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Oggi lasceremmo ad Amy Winehouse il tempo di diventare se stessa?

Ottobre segna gli anniversari di “Frank” e “Back to Black”. L’immagine della cantante ci fa ragionare su quanto sia facile riconoscere uno stile a posteriori e quanto poco spazio lasciamo, invece, a chi lo sta ancora cercando

  • Il15 Ottobre 2026
Oggi lasceremmo ad Amy Winehouse il tempo di diventare se stessa?

Amy Winehouse, foto di Denis O'Regan

Per parecchi anni, durante la mia adolescenza, mi è bastata una linea di eyeliner molto marcata per collegare subito i miei tentativi di make-up davanti allo specchio in cameretta a una ragazza che, in comune con me, aveva probabilmente solo quella linea nera e la voglia quasi necessaria di capire chi fosse. Vent’anni dopo l’uscita di Back to Black, il potere comunicativo ed evocativo della sua immagine non si esaurisce: ancora oggi, infatti, basta quella semplice linea nera per pensare ad Amy Winehouse. 

Il trucco, la cotonatura, i tatuaggi, le ballerine. Sono solo pochi dettagli che noi tutti abbiamo imparato a riconoscere anche separati da lei. Forse è proprio la familiarità di quest’immagine a farci scordare che è esistito, però, anche un prima. Amy Winehouse non è arrivata con tutti i tratti che oggi la rendono riconoscibile già al loro posto. Come tante altre ventenni, è stata una ragazza che girava mercatini e sceglieva come vestirsi, con le sue insicurezze e i suoi dubbi su come presentarsi al mondo, esplorando tutte le possibilità della sua immagine. 

Ci ricordiamo talmente bene com’era la “versione ufficiale” di Amy che sembra impossibile immaginarla mentre ancora decide come vuole essere. Anche le fotografie degli inizi finiscono per essere guardate così. Cerchiamo ciò che anticipa l’Amy Winehouse che conosciamo, come se tutto dovesse per forza portarci lì. Eppure, a diciannove anni, si può amare una cosa e poi stancarsene, provare un vestito e sentirsi ridicole, trovare una fotografia in cui ci si odia e subito dopo una in cui, forse, finalmente piacersi. Ma se questi passaggi ce li concediamo quando riguardano noi stessi, possiamo concederli anche agli artisti che guardiamo da fuori, senza sapere ancora cosa diventeranno? 

Inoltre, spesso, proprio perché sappiamo riconoscere così bene quell’immagine, finiamo per pensare anche di capirla. Zahra Hankir, autrice di Eyeliner: A Cultural History, osserva come le linee di Amy diventassero più marcate con l’aumentare della fama e vi legge una possibile forma di protezione, legata anche alle insicurezze sul proprio aspetto. È sicuramente un’interpretazione, ma apre una domanda sul significato di qualcosa che siamo abituati a guardare soprattutto come un suo tratto distintivo. Io davanti allo specchio ci vedevo Amy; quella linea bastava a farmi pensare a lei, ma non di certo a capire cosa significasse per lei indossarla.

Amy Winehouse, un rapporto incerto con la propria immagine

Di quel rapporto ancora incerto con la propria immagine racconta anche Charles Moriarty, che scattò quella che poi divenne la copertina di Frank. Amy gli parlava proprio delle fotografie in cui non si riconosceva. “Era timida davanti alla macchina fotografica e insicura”, ricorda. La descrive in quella fase, tra la fine dell’adolescenza e l’inizio dei vent’anni, in cui si sta ancora imparando a sentirsi a proprio agio con sé stessi. La fotografia con i due Scottish Terrier, scelta da Amy per la copertina, nacque per caso durante un giro per Londra.

I due tornarono poi a scattare insieme a New York, sempre prima che Frank uscisse nell’ottobre del 2003. In quelle immagini c’era già il suo celebre Beehive disordinato. Questo forse toglie qualcosa all’idea della trasformazione improvvisa con Back to Black nell’ottobre del 2006. Amy aveva dei gusti già prima, dei riferimenti, delle immagini che voleva provare. Il rapporto tra quell’aspetto e la sua musica si sarebbe precisato nel tempo. Noi oggi vediamo una coerenza che, allora, si stava ancora formando.

Quando parliamo dell’immagine di un’artista, però, tendiamo a valutarla come se dovesse essere da subito risolta. Ogni tentativo diventa già qualcosa su cui esprimersi, anche quando chi lo porta sta ancora cercando di capire se gli somiglia. Ci chiediamo se funziona, se è abbastanza personale, se ci ricorda già qualcuno. Poi, appena diventa familiare, cominciamo ad aspettarci un cambiamento. Eppure, un tratto diventa riconoscibile attraverso la sua ripetizione. È il continuo indossarlo, anche contro le mode e le tendenze, che può renderlo quasi atemporale, pur restando cucito addosso a una persona sola. L’eyeliner di Amy continua a rimandarci a lei anche quando, su qualcun altro, viene magari considerato ormai fuori moda.

Forse chiediamo agli artisti di avere un gusto personale, riconoscibile e anche accattivante, ma facciamo fatica ad accettare il momento in cui quel gusto si sta ancora formando. Vorremmo riconoscerli subito, possibilmente senza averli già visti altrove. Una richiesta difficile da conciliare con la libertà di provare qualcosa che ancora non funziona, o di continuare a indossare qualcosa che agli altri ha già stancato. 

Ad Amy, oggi, riconosciamo una libertà che, anche durante la sua vita, è stata spesso attaccata. La celebriamo a posteriori, mentre facciamo fatica a concederla agli artisti che stanno ancora cercando la propria immagine. L’eyeliner esagerato, i capelli, gli accostamenti: adesso tutto ci sembra giusto perché sappiamo di chi stiamo parlando, e forse anche perché lo guardiamo con una leggera patina di nostalgia. Sappiamo che quella ragazza avrebbe fatto Back to Black e tanto altro per cui venir ricordata. Senza questa informazione però, avremmo guardato le stesse scelte con altrettanta convinzione? Non possiamo saperlo, ma possiamo accorgerci di quanto il nostro giudizio dipenda dal successo arrivato dopo. Forse, però, è troppo facile riconoscere un gusto personale quando è già stato approvato da tutti e sopravvissuto al tempo.

Per questo mi interessa il momento che viene prima. Quello in cui una scelta non ha ancora dimostrato di essere quella giusta e nessuno sa se verrà ricordata. Continuiamo a cercare artisti con un’immagine forte, personale, immediatamente riconoscibile. Ma quanto siamo disposti ad aspettare mentre la costruiscono?

Articolo di Giorgia Calia

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