Drake a Milano: vera sostanza o FOMO negli occhi?
Uno show che pur nella sua apparente semplicità lascia addosso la sensazione di aver assistito a un evento stra-ordinario, di quelli a cui non si poteva mancare. Resterebbe solo da chiedersi se per il concerto in sé o per l’aura potentissima del rapper canadese

Drake in concerto a Milano
La prima sensazione che si ha varcando la soglia di Assago in un’uggiosa serata di fine estate è che la settimana della moda sia arrivata in anticipo e che dalle vie patinate del centro si sia spostata in questo piccolo comune a sud della città. L’occasione, del resto, è una di quelle importanti: il debutto di Drake in Italia, che ieri sera è atterrato – con il suo omonimo e per nulla vistoso jet privato – a Milano per la prima delle sue quattro date all’Unipol Forum, che come mai prima è apparso come un gigantesco melting pot di lingue e culture diverse.
Tutti – tranne me e i ragazzini che non aspettano altro che i moshpit – hanno scelto il loro look più stiloso e meno comodo per dare il benvenuto al loro 6 God, la superstar d’oltreoceano per eccellenza, uno dei nomi innegabilmente più influenti degli anni 2000 non solo della musica, ma della cultura pop in generale, detentore del titolo di artista di maggior successo commerciale del XXI secondo Billboard. Un dettaglio, questo, che potrebbe sembrare terribilmente irrilevante, ma che è un’ottima cartina tornasole stavolta dell’ultima sensazione che si avrà uscendo dal palazzetto, ossia quella di aver assistito alla celebrazione del culto dell’apparenza.
PARTYNEXDOOR, co-headliner o sbilanciato riempitivo?
Per intenderci: in una scala che va da 0 al listening party di Kanye West, il concerto di Drake – con un veloce intermezzo di PARTYNEXTDOOR, che più che da pari di Drizzy funge da sbilanciatissimo e dimenticabile riempitivo messo lì non per effettiva continuità – che anzi, spezza facendo drasticamente calare l’attenzione del pubblico, già soddisfatto di aver ascoltato i brani più famosi che Drake si gioca già a inizio concerto -, ma giusto per concedere al collega un cambio di outfit e un po’ di respiro dopo aver corso da un palco a uno spalto (insomma, tutto ciò che non deve essere un concerto in co-headlining: vedere alla voce Kendrick Lamar e SZA), e di cui infatti parleremo qui e mai più – si posiziona giusto qualche gradino sotto. E solo perché Drake performa.
Lo show di Drake a Milano è la quintessenza del performativo
E “performativo” è proprio l’aggettivo che useremmo per descrivere lo show di Drake a Milano: tutto è prestazionale nella sua essenza più pura. Lo è il palco: una bella intuizione, un anello trasparente che permette una visuale perfetta a 360° sempre, illuminato da un bellissimo gioco di luci che valorizzano lo spazio e che non ha bisogno di scenografia perché lo è esso stesso. Vicinissimo alle persone e senza alcun tipo di transenna, che facilita il flusso del pubblico nel parterre, che non è statico, ma segue il nostro liberamente in tutti i suoi movimenti. E – soprattutto – che regala dei grandi content per i social.
Lo è la sua notoria ossessione per l’Italia (e in generale per l’appropriazione culturale), che a più riprese lo porta ad avvolgersi nel tricolore, a sottolineare quanto si senta italiano (“Ogni sera a Toronto mangio in un ristorante italiano, penso che dovrei avere il passaporto”, dice Drake al pubblico di Milano) e a ribadire che questa – sì, proprio questa, in un palazzetto dell’hinterland milanese di fronte a 15mila persone, ad occhio e croce probabilmente un terzo di quelle a cui è abituato – è la serata più importante e emozionante della sua vita.
Un sogno che finalmente si realizza, una promessa mantenuta alla madre che gli ha trasmesso l’amore per il nostro Paese, quella in cui ha trovato “il miglior pubblico di tutta la sua carriera” (come disse una volta uno dei più grandi poeti italiani contemporanei “non ho mai creduto quando il cantante diceva siete il miglior pubblico che abbia mai avuto”).
Kendrick Lamar e Drake: due modi diversi di intendere il live
Lo è il suo costante contatto con la gente, a cui si mostra vicinissimo ma da cui neanche troppo velatamente ama farsi venerare come un dio (e infatti sul palco è sempre da solo, uno e trino, lui, lui stesso e lui medesimo, anche quando lo condivide con PARTYNEXTDOOR): irraggiungibile ma non troppo (utopisticamente, s’intende), alieno ma comunque abbastanza umano da creare anche solo una piccola crepa in quel muro di inviolabilità che lo circonda. Come direbbe il possessore originario del suo ultimo acquisto a cinque zeri: All Eyez On Me. Come direbbe la mia psicoterapeuta: potrai pure essere Drake, ma il bisogno di sentirsi validati non passa mai.
E anche questo, del resto, è una delle grandi differenze col suo nemico giurato (ah, se ve lo steste chiedendo no, nessuna traccia del dissing è presente in scaletta: ostentata superiorità o presa coscienza della sconfitta? Scegliete voi). Se Kendrick Lamar è infatti quasi assente nei confronti del pubblico – da cui mantiene rigidamente le distanze e con cui l’interazione rasenta lo 0 -, prediligendo una concentrazione ai limiti dello stoicismo e la precisione chirurgica delle rime anche nei momenti più adrenalinici dello show, Drake è un intrattenitore nato, un uomo di spettacolo fatto e finito che non lesina a concedersi e che non punta di certo alla perfezione nel rappare.
Drake a Milano, un peopl’es champ dall’aura potentissima
Tra una hit e l’altra – da Marvins Room a Hotline Bling, passando per Teenage Fever, Jungle, Sicko Mode, God’s Plan, In My Feelings, IDGAF e moltissime altre ancora – con cui ripercorre tre lustri di carriera e che sono insindacabilmente scolpite nella pietra della musica, Drizzy si lascia andare a lunghi ringraziamenti a profusione, esortazioni a mandare a fanculo i propri ex “che ci hanno fatto perdere tempo e soldi” con tanto di nomi gridati al cielo nel momento di You Broke My Heart prima e inviti ad abbracciare una vita di amore sul finale con l’evocativa Yebba’s Heartbreak poi e promesse che se questa è la prima volta in Italia, di certo non sarà l’ultima (anche perché, come svela, in questi giorni nel suo hotel sul lago di Como sta lavorando al suo nuovo album).
Il rischio di tutto ciò, però, è che la continua ossessione nel cercare di essere il più di tutto – il più empatico, il più stiloso, il più amato, il più ascoltato – durante lo spettacolo metta in secondo piano l’unica cosa che conta davvero (e che Drake, nel suo, è, senza se e senza ma): l’essere il più bravo. Ciò a cui ci siamo trovati di fronte ieri sera, infatti, è un artista che nonostante il tentativo di essere un people’s champ mantiene indubbiamente un’aura potentissima, di quelle che solo pochi al mondo attualmente possono vantare, e uno show che pur nella sua apparente semplicità ti lascia addosso la sensazione di aver assistito a un evento stra-ordinario, di quelli a cui non si poteva mancare. Resterebbe da chiedersi se per l’effettiva sostanza o per lo status di Drake e se, in fondo, la risposta sia davvero così importante.