Come la musica e l’abbigliamento hanno contribuito a creare il linguaggio delle proteste
Dall’orchestra che suona sotto i lacrimogeni a Parigi ai simboli che hanno attraversato intere generazioni: come abbigliamento e musica hanno contribuito a costruire il linguaggio delle mobilitazioni
Parigi, 17 ottobre. In Place de la République circa 500 musicisti si riuniscono per sostenere le proteste studentesche e sociali che stanno attraversando la Francia. Sono i membri dell’Orchestre du Nouveau Monde e nel loro repertorio ci sono Bella Ciao, il tema degli Avengers e The Hanging Tree, dalla saga di Hunger Games. Quando la polizia interviene con i lacrimogeni, la folla comincia a disperdersi. Ma l’orchestra continua a suonare per diversi minuti, prima di essere costretta a fermarsi. A colpire è il contrasto stridente tra la musica e quello che accade tutt’intorno, ma ancora di più la scelta di quei musicisti. Essere lì, in mezzo a una manifestazione, a sostenere una causa attraverso gli strumenti che ogni giorno hanno tra le mani.
La musica ha spesso trovato il proprio posto nelle piazze, diventando parte integrante delle proteste che le attraversavano. Durante il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti, We Shall Overcome veniva cantata nelle marce, nei raduni e nei momenti in cui i manifestanti dovevano affrontare intimidazioni e violenze. Quelle persone chiedevano la fine della segregazione razziale e il riconoscimento di diritti fondamentali. Cantare insieme significava trovare il coraggio di continuare, anche quando farlo comportava rischi concreti. La musica diventava così qualcosa che apparteneva alla protesta stessa, capace di sostenere chi vi prendeva parte e di far arrivare quelle rivendicazioni ben oltre i confini della piazza.
I simboli delle proteste
L’abbigliamento ha fatto qualcosa di simile, permettendo alle rivendicazioni di essere riconosciute anche nel silenzio. In Argentina, il fazzoletto verde è diventato il simbolo della lotta per il diritto all’aborto legale, sicuro e gratuito, raccogliendo l’eredità dei fazzoletti bianchi delle Madri di Plaza de Mayo. Un semplice pezzo di stoffa, indossato al collo o legato a una borsa, si è trasformato in una dichiarazione pubblica potente. In grado di portare un messaggio politico nella quotidianità. Perché scegliere cosa indossare può significare anche scegliere da che parte stare, rendendo visibile una posizione senza dover pronunciare una parola.
Il discorso vale anche per le canzoni che risuonavano, pochi giorni fa, in Place de la République. Brani lontanissimi tra loro che, in quella piazza, hanno finito per parlare la stessa lingua. Il significato politico di un’opera non è impresso una volta per tutte nelle sue parole o nella sua partitura originaria. Nasce dalle circostanze in cui viene utilizzata, dalle persone che la scelgono e dalle ragioni che le spingono a farlo. Una colonna sonora pensata per il cinema può così diventare l’inno di una protesta, senza che sia necessario cambiarne una sola nota.
La moda e la musica contribuiscono alla storia delle mobilitazioni
Moda e musica contribuiscono alla storia delle proteste soprattutto grazie alla loro capacità di sopravvivere ai luoghi e ai momenti in cui nascono. Bella Ciao ha attraversato generazioni e Paesi, diventando un riferimento per movimenti distanti anni luce dalla Resistenza italiana. Così come il fazzoletto verde ha accompagnato le battaglie per i diritti in diversi Stati dell’America Latina. Canzoni e simboli passano di mano in mano, vengono ripresi e reinterpretati, trovando nuovi significati senza cancellare quelli precedenti. È proprio questa plasticità, questa capacità di appartenere a storie differenti, a permettere a certi messaggi di continuare a vivere nel tempo.
C’è però un rovescio della medaglia. Quando un simbolo entra nella cultura popolare, non è detto che la sua storia continui a viaggiare insieme a lui. Possiamo conoscere una canzone a memoria senza sapere perché sia stata cantata la prima volta, o sposare un’estetica di ribellione ignorando le lotte da cui proviene. Non significa che quel simbolo abbia perso valore. Piuttosto, suggerisce che ogni generazione sceglie cosa conservare e cosa trasformare di ciò che eredita. Resta da chiedersi cosa rimanga davvero di una protesta quando i suoi elementi diventano familiari anche a chi non ne ha mai condiviso, o compreso, le ragioni profonde.
Le immagini delle proteste di Parigi interrogano anche su questo. I musicisti hanno partecipato a una mobilitazione utilizzando il proprio linguaggio, e le riprese della loro esibizione hanno portato quel gesto ben oltre la piazza. La musica ha permesso a quelle istanze di raggiungere un pubblico trasversale, usando una forma che non è quella della cronaca o del dibattito politico. Non si tratta solo di dare visibilità. Una melodia può avvicinarci a una realtà che sentivamo distante, renderci partecipi di un’emozione collettiva e spingerci a interrogarci sui motivi che l’hanno generata.
Attraverso un canto, un colore o un indumento, le persone continuano a trovare strade alternative per prendere posizione, riconoscersi e coinvolgere chi si trova ancora all’esterno di una battaglia. Guardando quei musicisti suonare in Place de la République viene da pensare a quante volte ciò che ascoltiamo o indossiamo assuma un significato immensamente più grande di quello che gli attribuiamo ogni giorno. A volte basta cambiare il contesto, altre volte serve una generazione intera. Ma dietro quegli schermi e dietro quei simboli rimangono, prima di tutto, persone che hanno scelto di usarli per dare voce a qualcosa in cui credevano.
Articolo di Giorgia Calia

