A$AP Rocky e “Don’t Be Dumb”: valeva la pena aspettare 8 anni?
Dopo tre giorni di ascolti la domanda sorge spontanea di fronte all’opera monstre dell’artista che passa con non-chalance da un genere all’altro. Sarà proprio questa leggerezza la chiave per comprendere il progetto?
A$AP Rocky
Dopo 8 anni belli e buoni, alla fine Don’t Be Dumb di A$AP Rocky è davvero uscito e la cosa non era così scontata. Inutile girarci intorno: all’inizio l’ascolto è stato tutt’altro che semplice. Un lavoro monstre di 17 tracce decisamente diverse l’una dall’altra (15 in un disco e 2 nel secondo), dove Rocky sembra volare da un genere all’altro con scioltezza (a volte, eccessiva). Punk, alternative rock, R&B, soul, jazz, classico hip hop. Leggero e disinvolto, proprio come appare nel video di HELICOPTER, il brano pubblicato qualche giorno fa.
Quindi la domanda è sorta spontanea in moltissimi fan: ne valeva la pena? Il continuo rimando dell’album per molti non ha aumentato l’hype, ma anzi ha inevitabilmente fatto scendere l’aspettiva. Eppure, dopo tre giorni di ascolti, molti brani rimangono in testa, quasi in maniera inaspettata perché non ci sono pezzi banger pazzeschi.
A$AP Rocky ha studiato il caos di “Don’t Be Dumb”?
È la non-chalance che contraddistingue A$AP Rocky che fa davvero chiedere: è un artista a cui viene tutto bene con facilità o un perfezionista incredibile che non pubblica niente se non è tutto come vuole lui? Lui stesso aveva dichiarato a Perfect di non voler pubblicare nulla se non fosse sicuro del risultato, perché non ha alcun interesse a essere semplicemente parte del discorso generale. E ancora: l’apparente caos di generi di Don’t Be Dumb è in realtà tutto studiato? A Variety, il rapper aveva confessato che parlare della propria vita gli sembrava molto presuntuoso, e voleva capire come dirlo in modo che risultasse più umile, comprensibile e sincero possibile.
Quel che è certo è che con Don’t Be Dumb A$AP Rocky non vuole seguire alcun trend, ma soltanto il suo gusto personale e questo contribuisce ad accrescere la sua aura incredibile. Dentro l’album sembra davvero di ritrovare tutte e sei le personalità dell’artista rappresentate da Tim Burton sulla copertina dell’album.
Un ritorno spiazzante
Dissa Drake in Stole Ya Flow? Probabile. Ma non è importante. Passare da una traccia come STFU, che pare una dei Prodigy degli anni 2000, a una come Robbery con il feat di Doechii e uno standard niente meno che del maestro Duke Ellington è davvero un bel salto.
Oppure farsi cullare da pezzi come WHISKEY (RELEASE ME) con Damon Albarn e Westside Gunn o STAY HERE 4 LIFE con Brent Fayaz ed essere poi catapultati in un trip noise come AIRFORCE (BLACK THE MARCO) è un altro salto quantico.
Di sicuro, questo di Rocky è un ritorno spiazzante, anche se il confronto con i suoi primi due album, LONG.LIVE.A$AP e AT.LONG.LAST.A$AP, appare piuttosto impari. Ma probabilmente è proprio questa sua voglia di sperimentare, a costo anche di perdere i suoi fan della prima ora, a essere l’aspetto più affascinante di Don’t Be Dumb.
