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Con i piedi all’aria e la testa a terra: l’ossimoro anni ’90 dei Pixies a Milano

Al Parco della Musica la band statunitense ha trasportato il pubblico nel passato con un live senza pause e cellulari che ha ripercorso i 40 anni di carriera

  • Il15 Luglio 2026
Con i piedi all’aria e la testa a terra: l’ossimoro anni ’90 dei Pixies a Milano

Foto di Renato Anelli

Sono passate quasi due ore di concerto. Black Francis, dopo aver suonato la versione UK Surf di Wave of Mutilation, si è rimpossessato della chitarra acustica e tutto il pubblico capisce che sta arrivando quel momento. I Pixies però ingannano ancora per qualche minuto il Parco della Musica di Milano suonando la cover di Winterlong di Neil Young. È solo questione di un brano prima che risuonino gli accordi di Where is My Mind?. Di tutto il concerto, è l’unico momento in cui gran parte della gente alza il cellulare al cielo per immortalare la canzone che più di ogni altra ha contribuito a far conoscere la band anche alle generazioni che non l’hanno vissuta “in diretta”. Grazie alla stretta di mano del finale di Fight Club o persino alla cover pianistica di Maxence Cyrin.  

Non è stato un live per come oramai siamo abituati a viverli in questi ultimi quindici anni. La sensazione è che chiunque fosse presente ieri sera avesse come unico obiettivo quello di assaporare il momento, senza doverlo per forza farlo sapere ai followers. Sarà che l’evento più IN a Milano per tutti era quello di Bruno Mars a San Siro. E se anche fosse così, beh allora i Pixies erano perfetti per rappresentare ancora una volta la fetta degli sbagliati e dei rinnegati. Con i loro versi surreali, tra religione, scandalo e Luis Buñuel, che rivivono già dopo qualche minuto con Nimrod’Son – uno dei cinque brani della setlist tratti da Come On Pilgrim – e soprattutto il loro modo di fare sul palco. 

Black Francis, David Lovering, Joey Santiago ed Emma Richardson sono saliti, hanno spaccato e se ne sono andati salutando con le mani (in modo tenero quasi) e al massimo con qualche inchino. Zero parole, nemmeno un ciao. Questo loro atteggiamento, per nulla figlio di spocchia, ma di quell’inquietudine e introversione che li ha sempre contraddistinti, è come se si fosse trasmesso per osmosi al pubblico. Onde evitare qualsiasi tipo di associazione con l’età media, no. Non c’erano solo fan gen X della prima ora, ma anche Millennials e Gen Z che hanno assorbito un certo tipo di spirito.  

Gli anni Novanta, ma non come ce li fanno ricordare 

Siamo abituati a pensare agli anni Novanta come il periodo del pop-punk, dei The Jackass oppure a quello della musica house o del britpop. Probabilmente a causa di un immaginario collettivo che sta ripescando soprattutto la seconda metà di quel decennio. I Pixies fanno parte del lato più oscuro, quello a cavallo con gli Ottanta che prediligeva certi luoghi e suoni più sporchi e meno divertenti. O, al massimo, tristemente divertenti. Nella discografia della band statunitense i primi lavori sono irrinunciabili e, termine molto amato da certi critici, “seminali”. Dalle dinamiche, fino a certe linee melodiche che hanno plasmato non solo Kurt Cobain, ma anche i primi Radiohead. Pensate anche solo a Caribou.  

La setlist del tour dei loro trent’anni spazia e varia, ma al centro rimangono sempre quei tre dischi. Il già citato Come on Pilgrim, Surfer Rosa (il preferito di Dave Grohl) e Doolittle. Quest’ultimo è quello che nella data milanese ha ricevuto più spazio con ben otto pezzi. Il giro di basso di Here Comes Your Man rimane una di quelle cose per cui vale la pena pagare il biglietto. Emma Richardson non fa sentire troppo la mancanza di Kim Deal e viene messa subito al centro della scena. Una sorta di forma di riconoscimento, fin dall’opening dedicata a In Heaven (Lady in the Radiator Song) di David Lynch. Toccherà sempre a lei chiudere con la sempre emozionante Into the White.

Debaser invece è stato uno dei rigurgiti più punk della serata che ha stimolato anche qualche accenno di pogo. Probabile che chi li avesse già visti in passato, magari proprio negli anni Novanta, abbia notato un certo rallentamento nel ritmo, ma il brano che apriva il loro secondo album funziona in qualsiasi salsa. Merito anche di Joey Santiago che è apparso in formissima alla chitarra così come David Lovering alla batteria.  

Ossimoro

Al di là della sensazione da live d’altri tempi, c’è una cosa che emerge quando si ascoltano i Pixies. Sia dal vivo che su disco c’è questa costante impressione di trovarsi in bilico tra la luce e il buio. Un po’ come quando sul finale del live dopo le spiagge e il folk-punk di Isla de Incanta è andata in scena Tame con la sua accettazione di inadeguatezza. L’ossimoro è la figura retorica che meglio si addice alla band americana.  

Perché puoi pure tenere i piedi in aria illudendoti di liberare la testa tenendola ancorata a terra, ma subentreranno sempre certe domande accompagnati da suoni sinistri. Un po’ come l’oceano di Wave of Mutilation: luogo potenzialmente mortifero, a meno che tu non sappia surfare e scappare via dalle tentazioni autodistruttive.  

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