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Biennale Musica Venezia, la direttrice Ronchetti: «Enormi soddisfazioni ma dobbiamo raggiungere la visibilità di Arte e Cinema»

Si è conclusa domenica scorsa la 67esima edizione. Abbiamo fatto il punto con la direttrice sulla situazione italiana, sugli intenti di un festival, sul futuro della musica. Sul perché lei cambi sempre punto di osservazione della realtà

Autore Silvia Danielli
  • Il2 Novembre 2023
Biennale Musica Venezia, la direttrice Ronchetti: «Enormi soddisfazioni ma dobbiamo raggiungere la visibilità di Arte e Cinema»

Lucia Ronchetti, foto di Andrea Avezzù

Pronunci il nome Biennale Musica di Venezia e sai con certezza che stai entrando nel territorio della ricerca ai massimi livelli. Quest’anno la direzione artistica affidata a Lucia Ronchetti – per il terzo anno di seguito – ha scelto di dare attenzione primaria alla musica digitale, intitolando la 67edizione Micro Music, dal 16 al 29 ottobre. Una sfida anche per lei, compositrice di opere classiche-contemporanee. Premiata dai numeri e dall’entusiasmo nella risposta che abbiamo potuto toccare con mano.

Nella (un po’) folle serata degli Autechre di giovedì 26 ottobre, totalmente al buio e guidata solo dai loro idolatrati astrattismi musicali. In quella di Loraine James e Kode9 di venerdì 27, organizzata insieme al team Nero, godibilissima e ballabile, nella sua costruzione perfetta. «Kode 9 ovvero un critico, scrittore, il produttore più ricercato dell’ambiente IDM per la sua etichetta discografica Hyperdub» nelle parole della direttrice Ronchetti, che abbiamo incontrato.

E ancora, nel concerto sperimentale di Francesca Verunelli «la prima mondiale di una compositrice della più raffinata musica scritta di area colta», sempre per Lucia Ronchetti. «Per il suo primo lavoro di 70 minuti sono state coinvolte 10 istituzioni europee di altissimo livello, tra cui l’Ircam di Parigi e il Ministero di Cultura Francese. E quindi è interessante vedere come lei, giovane compositrice (che non ho scelto perché donna, ci tengo a specificarlo), abbia potuto ideare la sua elaborazione elettronica del suono strumentale».

La prima domanda fondamentale che abbiamo voluto farle è come mai la Biennale Musica di Venezia è sempre apparsa come la figlia minore – solo considerando solo la copertura mediatica e non certo il livello qualitativo – rispetto a Arte, Cinema e Architettura. Certo, quest’anno il picco di interesse è stato sicuramente raggiunto dalla consegna del Leone D’Oro a Brian Eno, un nome-una sicurezza, venuto anche in Laguna sabato 20 ottobre per uno spettacolo con l’orchestra, molto inusuale per lui. Insomma: non una domanda per attirare simpatia.

«La musica contemporanea in realtà è molto seguita e ha un’enorme attenzione nel mondo. Quella di area “colta” scritta ha un seguito straordinario e una critica decisamente attenta in Germania e la stessa cosa si può dire per la musica elettronica. Per esempio, il CTM a Berlino accoglie più di 60mila spettatori e non è un festival di serate rave, ma di una scena elettronica meditativa e una ritmica, che da decenni travalica il concetto di ballo. È un momento in realtà esaltante per la musica. Ma non in Italia».

Biennale Musica di Venezia, l’intervista alla direttrice Lucia Ronchetti

Club to Club, per fare un esempio in Italia, potrebbe essere una realtà paragonabile? Dove guarda la Biennale Musica di Venezia nel resto del mondo?
Certo, è importante fare paragoni e costruire connessioni tra le varie realtà organizzative italiane. La Biennale Musica è il festival dedicato alla musica contemporanea più antico del mondo. È il più riconosciuto e il più finanziato, ma questo non vuol dire che non deve interrogarsi e dialogare con gli altri festival, anzi è fondamentale. Quest’anno, con l’edizione dedicata al suono digitale, ho ricercato un orizzonte compositivo molto più ampio, analizzando a fondo i repertori dei festival dedicati alla scena elettronica. Esistono riconosciute istituzioni, come l’IRCAM di Parigi, che hanno grandi possibilità di ricerca e grandi sostegni, ma in realtà in questo momento, per comprendere la ricchezza di espressioni dell’elettronica bisogna guardare in ogni angolo del mondo. Lavori sintomatici e significativi possono originarsi anche nel deserto, grazie alle tecnologie diffuse e ai programmi open source di elaborazione del suono digitale.

