Kid Yugi: l’eroe è morto, viva l’eroe
La grande bugia del secolo, i CCCP, Dostoevskij, il conflitto con se stesso e il mondo che lo circonda, la consapevolezza che non esistono idoli: il rapper di Massafra ci ha raccontato il suo terzo attesissimo album
Kid Yugi, foto di Alessio Mariano
Chi è davvero eroe nella società di oggi in cui tutti si ergono a idoli? Una domanda con una risposta di certo non semplice, ma del resto a Kid Yugi delle cose facili non se ne è mai fatto niente. Se, come ci raccontava in occasione dell’uscita de I Nomi del Diavolo, la complessità era il suo atto sovversivo per restare, in Anche gli eroi muoiono, il suo nuovo album in uscita venerdì 30 gennaio, l’analisi si spinge ancora un po’ più in là.
Mentre The Globe – il suo incredibile esordio del 2022 – alzava il sipario sulla vita di un giovane di una provincia dimenticata da chissà quale Dio, e I Nomi del Diavolo infilava una lama nelle piaghe scoperte della società e in quelle più nascoste dell’essere umano, in questo disco le maschere dell’ipocrisia cadono in modo impietoso, con il rapper di Massafra che disseziona «le bugie che ogni giorno ingoiamo», ma senza «la pretesa di avere la verità in tasca».
La bugia che gli dà più fastidio? «Il concetto di finta meritocrazia», come racconta durante la conferenza stampa di presentazione del disco. «Ormai una persona vale in base a quello che può produrre in termini economici. Non c’è più nessun valore che trascende la capacità di arricchirsi». Un concetto nettamente in contrasto coi valori capitalistici che il rap odierno promuove. La riflessione di Kid Yugi si muove infatti tra i valori reali e quelli imposti da una società ormai marcia anche nelle fondamenta, «quella dei consumi, che promuove l’individualismo e glorifica l’egoismo, la società che ha sacrificato i valori della giustizia sostituendoli con quelli del merito, è riuscita ad amalgamare i due assoluti», come recita un magistrale Filippo Timi nel trailer che ha anticipato l’annuncio di Anche gli eroi muoiono.
Kid Yugi: «Il mondo odierno è opprimente rispetto all’individuo»
«Il mondo odierno è opprimente rispetto all’individuo», continua Kid Yugi. «Siamo una pedina in mano alla società, e non il contrario. Arriva un punto in cui l’essere umano è così stremato che ha bisogno di lasciarsi andare alla violenza, che il più delle volte è quella verso se stessi, ma che deve essere trasformata in arte o in qualcosa di buono».
Il conflitto è infatti una tensione centrale nel disco. C’è quello interno espresso in Davide e Golia, punto più alto dell’album e – come ci ha abituati sin da The Globe – chiusura magniloquente in cui si tirano le somme ed è insieme domanda e risoluzione. «In quella traccia pensavo di far capire quanto ogni essere umano è entrambe le parti», spiega Kid Yugi. «C’è una condizione di ineluttabilità che accomuna tutti gli esseri umani: è una microviolenza interiore. Non siamo parte del conflitto: siamo il conflitto, siamo sia Davide che Golia».
Il conflitto col mondo esterno trova spazio in Per il sangue versato, una canzone potentissima dedicata a tutti i ragazzi che si sono persi a causa di scelte sbagliate e che inizia in modo quasi lapidario. “Vendetta, paura, violenza, prevaricazione e odio. Onore e rispetto, assenza di perdono. Davvero ci è rimasto solo questo? Davvero non riusciamo a fare meglio?”. «Per noi la violenza è quella delle strade, mentre fuori è esacerbata in guerre terrificanti. Non penso di essere nella posizione di insegnare niente a nessuno, ma voglio dire ai ragazzi che si perdono dietro dinamiche che magari neanche gli appartengono che non ha senso rovinarsi la vita per qualcosa. La strada è il luogo più ipocrita che abbia mai visto nella mia vita».
Lottare per o contro qualcosa, del resto, per Kid Yugi è una cosa connaturata agli esseri umani. In Per te che lotto parla a una delle persone più importanti della sua vita, sua sorella. «È finita in ospedale per un problema di salute. Io e la mia famiglia ci spaventammo tantissimo», rivela. «C’è una frase di 900 di Baricco: uno dei protagonisti dice che se sai suonare una tromba e una nave sta affondando non puoi fare tanto. Io non sono medico, mia sorella stava male, questa cosa stava monopolizzando i miei pensieri. Mi sentivo impotente rispetto alla gravità della situazione. Nella vita, quando ci guardiamo indietro a un periodo buio, è difficile ricordare la sofferenza, ma quella sofferenza è ancora dentro di noi».
