title track Too Close for Running rivela invece un mood più malinconico, anche perché va sul sicuro con quel giro armonico I-V-VI-IV che è una sorta di standard del pop che piace a tutti.
I Told My Mom About You è un brano che basterebbe da solo a riassumere il senso dell’album: il titolo dice tutto della delicatezza dei sentimenti cantati da aron!. È forse il brano più intimista dell’album, opportunamente accompagnato solo da pianoforte e archi. Infine Wonderful Thing è la perla del disco, così perfetta che sembra impossibile che si tratti di un pezzo contemporaneo e non di un classico di Frank Sinatra.

