Interviste

Ed O’Brien: «Scrivere è stata una terapia. Con i Radiohead un rapporto splendido, ma non abbiamo nuova musica»

Il chitarrista inglese, che si esibirà al Teatro Lirico Giorgio Gaber di Milano a novembre, pubblica oggi il nuovo singolo “Abbeycwmhir”. Con lui abbiamo parlato del secondo album “Blue Morpho”, della lotta con la depressione e dell’appetito, per ora assopito, della band

  • Il9 Luglio 2026
Ed O’Brien: «Scrivere è stata una terapia. Con i Radiohead un rapporto splendido, ma non abbiamo nuova musica»

Foto di Steve Gullick

Può capitare a chiunque anzi, è proprio parte della vita di ognuno. Nonostante ciò, ci sono delle persone che, per il loro essere sempre rassicuranti ed estremamente gentili, non ti immagineresti mai possano perdersi nella selva oscura. Ed O’Brien è una di quelle. Vuoi anche per la sua statura e il suo fisico slanciato, è sempre stato una sorta di pilastro silenzioso per i Radiohead, anche quando con la svolta stilistica di Kid A e Amnesiac sembrava che la sua chitarra non servisse più. Fu lui il primo a comprendere e a credere nella bontà dei brani del gruppo e ad avere il coraggio di far girare le demo. Sono passati più di trent’anni da allora. L’artista britannico, ma di fiere origini irlandesi (le stesse che sembrano emergere quando prende posizione sulla Palestina), è da poco uscito dal periodo più buio della sua vita. 

Ed O’Brien ne parla in maniera lucidissima e senza alcun tipo di metafora durante l’intervista in videochiamata. Non riesce a fare a meno di citare Dante Alighieri e l’incipit del primo canto dell’Inferno. La guarigione stavolta, rispetto alla crisi del 1997, non è passata dai farmaci, ma da un ascolto del proprio corpo. Passeggiate a contatto con la natura nelle colline del Galles che a loro volta hanno alimentato di nuovo il suo desiderio di fare musica.

Ed O'Brien blue morpho intervista
Foto di Steve Gullick

I brani del suo secondo album Blue Morpho – anche se si potrebbe definire il suo secondo debutto solista – sono interconnessi con l’ambiente in cui sono stati scritti. Come Abbeycwmhir, b-side finalmente disponibile da oggi anche in digitale, ispirato all’omonimo villaggio gallese: «Un tempo lì sorgeva un monastero e si dice che sia il luogo di sepoltura dell’ultimo grande principe gallese. È davvero un paesino straordinario. Uno di quei luoghi che gli irlandesi definiscono thin places, dove il velo tra il mondo visibile e invisibile si fa più sottile». 

Ed O’Brien ha concepito Blue Morpho come un lavoro collettivo, a partire dalla collaborazione con Paul Epworth e Riley MacIntyre nei rinnovati The Church Studios di Londra. Lo stesso studio dove il chitarrista si è poi riunito con i Radiohead per le prove in vista del tour europeo dello scorso autunno. Un luogo che è cambiato moltissimo, mi racconta, rispetto ai tempi di Ok Computer. Anche lui, d’altronde, che oramai ha imparato a non nascondersi più dietro alle tre iniziali e a non farsi sotterrare da aspettative autoimposte. Ed scrive la musica che vorrebbe ascoltare prendendosi tutto il tempo necessario e questo c’entra anche con il motivo per cui, quando gli chiedo dei Radiohead, mi risponde che al momento non c’è appetito. E se c’è una band che non fa mai nulla per soldi, o peggio ancora tanto per far qualcosa, sono proprio loro.

Adesso sta pensando a come portare dal vivo un disco che, per forza di cose, aveva bisogno di venue che non puzzassero di birra, ma fossero eleganti e raffinate. Un esempio? Il Teatro Lirico Giorgio Gaber di Milano dove si esibirà il prossimo 6 novembre con una band di sei elementi tra cui Dave Okumu, protagonista con la sua chitarra in molti dei brani di Blue Morpho.

L’intervista a Ed O’Brien 

Quanto è cambiato Ed da EOB a Blue Morpho?  

La cosa più evidente è che ho smesso, in un certo senso, di nascondermi. Quando ho pubblicato il mio primo album ho usato solo le mie iniziali, mentre ora c’è il mio nome per intero. Mi sento molto diverso. Senza entrare troppo nei dettagli, quando affronti certi momenti della vita, è il corpo stesso che ti dice che devi guarire. Se hai la possibilità e il tempo di farlo nel modo giusto, tutto il processo ti cambia. Penso che il percorso dell’essere umano sia proprio questo: ci evolviamo. Anch’io l’ho fatto e credo si percepisca anche dalla musica stessa.   