Quale era il tuo scopo principale nella ricerca di queste realtà?
Mi sono detta subito che sarebbe stato impossibile essere esaustivi ed essere imparziali. Quello che ho presentato era un tentativo di complessità e completezza, ma sempre limitato. Volevo che ci fossero artisti da tutto il mondo, con formazione ed estrazione sociale differenti. Ho cercato ovunque e mi sono impegnata nell’ascolto e nella lettura con estrema attenzione, senza aver avuto contatti personali precedenti con questo immenso fronte compositivo. Sono convinta che la musica “attuale” non si possa presentare in festival “generalisti” e che sia necessario scegliere argomenti precisi ed approfondire a costo di sbagliare.

L’Italia e la musica contemporanea

Perché in Italia non viene data la giusta attenzione a questa musica?
Credo che stiamo assistendo a una progressiva decadenza della visione della musica in Italia a partire dagli anni ’60. Decadenza che si è radicalizzata con l’avvento di Silvio Berlusconi nella politica attiva. Il suo governo ha chiuso subito tre orchestre e due cori della RAI, ha levato a tantissimi musicisti la possibilità di lavorare. È stato terrificante, ma è stata solo la punta dell’iceberg di un processo involutivo di cui non abbiamo capito subito tutte le conseguenze. In questo contesto culturale, oggi un professore di conservatorio non è in grado di mantenere in maniera dignitosa se stesso e la propria famiglia, è un paria della società. Tutto questo perché la politica attuale ritiene che dalla cultura musicale si debba generare sempre un profitto immediato e ciò uccide la musica, la creatività e la ricerca.

Se pensiamo ai compositori del passato Verdi, Puccini, Rossini, Monteverdi, Palestrina e tanti altri, eseguiti in tutto il mondo, che continuano a portare in Italia tanto pubblico e contribuiscono alla nostra economia e alla fama del paese. Ma tutto ciò richiede tempo, tanto tempo. Quindi la Biennale Musica si inserisce proprio qui, nella necessità di creare un nuovo territorio fertile, dando molto ai compositori e senza chiedere nulla in cambio se non la loro creatività.

La filosofia della Biennale Musica di Venezia 2023

Che obiettivo potrebbe darsi la Biennale Musica di Venezia?
Riuscire a diventare una meta, una destinazione per ascoltatori che arrivano da tutto il mondo. E avere la stessa visibilità di Biennale Arte, Architettura e Cinema. Io credo che davvero potremmo cambiare il corso delle cose perché tutta la nuova generazione crede nel potere e nella necessità del linguaggio musicale. E devo dire che il presidente Roberto Cicutto mi ha sostenuto molto nel percorso di crescita del festival. Anche aver visto due volte il Teatro La Fenice sold out è stata un’enorme soddisfazione. Certo, Brian Eno è un nome di assoluto primo piano. Per me, però, svolgeva il ruolo di qualsiasi altro compositore del festival, chiamato a dare un messaggio al pubblico veneziano sulla bellezza del suono digitale. Abbiamo trattato tutti allo stesso modo: dalla giovanissima 23enne Lydia Krifka-Dobes al novantenne Morton Subotnick, passando per Brian Eno e John Zorn.

Ha scelto di chiedere ai compositori di presentare dei brani più lunghi del solito invece che tanti brevi: è rimasta soddisfatta?
I festival di musica contemporanea in genere vogliono presentare più brani possibile, per questo, più che per necessità compositive, è stata ridotta progressivamente la lunghezza dei lavori. A volte capita che in un concerto vengano presentati 7 nuovi pezzi, così l’ascolto diventa complesso e non può che allontanare il pubblico. Io credo invece che l’ascoltatore debba uscire soddisfatto di aver sentito uno o due grandi lavori e che i concerti seduti non debbano durare troppo. Anche per il compositore è una sfida importante presentare un lavoro di 30’ o un’ora: sa di dover dare il massimo, ne sente la responsabilità.