«Combatto contro me stesso»
Quando gli chiediamo qual è oggi la sua battaglia, la risposta è istintiva ma ragionata. «Quella contro me stesso. Quando si spengono le luci e rimani da solo, ci sarà sempre un momento in cui dovrai fare i conti con te stesso, le aspettative che hai creato e ciò che sei davvero. Sicuramente combatto anche contro il mio temperamento, che è abbastanza timido ed evasivo e si scontra con il ruolo che ho e che mi vede sotto i riflettori. Questa è una cosa che soffro molto».
Lo spiega bene nell’intro del disco, L’ultimo a cadere, un brano giocato sulla dicotomia interno-esterno, «il me che si guarda dentro e il me che è proiettato verso l’esterno», che indaga il passaggio da Francesco a Kid Yugi e la difficoltà a riconoscersi fino ad arrivare al disprezzo. “Odio ciò che sono diventato, evito gli specchi / Mi sento in colpa per i miei successi / Odiavo i ricchi perché odiavo essere povero / Ora li odio ancora perché sono uno di loro”. Il pezzo si apre simbolicamente con la voce di Giovanni Lindo Ferretti e uno speech tratto da Occitania. «Sono cresciuto ascoltando i CCCP, mi sono sempre piaciuti molto. Ho voluto riprendere quel pezzo in primis perché era un gancio incredibile, e poi perché è rappresentativo di quanto il bigottismo e l’essere radicale è sembrato una costante per tutti gli uomini che hanno scritto la storia».
Kid Yugi: «Dostoevskij è il romanziere che ha avuto più influenza su di me»
Non solo i CCCP: tra i riferimenti di Yugi per il suo nuovo album ci sono anche Guccini – «l’ho ascoltato molto» -, Tsukamoto (Bullet Ballet) e, ovviamente, Dostoevskij, la sua «orsa polare» e «il romanziere che ha avuto più influenza su di me. Quando a 13 anni lessi per la prima volta Delitto e castigo, pur non capendoci niente, mi arrivò qualcosa della sua sofferenza. Se un russo vissuto 200 anni fa può parlare a un ragazzo di Massafra di oggi significa che le parole hanno un ruolo più potente di quanto pensiamo. Non ha eroi nei suoi romanzi, o quelli che ha sono eroi umani. Ho cercato di farlo anche io nel mio piccolo».
Oltre alle bugie, in Anche gli eroi muoiono trovato spazio i paradossi, perché «la vita stessa è un paradosso», anche se «chi si perde troppo nei pensieri non cambia il mondo perché finisci per annegarci», sostiene lui. «Le persone sono distrutte dal peso delle aspettative che non potranno mai soddisfare. Sappiamo dove potremmo tendere, ma sappiamo anche di non riuscire a farlo».
Insomma, quella di Kid Yugi si rivela per l’ennesima volta una lucidità non scontata, che nasce anche dall’idea che «l’intelligenza è sapere chi si è», come gli ha detto una persona che stima molto. Un pensiero che trasla anche su eventuali cambi di rotta, che per ora restano ben lontani, come quello verso Sanremo. «Sarei uno stupido a pensare di poter competere con qualcuno che sa cantare. Non mi vedo, perché non ho ancora capito in base a cosa si giudicano le canzoni. Sono molto geloso della mia musica, soffro un po’ quando viene giudicata a livello numerico».
Nessuno può essere un idolo
Nonostante il fil rouge dell’anti idolo che ritorna fino a dissolversi, Anche gli eroi muoiono non è una chiusura della trilogia. «Lo interpreto più come essere maggiormente esaustivi su quel concetto», spiega Kid Yugi. «The Globe l’ho scritto che ero un emerito sconosciuto. Ora la gente mi considera come se fossi un supereroe. Queste aspettative mi distruggono. Non penso di essere un supereroe. Anzi, poi quando l’immagine che molti hanno di me, soprattutto i più piccoli, si scontra con l’immagine che io percepisco di me stesso. Questa cosa è una continua autoflagellazione».
Anche gli eroi muoiono, dunque, non è la morte dell’anti-idolo, ma è un’affermazione totale che nessuno può essere un idolo: siamo tutti solo esseri umani, e va bene così. «Se c’è stato un idolo, nella storia, credo sia stato Gesù, ovvero uno che si uccide per salvare tutti gli altri. E io non lo sono».