A proposito di quel particolare periodo del 2020, pensando al tuo percorso con i Radiohead, nei primi anni sei sempre stato, per così dire, il pr della band, colui che mandava i demo in giro. Sei stato anche una sorta di pilastro per il gruppo nei primi anni. Sei riuscito a darti una spiegazione del perché questa crisi sia arrivata in questa fase della tua vita? 

In un certo senso ho capito che non potevo più sopportare un certo peso. Hai ragione, per molti anni, sono stato quel tipo di persona e non nego che faceva stare bene me e le persone che mi erano intorno. Poi ho capito che il mio nascondermi derivava da aspetti che mi portavo dietro fin dalla mia infanzia e che era il momento di affrontare. Il corpo manda dei segnali in questi casi ed è come se dicesse “basta”. Ora, purtroppo, viviamo in questo mondo moderno, che in realtà non lo capisce. La corrente dominante vuole prescriverti farmaci e dirti che non stai bene ma, se gran parte della farmacologia moderna può essere utile e ci sono medicine straordinarie, altre non lo sono.  
 
E tu come sei guarito? 

Meditazione, passeggiate e stando nella natura. Questo processo però richiede molto tempo e in questo sono una persona molto fortunata perché ne ho avuto moltissimo. Credo davvero che il problema principale sia che le persone non hanno tempo e allora ricorrono ai farmaci. 

Il titolo Blue Morpho si ispira a una farfalla che hai visto durante un viaggio in Brasile con la tua famiglia. In che modo i luoghi influiscono sulla creazione della tua musica? 

Enormemente. Traggo ispirazione dai luoghi naturali ed è una cosa che ho sempre amato. Le città, per esempio, non mi ispirano. Al contrario di quando si tratta di natura come le colline del Brasile, il sud della Francia, l’Isola di Passo in Grecia, l’India, il sud-ovest degli Stati Uniti come il New Mexico e l’Arizona. O ancora di più il Perù o il Lago Titicaca. Poi io, da ragazzo cresciuto in campagna ho un legame particolare con certi posti. Hanno un’energia speciale, mi fanno sentire di più: sono più felice o più triste. Quando mi viene in mente la musica, spesso è molto visiva. È un instante in un posto preciso.  

A proposito di luoghi, Abbeycwmhir è il titolo del b-side che hai finalmente pubblicato anche in digitale. Qual è il legame tra lo stile ambient del brano e quel paese? 

Quel villaggio gallese è un luogo che trasmette una forte spiritualità. Un tempo lì sorgeva un monastero e si dice che sia il luogo di sepoltura dell’ultimo grande principe gallese. È davvero un paesino straordinario. Quando ci vai, ti sembra di percepire la profondità dell’esistenza. L’ambient music riesce a trasmettere quel sentimento. Abbeycwmhir è collegato all’altro brano ambient del disco: Thin Places. Adoro questa espressione con cui gli irlandesi descrivono quei luoghi dove il velo tra il mondo visibile e quello invisibile è molto sottile e percepisci la presenza degli spiriti.  

Quello che hai scritto con la band nel corso degli anni ti influenza quando componi le tue canzoni? Cerchi di non pensarci, oppure ne trai ispirazione?  

In questo caso non c’è alcun legame, neppure psicologico. Nel primo album c’era, perché ero appena tornato dal tour e continuavo a chiedermi se le canzoni fossero davvero buone.  Con Blue Morpho non mi importava. Sapevo solo che dovevo scrivere questa musica e l’unica cosa che contava era che mi piacesse. Voglio dire, sai, quello che ho fatto con i Radiohead, non è qualcosa a cui penso tutti i giorni. Quindi sì, mi sono un po’ dimenticato di dove mi trovassi, anche perché erano tre anni che ero totalmente fermo. 

E quella sensazione di scrivere la musica che avresti voluto ascoltare ti è stata d’aiuto? 

Era sicuramente una sorta di allenamento. Allo tesso modo in cui altre persone che hanno una pratica yoga e ogni giorno si mettono sul tappetino, io scrivevo canzoni. È stato parte del processo di guarigione.  

Con Obrigado sembri definitivamente lasciarti alle spalle tutto. Come se dicessi un grande sì alla vita. È stato l’ultimo brano che hai scritto? 

È interessante questa cosa che dici perché, in realtà, gli accordi di quel pezzo mi sono venuti durante il periodo più complicato. Non è facile da ricordare perché quando creo tutto diventa un po’ meno definito. È buffo con la musica perché non è che la fai apposta. Non ci pensi troppo. Io mi lascio guidare dall’istinto, per esempio. Poi però ti rendi conto che c’è un enorme simbolismo dietro e una profondità di cui non ti rendi conto mentre la fai, ma solo a posteriori. Obrigado è una canzone di ringraziamento, ma non so se sia stata proprio l’ultima. Di sicuro è stata molto importante per celebrare l’uscita da quel momento buio. 
 
