Il Be Alternative dimostra che un’altra idea di festival è possibile
Dal 31 luglio al 2 agosto il Lago Cecita, nel cuore del Parco Nazionale della Sila, è stato lo scenario perfetto per tre giorni di incontro tra musica e territorio, raccogliendo 7mila presenze
Foto di Aldo Torchia
Non appena ci si addentra nel Parco Nazionale della Sila, con la sua vegetazione fitta e selvaggia, e si varcano i cancelli del Be Alternative Festival – arrivato nel 2026 alla sua XVII edizione -, la sensazione è quella di ritrovarsi in un luogo in cui il tempo sembra essersi fermato mentre il mondo fuori corre veloce. Complice anche la dimensione più intima rispetto ai grandi festival a cui ci siamo abituati nelle metropoli, l’atmosfera è decisamente familiare, e non solo perché nel pubblico ci sono tantissime famiglia con bambini che giocano liberi (il festival ha una policy per cui, sotto i 10 anni, è previsto l’ingresso gratuito) – una cosa che accomuna i festival che si svolgono in mezzo alla natura, come il No Borders -, ma per il modo in cui operano le persone coinvolte nell’organizzazione della rassegna.
Oltre a sottolineare la bellezza del luogo (difficile non farlo, soprattutto quando, al tramonto, il lago si tinge con i colori del sole), infatti, tutti gli artisti presenti al Be Alternative – dai Subsonica (che continuano la celebrazione dei loro 30 anni di carriera tra sperimentazione, resistenza e impegno politico) a Daniele Silvestri (che sul palco ricorda l’anniversario della strage di Bologna e l’importanza che certi periodi neri non tornino), passando per i Mogwai, i Kings Of Convenience, Giorgio Poi, Marco Castello, Mille, Altea e Eman – ci tengono ad evidenziare il piacere e la voglia di esserci dato il rapporto che li lega alla terra e al festival stesso. Insomma, un coinvolgimento umano, oltre che professionale, che non si vede di certo tutti i giorni.

E umano, del resto, è l’aggettivo che meglio descrive il DNA di Be Alternative, una manifestazione che dimostra che un’altra idea di festival – tra una selezione musicale accurata, che entra in sinergia con il territorio – è davvero possibile. Ce lo racconta Fabrizio Cariati, direttore artistico della rassegna, che incontriamo in quello che tutti i presenti definiscono “il backstage più bello del mondo”, proprio perché allestito ai piedi del lago. «Noi scegliamo gli artisti anche in base a quanto si sposano con il luogo: direi che almeno il 70% della scelta dipende proprio da questo». Così come l’elettronica magnetica e labirintica di Altea dà il via al festival facendo entrare i presenti in una dimensione quasi mistica, il folk morbido dei Kigns Of Convenience decomprime prima che il post rock potente dei Mogwai accompagni il progressivo calare del sole.
Il luogo, infatti, è il cuore di tutto: «Nel 2021, cercavamo un posto naturale, dove poter organizzare un evento all’aperto. Passando da queste parti, abbiamo visto la chiesetta di San Lorenzo, che già conoscevamo, e il terreno dietro. Ci siamo detti: “Perché non farlo qui?”. Sembrava il contesto naturale perfetto. Così abbiamo organizzato la prima edizione qui nel 2021, con Ghemon e due artisti locali. Andò bene: ci furono circa 800 presenze. Da allora l’abbiamo ripetuta ogni anno. La cosa bella è che siamo riusciti ad amalgamarci molto bene con il territorio. Questo luogo, che prima era poco conosciuto, è diventato quasi un simbolo della Sila, anche come attrazione turistica».

Anche il numero di partecipanti è regolato nel rispetto del contesto naturale, con una capienza fissata a 2500 persone al giorno. Quest’anno poi il Festival ha registrato il suo record, con 7mila presenze registrate nei tre giorni. «Questi numeri confermano la crescita di un progetto che, anno dopo anno, sta definendo una propria identità sempre più precisa» dichiarano gli organizzatori di Be Alternative Festival. «Il dato più importante non è soltanto numerico: riguarda la qualità della partecipazione e il modo in cui il pubblico ha vissuto questo luogo. La sfida è portare in Calabria una programmazione musicale di rilievo nazionale e internazionale, costruendo intorno ai concerti le condizioni per conoscere il territorio durante l’intera giornata. È un percorso che richiede attenzione, cura organizzativa e una rete di collaborazioni sempre più ampia. La risposta ricevuta ci spinge a proseguire in questa direzione».
La frequentazione, come ci spiega Fabrizio Cariati, è per lo più locale, ma negli ultimi anni ci sono «parecchie persone che iniziano a venire da fuori regione e, quest’anno, anche dall’estero. Magari sono turisti già in Italia che scoprono il festival e decidono di partecipare, anche grazie al richiamo degli artisti internazionali. Notiamo quindi un buon numero di persone che scelgono di trascorrere una vacanza in Sila proprio in concomitanza con il festival. Questa è una cosa molto positiva, perché il festival si sta affermando sempre di più a livello nazionale e, pian piano, anche sullo scenario internazionale. La soddisfazione più grande è vedere che tanta gente torna ogni anno. Significa che siamo riusciti a creare una forte fidelizzazione».

Fondamentale, nella realizzazione di Be Alternative, è il rapporto con le realtà locali, che vengono coinvolte attivamente. «Dall’area food, con prodotti a chilometro zero, alle aziende del posto, abbiamo costruito una buona rete e, fortunatamente, siamo ben voluti. Abbiamo anche contribuito al ripristino della chiesa, ristrutturandola a nostre spese, perché rappresenta un luogo simbolico per la comunità locale. Da questo punto di vista, quindi, l’impatto del festival sul territorio è sicuramente positivo».
E sui sogni per il futuro, Fabrizio non ha dubbi: «Ci piacerebbe portare a Be Alternative gli Slowdive e Ben Harper. Di artisti italiani vedrei benissimo Vinicio Capossela».

