Interviste

Magica Francesca Michielin 

Dopo la tempesta, la rinascita: la cantautrice racconta il disco "Magia Bianca, Magia Nera" in uscita il 30 ottobre e il tour nei teatri che parte l'8 novembre

Magica Francesca Michielin 
  • IlOttobre 27, 2026

L’energia creativa, in quanto energia, non è detto che non possa esaurirsi. Riacquistarla può voler dire dover attraversare una tempesta perché l’uomo non ha una capacità rigeneratrice innata. La stessa che nel Medioevo Ildegarda di Bingen definiva con il termine latino viriditas. Una parola che include in sè il verde, colore della linfa vitale delle piante e per antonomasia della natura. Non sappiamo se nell’ottobre del 2025, all’Arena di Verona, Francesca Michielin abbia visto una sfumatura verdastra mentre suonava i pezzi del suo repertorio riarrangiati per l’occasione, sebbene ci riveli di avere un pensiero sinestetico: «Per me esistono canzoni viola, canzoni blu, altre verdi. È una cosa che vedo quando compongo o ascolto musica». 

Foto di Alessandro Porri
Graphic Design di Rebecca Casati

La cosa fondamentale è che quello specifico concerto ha risvegliato un lato della sua anima che il tempo e la carriera avevano sedato perché troppo scomodo. In un antro tutto suo, Francesca Michielin ha riscoperto le storie del suo paesino natale, le figure mistiche che popolavano il suo immaginario insieme a quelle illustrate e “computerizzate” dei manga e dei videogiochi. Magia Bianca, Magia Nera è nato in pochi mesi, in preda a una viriditas irrefrenabile. Un progetto che questo venerdì 30 ottobre si completerà con una seconda parte (qui la recensione della prima) ancora più estrosa, come la traccia dedicata proprio a Ildegarda che si inoltra nei territori del goth e dei chitarroni distorti. Il femminile è ancora più protagonista con riferimenti a Diana, alla dea Brigid, a Ecate e rivive nella versione dungeon synth della Danza Macabra o nel pop smaccato e libero di Esperienza estatica.  

«Questo periodo è emozionante per due motivi. Il primo è che arrivo da un tour estivo in cui ho sentito il mio corpo molto più forte. Non lo facevo da tre anni e soprattutto lo scorso, per via dell’operazione, mi ero dovuta fermare» racconta Francesca. La cantautrice veneta, oltre a produrre e scrivere i nuovi brani, ha ripreso in mano del tutto la propria direzione artistica. L’autenticità e la fiducia in se stessa, le hanno permesso di alimentare ancora di più quell’energia creativa che era convinta di aver perso. «Oggi sento un senso di serenità, benessere e profonda armonia con me stessa e con il pubblico. Qualcosa che non ho mai sentito in modo così intenso. Percepisco di essere nel momento e di avere, allo stesso tempo, tutto sotto e fuori dal controllo». 

Quando ci sentiamo per questa intervista, Francesca Michielin ha da poco concluso di scrivere gli otto atti dello spettacolo che porterà nei teatri a partire dall’8 novembre: «Ho un po’ d’ansietta perché è uno spettacolo teatrale a tutti gli effetti, con un po’ di recitazione e coreografia». Nella sua testa è chiaro il percorso artistico compiuto: dal punto più basso da cui è partita, allo studio filologico, fino alla melodia che rimane la priorità. L’energia creativa è un potere molto simile alla magia e, come quella bianca, va sfruttata per il bene, senza dissiparla o soffocarla.  

Foto di Alessandro Porri

L’intervista a Francesca Michielin

Reciterai una parte nello show del prossimo tour nei teatri? 

Sì, sul palco ci sarà la mia band, come sempre, ma anche altri due performer. Io sarò parte di tutto questo in modo attivo, anche se di recitato c’è davvero poco. Il concetto è prendere il disco, musicarlo e renderlo uno spettacolo teatrale. Quindi tutti i vari personaggi del progetto emergono e diventano parte del racconto in una dimensione visiva. È concepito un po’ come un piccolo spettacolo di Broadway. 

La seconda parte del disco, Magia Bianca, Magia Nera, è ancora più piena di personaggi in effetti. 

Sì, ci sono sei figure archetipe del mondo femminile libero, alternativo e streghesco. La prima è Hildegard von Bingen, teologa medievale, protagonista di Viriditas che dà inizio a questa seconda parte affrontando il tema della conoscenza che si manifesta come luce verde per guidarti nell’oscurità. Ci sono Ecate, Diana e anche Brigid, una figura chiave della cultura nordica. 

Come mai hai deciso di chiudere il disco con Una spada nella roccia? 

