Nel mezzo del cammin, Ed O’Brien trovò la via con “Blue Morpho”
Il musicista e componente dei Radiohead abbraccia i fantasmi del proprio passato nel suo secondo album solista: un viaggio dall’oscurità alla luce, con Dante e Nick Drake come lumi. Il suo disco migliore
Foto di Steve Gullick
Osservando la copertina di Blue Morpho si ha l’impressione di trovarsi difronte a un test di Rorschach: nelle due espressioni simmetriche di Ed O’Brien su sfondo blu ogni ascoltatore può intravedere sensazioni differenti. Quella più seria sulla sinistra può alludere alle difficoltà che hanno preceduto e portato alla creazione del suo secondo album solista, oppure, interpretandola come una dimostrazione di fierezza, l’orgoglio di aver finalmente trovato un sentiero artistico ben definito anche al di fuori dell’ingombrante nome Radiohead. Il volto a destra è portavoce della nausea derivante dal dover scavare nella propria oscurità interiore e, allo stesso tempo, un sorriso abbozzato di chi sa di essere riuscito a farvi penetrare un filo di luce.
Il disco, in uscita questo venerdì, è l’equivalente di un “finalmente” per l’artista britannico, sia da un punto di vista personale che artistico. L’incipit senza fronzoli, «Here comes the fear / And the ghosts of long ago / And all these years / I’m still running from it all», accompagnato da un arpeggio psych-folk di chitarra acustica, affronta in modo diretto la crisi vissuta da Ed. Dopo Earth, pubblicato nell’aprile del 2020 con lo pseudonimo EOB, complice anche la pandemia, per il musicista è cominciata una repentina discesa negli inferi. Come raccontato da lui stesso in alcune delle interviste rilasciate finora, è stato colpito da una forma violenta di depressione. La più forte mai vissuta e di difficile interpretazione. Forse causata dallo stop delle attività con la band o dall’isolamento e dalle conseguenti reminiscenze infantili sedate e messe da parte per troppo tempo.
Quel bambino sofferente, sepolto sotto numerosi strati di luce dei riflettori, riemerge in modo vivido nel primo singolo Incantations. Quasi otto minuti che, dopo una partenza acustica, crescono con la sezione ritmica e l’arrangiamento curato da Dave Okumu, uno dei coprotagonisti che hanno contribuito al viaggio verso la luce di Ed O’Brien. La coda, con incursioni di synth e chitarra elettrica, ha un sapore molto radioheadiano. C’è pure un groove di basso che rievoca il Thom Yorke ballerino di Lotus Flower. La spettralità aliena di questo primo brano si dissolve nella titletrack che meglio rappresenta l’intero contesto della genesi di Blue Morpho. Sono tre gli elementi chiave: gli uccellini, gli archi della Tallin Chamber Orchestra e la trama cinematografica raccontata dal canto etereo.

Una fortunata serie di incontri
Accompagnando i figli a scuola può anche capitare che ti renda conto che tra i genitori c’è un certo Paul Epworth e allora cambia tutto. Blue Morpho è partito da un incontro casuale e dalla campagna del Galles dove Ed ha fatto le prime session con il produttore britannico e l’ingegnere del suono Riley MacIntyre. Il lavoro di esplorazione sonora è avvenuto riacquistando un contatto diretto con la natura. La stessa che si è infilata nelle registrazioni. L’anima bucolica della seconda traccia si sposa con il testo onirico e una colonna sonora orchestrale ideata insieme al compositore estone Tõnu Kõrvits. Gli archi sono una componente fondamentale del progetto, soprattutto quella spirituale. Sono stati registrati nel 2022 nell’altra location del disco: i The Church Studios di Londra. Tra l’altro nell’ex luogo sacro di duecento anni, Ed aveva già lavorato con i Radiohead per Ok Computer.
Proseguendo nella serie di incroci e conoscenze, Glastonbury è un’altra tappa significativa. Il motivo è Shabaka Hutchings, sassofonista e altro componente legato al jazz che ha contribuito allo scheletro sonoro del disco. Fondamentali soprattutto le conversazioni sulla musica a 433hz, frequenza sulla quale ultimamente si è aperto il dibattito nel mondo dei professionisti del mestiere e non. James Blake ne ha parlato in merito al suo ultimo disco Trying Times come di una frequenza con proprietà che andrebbero a incidere anche a livello psicofisico. (Una cosa da dimostrare). I fiati sono soprattutto protagonisti nelle due tracce strumentali che dividono le due sezioni del disco, in particolare Thin Places. In Solfeggio si sente molto di più la mano di Epworth nell’utilizzo dei synth dalle influenze krautrock e nel merge con gli archi.

Tra Dante e Nick Drake: ritrovare la via
Durante un’escursione nei boschi del Dartmoor National Park in Inghilterra con i suoi amici, sotto l’effetto di funghi allucinogeni, Ed ha avuto delle illuminazioni poi riversate in uno dei pezzi migliori del disco. Teacher è costruito su una linea di basso di Yves Fernandez e si apre con una citazione all’Inferno di Dante: «Midway through life / I’ve just lost my way». Nel mezzo del cammin della sua vita artistica e no, O’Brien ritrova la strada con un groove funky, un cantato distorto e un’altra superba sezione ritmica arricchita dal finale psych-rock con l’assolo di chitarra elettrica di Okumu. La controparte di questo brano, che introduce il finale più luminoso, è Sweet Spot che invece chiude il lato più oscuro di Blue Morpho. In questo caso il fantasma più evidente è quello di Nick Drake.
Il Morfo blu, la farfalla vista in Brasile durante un viaggio di famiglia che ha regalato il titolo al disco, metaforicamente spicca il volo nell’ultima traccia Obrigado. Un brano luminoso e metamorfico – tra ritmi sinuosi, coretti distorti e un finale psichedelico – che è un ringraziamento alla vita e agli ascoltatori. «Sunny days are waiting me» canta l’artista nel pezzo, il più lungo e registrato in un’unica take.
È un lieto fine dopo un viaggio nell’oscurità. Per Edward lo è pure sul lato musicale. Perché il peso di non essere riuscito a trovare un proprio percorso al di fuori della band era un’altra delle questioni. Blue Morpho è il suo secondo lavoro solista, ma è a tutti gli effetti un nuovo “esordio”. Organico, elaborato, ma comunque non complicato da ascoltare. Un indizio, in fin dei conti, era anche la scelta di adottare il nome per esteso. Questo è l’album di Ed O’Brien, finalmente.
