Bentornato Lewis Capaldi: il report del concerto di Milano
L’artista scozzese si è esibito a Fiera Milano Live incantando gli oltre ventimila spettatori presenti: la voce è in formissima, così come il suo mood ironico
C’è una legge non scritta che governa le scelte di outfit degli spettatori dei concerti. Non tutti la rispettano ma, chi lo fa, è come se assolvesse a un dovere morale. Si potrebbe inserire tra le superstizioni anche se non è chiaro cosa potrebbe andare storto in caso contrario. Fatto sta che a un concerto non si va con la t-shirt dell’artista in questione (al massimo la si compra al merch). Quando ieri sera tra i 23mila di Fiera Milano Live ho intravisto qualcuno con la maglietta degli Iron Maiden ho pensato che fosse la fotografia perfetta per descrivere l’attitudine di uno come Lewis Capaldi. Anzi, sono fermamente convinto che l’artista scozzese, se avesse saputo della contemporaneità del live della band metal a San Siro e avesse notato suddetti fan, ne avrebbe ricavato una battuta.
È il suo mood da stand up comedian a renderlo unico e a creare un contrasto divertentissimo tra la natura delle sue canzoni e il suo modo di essere sul palco. Sono bastati le due chiacchiere con il pubblico dopo i primi tre brani in scaletta Hollywood, Grace e Heavenly Kind State On Mind. Una battuta sul vestiario completamente cannato – la maglietta a righe, ma soprattutto a maniche lunghe che poco si addiceva al caldo infernale milanese – sulle sue origini italiane, sui Mondiali di calcio e poi sulla sua salute mentale. «Mi vedete sudare, ma mi sento molto bene. In quei momenti difficili credevo che non sarei più riuscito a stare su un palco» ha detto rivolgendosi agli spettatori, senza mai perdere il suo caratteristico tono ironico.
Basta la voce
Lewis Capaldi è uno di quegli artisti che ha un potere innato di calamitare l’attenzione del pubblico senza fare nulla. Gli basta essere sul palco davanti all’asta del microfono. Il live è quanto di più minimale si possa fare: zero visual e zero scenografie, solo lui e la sua band. Anche per questo la sua performance a quel punto diventa fondamentale perché è essenzialmente lui, senza alcun appoggio. Qualche volta la chitarra acustica o elettrica ad accompagnare il canto o al massimo qualche rarissima backing vocal dei suoi turnisti.
Dopo il lungo stop, una scelta del genere poteva rivelarsi suicida. E invece, Lewis Capaldi era in formissima. La sua voce non ha perso quella qualità unica di riuscire a ferire e guarire allo stesso tempo. Allo stesso modo delle sue canzoni: prendete un pezzo come Pointless, ieri sera reso più rock con un arrangiamento con protagonista la chitarra elettrica. Persino quando le cose si fanno davvero complicate e lui stesso mette un po’ “le mani avanti”, come nel caso di Fade, in realtà è tutto un modo per preparare il pubblico a un flusso di emozioni.
La voce non l’ha mai mollato ed è una componente essenziale per il tono dei suoi pezzi. «Stasera ho tante ballad d’amore» ha anticipato prima di Wish You the Best che è stata una delle numerose hit del live. Perché, nonostante il periodo di stop, Lewis Capaldi a Milano aveva comunque a disposizione due album ricchi di grandi successi. Addirittura, il debutto Divinely Uninspered to a Hellish Extent non è un delitto definirlo un no skip album. Almeno per chi ama il genere.
Before You Go
Uno dei momenti più emozionanti di ieri sera a Milano è stato durante Before You Go, quando Lewis Capaldi è stato accompagnato dai presenti. Insieme al gran finale di Somebody to Love, cantata da tutti dall’inizio alla fine, è stato il brano più coinvolgente. Prendendo spunto dal titolo della canzone, ci sono diversi accorgimenti che chiunque decida di andare a un concerto del cantante scozzese deve prendere in considerazione. Prima di andare a un live di Capaldi sappi che se hai il cuore spezzato probabilmente ti ritroverai sommerso da ricordi che non vorresti rivivere. Però, magari, riuscirai a esorcizzarli. Se invece sei al principio di una storia d’amore o la stai vivendo, è uno show che ha il potere di farti credere ancora di più in ciò che stai costruendo.
Tutto, comunque, senza prendersi troppo sul serio che, alla fine, ognuno sente a modo suo e prova in maniera differente. Lo stesso Lewis smorza subito il pathos al termine di ogni esibizione quando, un millisecondo dopo l’ultima nota, spesso mentre sta ancora risuonando, spara un “grazie” che ti fa tornare con i piedi per terra. Ognuno ha il suo momento del concerto: la sintesi che ha chiuso il cerchio ideale è stata The Day That I Die, tratto dal suo ultimo EP Survive. Al pianoforte Lewis ha (ri)toccato il fondo ed è risalito di nuovo, difronte a quasi trentamila spettatori e a una luna che di colpo ha fatto capolino nel cielo sereno di una qualsiasi notte milanese di giugno. Bentornato Lewis.