È un emblema della cultura fantasy ed è anche l’unica ballad della seconda parte. Anche Magia bianca ne aveva una sola, posizionata anch’essa alla fine. Volevo concludere con un brano che parlasse d’amore come senso di responsabilità e protezione. Spesso tendiamo a voler dimostrare la nostra forza, qui si tratta di mostrare all’altro le proprie fragilità.  

Poco prima del concerto all’Arena di Verona, che ha sancito l’inizio della tua nuova fase, avevi raccontato di aver riacquistato la libertà. Michela Murgia diceva che essere liberi significa spesso assumere posizioni scomode. È maggiore la libertà o la scomodità? 

È proprio questa la base di tutto il progetto. In entrambe le copertine dei due dischi la protagonista è questa bilancia che unisce bene e male, leggerezza e pesantezza, corvo e colomba. La scomodità fa parte della crescita e ci deve essere un equilibrio. Anche se viviamo in un momento storico in cui abbiamo tutto a disposizione, dobbiamo continuare a metterci in una situazione di scomodità per crescere. Altrimenti la verità non arriverà mai.   

Alla luce dell’anno e mezzo appena trascorso, da cosa è dipesa questa riconquista e questa serenità ritrovata? 

Secondo me è frutto di un insieme di cose. Sicuramente oggi ho una maggior padronanza artistica. Tutta la musica che esce è scritta, coprodotta, interpretata e visualizzata da me. C’è un team di lavoro, ma ho più le redini di quello che succede. Questo progetto per me è una grande presa di posizione e di coraggio. È il disco che ho sempre voluto fare, nel modo in cui ho sempre voluto suonarlo. Sembra scontato, in quanto dovrebbe essere la base del nostro lavoro di artisti, ma non sempre si riesce a essere pienamente dentro ciò che realizziamo. 

In Feral Girl canti: «Il rituale è sempre uguale: allenarsi a non disturbare». Ti sei resa conto di averlo seguito in passato? 

Purtroppo la mia generazione, soprattutto di artiste, è cresciuta in un contesto di grande crisi discografica e quindi in molte abbiamo sentito la necessità di dover “fittare”. È un termine terribile, ma è il più azzeccato per esprimere proprio quella sensazione di dover stare dentro quel vestito che gli altri si aspettano che indossiamo. Tutto questo dover adattarmi costantemente a una credibilità pop mi ha reso a volte un soldatino più che un artista. 

Non avevi libertà artistica?  

Più che altro ero diventata una persona che andava in studio a fare la canzone che sentiva fosse giusta, non quella che voleva. Tante volte mi sono ritrovata in situazioni in cui avevo magari un’idea creativa, mi mettevo al pianoforte a scrivere e, prima ancora che fosse finita, c’era qualcuno nella stanza che diceva: “Questa cosa in radio non andrà mai”. Col tempo questa cosa rischia di diventare strutturale e gli artisti diventano suonerie, jukebox o musica da sottofondo. Però le grandi cantautrici, da Kate Bush ad Annie Lennox a Stevie Nicks, insegnano quanto, invece, sia fondamentale avere il proprio percorso e lottare per difenderlo. I risultati magari non arrivano subito. Spesso ti prendono per pazza, però se vuoi costruire un’identità artistica devi per forza assumerti dei rischi e cercare di stare dentro la tua dimensione. 

Quando hai realizzato questa cosa? 

Il concerto all’Arena di Verona mi ha ispirato e fatto capire molte cose. Venivo da un periodo molto buio post Sanremo: un momento di grande insicurezza e senso di impotenza. Avevo però questa voglia di riavvolgere il nastro, tornare indietro e provare a non fare gli stessi errori. Quello show mi ha dato tanta fiducia perché è stato totalmente ideato da me, scritto in ogni minimo dettaglio. Era una mia creatura. 

Magia Bianca, Magia Nera ha comportato un grande studio filologico e storico. Come sei riuscita a garantire che ci fosse un equilibrio e a evitare che diventasse un disco troppo studiato e poco autentico? 

Io penso che la musica si possa apprezzare su più livelli. Sarà una cosa una cosa banale, ma la trovo efficace come risposta: ci sono cose che senti con la testa e cose che senti con il cuore. Tanta musica ben fatta a volte rimane un grande esercizio di stile e fai fatica a trovarci qualcosa di passionale. Nel mio piccolo non ho mai smesso di badare al cuore della melodia, all’armonia, alla pulsazione ritmica. Posso anche parlarti in maniera filologica delle Anguane, ma poi quella canzone te la devo far suonare come un pezzo pop alla Lady Gaga. Quella è stata la sfida compositiva. 