In un’intervista ai tempi di Earth dissi di aver tratto ispirazione dalla voce di Thom Yorke. Stavolta com’è andata, soprattutto considerando che adotti diversi stili. 

Sto cercando di trovare la mia voce e questa è la cosa più difficile. Sento di non esserci riuscito ancora del tutto, ma ci sto arrivando. Anche in questo caso ci vuole tempo. 

Da ragazzo facevi l’attore teatrale. C’entra qualcosa con la scelta dei teatri per questo tour? 

La verità è che non avevo proprio voglia di andare a suonare in locali e posti che odorano di birra. Credo che questa musica abbia una sua bellezza e desideravo che l’ambiente ne rispecchiasse certe caratteristiche. Quello che mi interessa è ampliare queste canzoni e scoprire come evolvono trovando una collocazione diversa ogni sera.  

Hai registrato il disco accordando gli strumenti a 432 Hz. Anche se non è stato ancora pienamente dimostrato scientificamente, secondo te in che modo ha effetti benefici? 

Ho letto molto su questo argomento. La maggior parte della musica fino alla fine del XIX secolo era accordata in questo modo: Mozart, Beethoven, Bach, Verdi, Puccini, Schumann e Schubert. Esiste una disciplina chiamata cimatica, che consiste nel proiettare onde sonore su una superficie per farle assumere delle forme. A 440 hertz, che è l’accordatura standard, queste forme risultano leggermente frammentate. A 432 hertz si ottengono dei perfetti motivi geometrici. Quindi, un po’ di scienza c’è. A me piace perché è come se il sound fosse più tridimensionale. 

Cosa ha significato per te tornare ai The Church Studios di Londra, dove avevi lavorato ai tempi di Ok Computer e in cui ti sei ritrovato con la band dopo anni in occasione dell’ultimo tour? 

Anche se potrebbe sembrare che ci sia un filo conduttore, in realtà i The Church Studios di oggi sono molto diversi da quelli del 1997. Questo grazie a Paul Epworth che li ha comprati e ristrutturati, rendendoli un posto fantastico. Ai tempi di Ok Computer non andò benissimo. Nel bel mezzo delle registrazioni, credo fosse gennaio, siamo stati lì per un mese ma non combinammo nulla. Non ci piaceva lo studio. Quando lo scorso anno con i Radiohead stavamo facendo fatica a trovare una sala prove, l’ho proposto agli altri, ma all’inizio erano scettici perché si ricordavano la vecchia sala. Poi invece è piaciuto a tutti.  

Hai raccontato della mancanza di pressione e della leggerezza mentale che avevate durante le prove per il tour. Sono anche venute fuori delle idee? 

No, il che è una cosa molto insolita perché fino all’estate scorsa, ogni volta che ci trovavamo per suonare c’era sempre del nuovo materiale.  
 
E il fatto che, per ora, non sentiate il bisogno di scrivere un nuovo album riguarda più il vostro rapporto personale o il timore di rovinare una discografia con qualcosa di poco ispirato? 

Non è nessuna delle due cose. È solo che non c’è appetito al momento. Penso che tutti si stiano semplicemente divertendo un sacco a fare le proprie cose. Il rapporto tra noi è ottimo. Capisco che molta gente sia incuriosita e desideri un nuovo album dei Radiohead, ma al momento non riesco proprio a immaginarmelo. Non so come potrebbe funzionare. Spero che i fan abbiano compreso col tempo che i Radiohead non hanno mai fatto nulla che non volessero, se non in rare occasioni. Se facciamo qualcosa è perché lo vogliamo. Abbiamo fatto un tour perché lo desideravamo davvero. Non facciamo nulla per soldi né per la carriera. 

Hai citato Paul Epwoth, che ruolo ha avuto nella genesi di questo disco? 

È stato il mio migliore amico, un fratello, un produttore e un co-autore di canzoni. Mi ha sempre sostenuto e incoraggiato. Era un punto di riferimento insieme a Riley MacIntyre. Questo poi è un disco pieno di collaborazioni. Se fossi solo, sarebbe noioso. Ho bisogno degli altri e mi entusiasma quando le persone contribuiscono con le loro idee. Non sai mai cosa può accadere. 

A proposito di entusiasmo, mi ricordo che lo scorso anno avevi postato una foto da Glastonbury in cui ti dicevi affascinato dai KNEECAP. Poche settimane fa sono stati in Italia, cosa ti ha colpito della loro musica? 

Adoro il fatto che rappino in gaelico e che portino avanti questa tradizione di protesta repubblicana molto forte. Anche i miei antenati nel sud dell’Irlanda, nel XIX secolo, erano dei veri e propri fenian. Erano combattenti per la libertà contro gli inglesi. Ammiro la forza e il coraggio che hanno avuto nel resistere alla persecuzione dello Stato britannico. Hanno tenuto duro. La cosa straordinaria è anche la grande reazione da parte dei giovani. 

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