Interviste

Il sogno pop a occhi aperti di Marta del Grandi: «Vorrei un scena italiana in cui riconoscermi»

La cantautrice torna con il nuovo album “Dream Life”, in uscita domani, in cui la complessità si veste di semplicità e colori

  • Il29 Gennaio 2026
Il sogno pop a occhi aperti di Marta del Grandi: «Vorrei un scena italiana in cui riconoscermi»

Da piccolo spesso mi capitava di fingere di essere in un film. Per divertimento o forse per estraniarmi nei momenti in cui la noia prendeva il sopravvento. Non che facessi finta di recitare ma, giocando, mi convincevo che ogni parola o azione che stessi facendo o dicendo, fosse parte di un copione. Quando ho ascoltato per la prima volta Marta Del Grandi cantare di interpretare la vita come un sogno ad occhi aperti, immaginandola come un insieme di scene di un film poco prima del ritornello spensierato di Dream Life, mi è tornato in testa quel giochino con cui tentavo di distorcere la realtà.

La vita dei suoi sogni, la cantautrice milanese (di Abbiategrasso per la precisione), facendo della passione un lavoro e potendo viaggiare con la sua musica, la sta vivendo in parte. «Faccio ciò che mi piace e ne sono infinitamente grata. L’unica cosa che mi manca molto è il riconoscermi in una scena» mi rivela durante la nostra chiacchierata telefonica. «Cerco spesso di identificare degli artisti con cui magari poter collaborare o comunque poter parlare della musica che ascoltiamo e che ci piacerebbe fare. Non sto dicendo che non ce ne sono, ma è complicato».

In effetti, quando ascolti le canzoni di Marta Del Grandi, non hai l’impressione di avere a che fare con un’artista italiana. Non è una questione legata alla lingua inglese, quella semmai è una conseguenza del suono che caratterizza i suoi pezzi. Un suono che è frutto di studio, jazz, viaggi e legami istaurati col tempo e che già si era distinto con Selva nel 2023. Lì un pezzo in italiano c’era, era proprio la titletrack. Nel suo nuovo album in uscita il 30 gennaio invece non ce n’è traccia. «In Dream Life mi sembrava una forzatura. Non volevo fare il compitino. Devo dire però che mi piacerebbe fare la versione italiana di questo disco se qualcuno decidesse d’imbarcarsi nella missione» rivela. Questo terzo disco è diverso dal precedente nella sua materialità e nei suoi colori. Un aspetto che lo rende più appetibile a una possibile trasposizione.

Lo si nota anche dall’artwork, meno confortevole del rosa di Selva, ma più aperta e, per certi versi, interpretabile e sognante. Se nell’album precedente era una visione dall’esterno, qua è come se si potesse interagire ed entrare nell’ “atelier dell’artista”. «Sono molto contenta di questa copertina ed è la prima volta che mi sento così soddisfatta. Si ricollega anche al paragone che amo fare tra una pittura d’olio, che è Selva, e un album fotografico, che è Dream Life, perché è molto più dettagliato e anche un po’ un ritratto dal vero. Più di quanto lo fosse il precedente».

Questo aspetto torna nella musica, anche se si riparte dal gusto semi elettronico di You Could Perhaps con i fiati del finale che sono un’anticipazione di ciò che accadrà nei minuti successivi. «Con le tracklist faccio molta fatica, infatti è l’unica cosa su cui davvero mi faccio aiutare» racconta Marta. «Se fosse per me inizierei sempre un disco come se fosse una conversazione con qualcuno che non conosco, in un modo un po’ timido. Non partirei mai con il pezzone». Una intro che sembra ricollegarsi alla traccia conclusiva di Selva, End of the World Pt. 2 che si chiudeva con la domanda «Could I ever drеam of it all?».

Spesso i collegamenti che sembrano più diretti, proprio come nei sogni, nascono in modo inconscio: «In realtà è la prima volta che faccio caso a questa cosa. Non ho mai pensato che ci potesse essere un continuo. Quel pezzo, tra l’altro, è un brano che non ho mai suonato dal vivo e quindi quasi mi dimentico che c’è nel disco».