Quindi prima la musica o il testo? 

La fortuna di questo disco è che la musica e il testo sono quasi sempre nati insieme, di pari passo. Mi ricordo ancora quello che mi disse Niccolò Agliardi al primo campus di songwriting che ho fatto a sedici anni dentro X Factor. Ci sono delle parole giuste per ogni nota e devi trovarle ad ogni costo. Non ho mai voluto fare un trattato di filologia folklorica veneta e metterlo in musica. Ho sempre cercato una linea melodica che potesse comandare e dirigere il lavoro. D’altronde, io nasco come musicista più che come scrittrice di testi e ho sempre ascoltato più la musica che i testi. Forse sono un’italiana atipica in questo. 

Proprio le Anguane che hai citato sono state il punto di partenza e l’ispirazione primaria dell’intero progetto. Nel tuo caso, l’ispirazione è qualcosa che arriva o che va cercata? 

Ci sono due aspetti da considerare. Il primo è che il nostro è un mestiere artigianale, quindi, se domani mi viene commissionata una canzone per un film io devo saperla scrivere. C’è sempre una questione di tecnica che va messa sul piatto. Dopo questa esperienza però ho pure compreso che devo scrivere quando ho qualcosa da dire, senza guardare il calendario. Non devo per forza pubblicare un disco ogni due anni. L’identità creativa viene prima di tutto. 

Ti sei data una spiegazione del perché oggi tanti artisti stanno avendo successo con concept album, spesso legati alla provincia e alle loro radici territoriali? 

La pandemia ha dato un colpo di grazia alla divinizzazione della metropoli, perché tante persone sono rientrate nelle case dei genitori, in campagna o in provincia perché avevano bisogno di ristabilire un contatto diverso con la realtà. Siamo in un momento storico di grande dispersione, in cui anche se siamo tutti connessi, ci sentiamo estremamente soli. Proprio perché il senso di comunità si sta spezzando e sopravvive soltanto nei piccoli centri, tante persone hanno bisogno per riconnettersi di andare a recuperare quelle radici e quella dimensione più ridimensionante. Io stessa, nonostante fossi cresciuta in una cittadina medievale piena di leggende e storie, non avevo mai avuto il coraggio di andare a toccare certe corde. E invece adesso vedo che abbiamo il bisogno intrinseco di recuperare dei pezzi che abbiamo perso.  

Dell’infanzia c’è qualcosa che vorresti recuperare e qualcosa che senti di aver ormai perso del tutto?  

Dal singolo dello scorso anno, Francesca, in poi, sono in una grandissima fase di riconnessione con la me stessa bambina e adolescente. Anzi, adesso ho anche più coraggio nel recuperare certe cose. E non ho l’ansia di essermi persa per sempre dei pezzi, perché in realtà posso recuperarli e reintegrarli con la trentenne di oggi.  

Nel disco recuperi i suoni tipici del Dungeon Synth. Quali sono i videogiochi e i fumetti che ti hanno più ispirato nella composizione di Magia Bianca, Magia Nera? 

Il videogioco che mi ha ispirata di più di tutti è stato MediEvil per le musiche, le ambientazioni e i protagonisti. Per i fumetti invece c’è tutto il mondo dei manga legato a Card Captor Sakura, Magica Doremì, Mew Mew – Amiche vincenti e Pretty Cure. Unico fumetto italiano che mi ha davvero ispirata è quello delle Witch. In tutta questa serie di immaginari e personaggi dotati di capacità soprannaturali, il potere viene affidato come senso di responsabilizzazione. Il concetto di magia non è soltanto la superstizione, ma c’è anche il tema di fare cose per il bene degli altri. Un aspetto che è proprio della magia bianca. 

Il tour nei teatri

  • 08 novembre 2026 – Trento, Teatro Auditorium Santa Chiara (data zero)
  • 11 novembre 2026 – Venezia, Teatro Malibran
  • 13 novembre 2026 – Torino, Teatro Colosseo
  • 15 novembre 2026 – Ancona, Teatro delle Muse
  • 16 novembre 2026 – Firenze, Teatro Verdi
  • 20 novembre 2026 – Bari, Teatro Petruzzelli
  • 22 novembre 2026 – Bologna, Teatro EuropAuditorium
  • 23 novembre 2026 – Trieste, Politeama Rossetti
  • 25 novembre 2026 – Padova, Gran Teatro Geox
  • 28 novembre 2026 – Roma, Auditorium Conciliazione
  • 01 dicembre 2026 – Milano, Teatro Arcimboldi
  • 03 dicembre 2026 – Napoli, Teatro Augusteo
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