Venezia al centro della musica

Lucia, ho letto che ama cambiare hotel ogni volta a Venezia perché le piace riuscire a entrare nel vero spirito dei quartieri per poi trasferirlo nella proposta musicale del festival. Mi potrebbe fare un esempio di quello che ha scoperto?
Credo che un festival di musica possa funzionare solo così: se l’organizzatore riesce a raccontare la città e la sua storia e ne riesce a prospettare un futuro. Se no, non ha senso. Il mio festival è una ribellione contro tutti i festival dove sono andata come compositore e non avevano quello scopo. Sono andata raminga in tante città dove avevo solo il tempo di seguire le prove e la prima e i concerti non erano collegati con la storia e la cultura del luogo. Questo non accade nei festival dove la città è strettamente legata al compositore come Lipsia è per Bach. Venezia è una delle città più importanti al mondo per la musica e gli artisti che arrivano dall’Inghilterra o dall’America spesso non lo sanno. Ma ciò che fanno come compositori ha le origini in questa magica città.

In che senso?
I musicisti a Venezia nel 1500 avevano ottime condizioni di lavoro per cui riuscivano a dedicarsi a partiture sperimentali, fondamentali per il futuro. San Marco aveva un’orchestra fissa, un coro di adulti, uno di bambini, 4 diversi organi e i musicisti erano stipendiati ed erano tutti sindacalizzati. L’intera collettività della città collaborava con San Marco, per fabbricare e restaurare gli strumenti e stampare le partiture. Da lì è nata la storia della musica attuale, perché i compositori di talento potevano lavorare ai loro progetti compositivi e sopravvivere economicamente! Oggi un compositore deve per forza anche insegnare.

È molto importante sottolineare però che i veneziani subirono anche delle sconfitte acustiche nelle loro invasioni. In area orientale i soldati difendevano il loro territorio con lunghi continuum ritmici ossessivi di strumenti a fiato acutissimi che stordivano i veneziani. Poi passavano a ritmi percussivi così gravi che penetravano il loro corpo e li facevano tremare. I veneziani hanno voluto riportare a Venezia parte di queste percussioni, come trofeo di guerra o oggetto di studio, e al museo Correr si può vedere una collezione di questi strumenti del 1500.

Tutto questo per dire che il beat ha un’origine probabilmente orientale, importata e penetrata nella nostra cultura profondamente. E gli Autechre nella loro elaborazione raffinata di origine techno si inseriscono perfettamente in questa tradizione. Non è un caso che la Biennale Musica sia nata proprio in questa città che sollecita i direttori artistici a capire meglio passato e futuro della ricerca musicale e a creare sempre ponti possibili. Certo poi c’è stato un momento di tragica decadenza con l’occupazione napoleonica e lì i manoscritti musicali venivano utilizzati per avvolgere il pesce!

Io credo che oggi in realtà ci sia un grande rinascimento. Venezia rimane una città centrale per la musica, con tutti i luoghi meravigliosi che possiede, dall’Arsenale al teatro Malibran, a Ca’ Giustinian. Poi tutto quello che stiamo scoprendo a Mestre con Forte Marghera e il Teatro del Parco.

Il futuro della musica

Con l’organizzazione di questo programma è cambiata la sua idea di futuro della musica?
Noi compositori siamo sempre chiusi in una stanza per dedicarci a grandi lavori, nel mio caso operistici. La cosa più importante quando andiamo in un albergo è soprattutto avere il tavolo rettangolare in camera perché abbiamo bisogno di spazio per scrivere la partitura, giusto per fare un esempio. La mia visione è quindi molto limitata ma sono sicura, dopo questo festival, che la musica digitale, generata dalle nuove tecnologie, rappresenta il futuro. Ed è un futuro fertile e bellissimo di cui non dobbiamo avere paura.

Perché l’uomo ci sarà sempre.
Certo. Continueranno a sopravvivere, anche le grandi istituzioni del passato continueranno ad esistere accanto al nuovo che avanza e che rispetta le antiche istituzioni. Nel festival si sono tenuti dei concerti davvero appaganti dal punto di vista dell’esperienza dell’ascolto, come quello di Marcus Schmickler, che ha fatto entrare il pubblico dentro alla campana virtuale di Santa Maria dei Carmini con solo delle luci che rappresentavano il batacchio. È stato straordinario, non c’era bisogno di altro. L’ascolto sarà sempre più sofisticato, più collettivo e anche più individuale. L’ascolto in cuffia rimarrà uno dei grandi piaceri della vita ma cercheremo sempre la condivisione con gli altri in concerti collettivi. Gli aspetti visivi non saranno così importanti come sembrano essere oggi in molti concerti live, perché le prospettive che apre il suono digitale sono travolgenti. Non a caso gli Autechre se suonano al buio entusiasmano allo stesso modo.

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