Pop

Gorillaz, “The Mountain”: quando dalla morte nasce grande musica

Il nono album della band “virtuale” di Damon Albarn e Jamie Hewlett è uno dei più riusciti, ispirati ed emozionanti della loro carriera

  • Il2 Marzo 2026
Gorillaz, “The Mountain”: quando dalla morte nasce grande musica

A venticinque anni dall’uscita del loro omonimo, folgorante album di debutto, i Gorillaz celebrano le loro nozze d’argento con il music biz con l’attesissimo The Mountain. Nella loro nona fatica in studio, prima pubblicazione per la loro etichetta indipendente Kong, la band “virtuale” di Damon Albarn e Jamie Hewlett ha riaffermato la sua natura di unicum nel panorama pop contemporaneo. I Gorillaz non sono più una futuristica novità multimediale ma una consolidata realtà musicale, capace di arricchire di umanità il pop plastificato di oggi, saturo di sonorità prefabbricate e realizzato spesso con l’ausilio dell’intelligenza artificiale.

Se il precedente disco Cracker Island appariva come una playlist piacevole ma incoerente, questo nuovo doppio album si pone come l’erede naturale delle vette artistiche di Plastic Beach e Demon Days. Tuttavia la grandiosità di questa “montagna” musicale non è frutto di un’operazione pianificata a tavolino, ma di un’urgenza creativa nata da due terribili lutti. Albarn e Hewlett hanno perso i rispettivi padri a soli dieci giorni di distanza, mentre il secondo affronta contemporaneamente il dramma della suocera in terapia intensiva.

È da queste macerie personali che sorge un’opera solida, coerente ed emozionante come poche nella discografia dei Gorillaz, che non vediamo l’ora di ascoltare dal vivo il 27 giugno a Lido di Camaiore (Lucca) e il 25 luglio a Trieste, uniche date italiane del loro tour.

Gorillaz - The Mountain - nuovo album - recensione 2 - foto di Reuben Bastienne-Lewis
Foto di Reuben Bastienne-Lewis

La genesi di The Mountain dei Gorillaz

Fondamentale, per la genesi di The Mountain, è stato il viaggio spirituale in India di Albarn con Hewlett. A Varanasi, Albarn ha immerso il corpo del padre nel Gange, seguendo i riti funebri indù. Questa esperienza ha trasformato l’album in qualcosa di molto più profondo e intimo, dove la visione occidentale della morte come fine definitiva viene soppiantata dal samsara induista: un ciclo eterno di morte e di rinascita.

The Mountain è stato registrato tra Londra, Mumbai, Damasco e Ashgabat, con testi in cinque lingue (inglese, hindi, arabo, spagnolo e yoruba). L’album si è trasformato nel tempo in una sorta di seduta spiritica sonora, un incontro di anime dove collaboratori viventi e defunti dialogano tra loro attraverso il linguaggio universale e ancestrale della musica.

Damon Albarn ha setacciato i propri archivi per ridare vita a sessioni inedite del passato più o meno recente, trasformando il disco in un monumento alla memoria. La title track strumentale The Mountain è un’apertura da brividi, dove la voce di Dennis Hopper fluttua su una melodia di bansuri (il flauto di Ajay Prasanna), campionata da un musicista di strada in Rajasthan.

Le canzoni

The Moon Cave è un sorprendente incontro tra soul e avanguardia con il rap serrato di Black Thought, la voce calda di Bobby Womack e quella più delicata della diva space-disco Asha Puthli. In The Happy Dictator, Albarn, insieme agli Sparks, lancia una satira tagliente ispirata al Turkmenistan, dove il governo vieta le cattive notizie per imporre una felicità di facciata.

The Hardest Thing è un brano ricco di atmosfera dove il leggendario Tony Allen recita in lingua yoruba, prima di sciogliersi in una tessitura orchestrale. Di Orange County colpisce il contrasto tra il testo (“la cosa più difficile è dire addio”) e una melodia fischiettata e vivace, che incarna perfettamente la proverbiale resilienza dello spirito indiano.

The Manifesto è uno dei brani più audaci e interessanti dell’album: un freestyle inedito del rapper Proof (D12), registrato il 12 settembre 2001, viene incastonato in un anthem bhangra guidato da un beat di organo portatile e dal rap argentino di Trueno. In Delirium, lo “spoken word” di Mark E. Smith è inserito in un baccanale dance-pop, evocando visioni di “teste di porcellana rimpicciolite” e mercanti di schiavi.

Damascus è un’irresistibile acid house araba, dove il dabke di Omar Souleyman incontra le rime funamboliche di Yasiin Bey. Casablanca è un evento storico per il rock britannico: un midtempo crepuscolare e dark, che vede finalmente collaborare Paul Simonon (The Clash) e Johnny Marr (The Smiths).

Uno dei momenti più commoventi dell’intero album è The Sweet Prince. Il brano descrive il leader dei Blur al capezzale del padre morente, mentre cerca invano di dirgli “ti amo”. Il dolore privato è avvolto da un turbine celestiale di arpa, sitar ed elettronica, che ci fornisce una preziosa lezione di vita: dalla morte può nascere grande musica.

Ascolta The Mountain dei Gorillaz

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