Di neon, Debussy e fiati

Tra le dieci tracce di Dream Life ce n’è una che colpisce per l’apparente semplicità e che racchiude tutte le anime di Marta del Grandi. Sia quella vicina all’attitudine accademica, a quell’attenzione ai tecnicismi che però non travalica mai il limite trasformandosi in virtuosismo, sia quella che sfiora un’idea di divertimento sofisticato. Neon Light è tutto questo. La ascolti e ti rendi conto di quanto possa sembrare poco complessa la semplicità.

«C’è stato un iter complesso e travagliato per questo brano perché è nato per un lavoro teatrale che ho fatto su Mata Hari due anni fa per il quale raccontavo del suo trasferimento all’inizio del Novecento dall’Indonesia a Parigi per inseguire il sogno di essere ballerina e performer. L’epoca della Belle Époque è quella in cui anche vengono inventate le luci al neon, per questo il titolo» spiega la cantautrice. Il motivo per cui Neon Lights è stato il brano più difficile però è legato a Claude Debussy, al Prélude à l’après-midi d’un faune e alla scala esatonale. Il testo, invece, è ricco di possibili interpretazioni ed è proprio questo uno degli aspetti in cui Marta ha compiuto il passo più netto in avanti rispetto al passato.

Proprio quel pezzo è una delle canzoni in cui il riferimento velato al mondo presente è decisivo. «Siamo in un momento in cui una delle poche cose positive è che c’è stata un’apertura verso i diritti civili con un discorso sempre più complesso sulla libertà di identificarsi. Come spesso mi capita quando parlo, prendo un’ispirazione è lontana per cercare di parlare di un argomento che mi sta a cuore del presente». Qualcosa di simile, ma con un mood completamente differente, accade in Antarctica. Un brano alla Talking Heads che sfiora il tema del riscaldamento globale, ma con un accenno quasi ottimistico. Insomma, andare avanti dritti senza farsi prendere l’ansia dal futuro.

In viaggio

Marta del Grandi quando ha lavorato a Selva aveva recuperato diversi pezzi scritti negli anni precedenti. Stavolta i brani recuperati e non scritti ad hoc sono solo due e riflettono due fasi diverse della sua vita. Some Days era addirittura già uscito nel 2015 nel disco autoprodotto e pubblicato col nome Marta Rosa Invertebrates. Dato che «si meritava una seconda vita» eccolo in una nuova versione in duetto con la cantautrice belga Fenne Kuppens dei Whispering Sons.

Il Belgio, oltre al Nepal dove ha vissuto per diverso tempo, non solo per gli studi a Gand, è una sorta di seconda casa artistica per Marta. Lì ha anche conosciuto i musicisti con cui collabora da anni e soprattutto il fidato produttore Bert Vliegen: «Ho trovato un professionista spaziale e una grande sicurezza. L’ho visto cavarsela in condizioni abbastanza estreme e pochi come me possono creare delle situazioni così al limite per il lavoro (ride, n.d.r.)».

Se crescere e confrontarsi è il vantaggio di lavorare con lo stesso produttore, i ricordi costringono a fare i conti con se stessi e a riscoprirsi. Come accade in 20 Days of Summer, brano che risale al 2018 al quale Marta ha trovato «forse» il vestito e il testo giusti. Come si evince dal singolo Alpha Centauri dove la cantante torna ai tempi del liceo e alla bolla in cui ci si ritrova a quattordici anni. « Da adolescente arrivi lì ci sono anche ragazzi di diciotto anni super impegnati politicamente e culturalmente. Per me è stata proprio una rivoluzione culturale interna. Dovevo sempre leggere di più, vedere più film, devi conoscere sempre più cose» rivela.

Ancora oggi, nel momento in cui scrive, non è l’idea del pubblico a spingerla a migliorare ogni singolo dettaglio. Che sia un testo da riscrivere, e per Dream Life ha lavorato molto sulle parole, o una partitura per gli ottoni, c’è sempre quella vocina lì che la rende unica nel nostro panorama musicale e che le ripete: “Questo è troppo basic”.

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