Interviste

Giuse The Lizia, che fretta c’era

La sigla che dà il titolo al suo terzo album, "MDMA", in uscita oggi, rivendica il diritto di rallentare: il cantautore palermitano lo fa con il suo disco più maturo

Giuse The Lizia, che fretta c’era
  • IlOttobre 30, 2026

Chiacchierando con gli artisti della nuova generazione gli aspetti che stupiscono sono due. Da un lato la chiarezza degli obiettivi. Tutto sembra pianificato e raggiungibile. Dall’altro c’è la strada attraverso la quale raggiungere il proprio scopo. C’è chi è vittima del sistema e chi, come Giuse The Lizia, si rende conto del movimento incessante al quale siamo condannati e cerca di rallentare. «Negli ultimi anni, tra lo studio e la musica, mi sentivo sempre rincorso» racconta il cantautore di origini siciliane. Mica dobbiamo morire adesso, oltre a essere la frase dietro la sigla che dà il titolo al suo terzo album MDMA, è diventato il mantra che ripete a se stesso e ai suoi amici ogni volta che sente che la spirale performativa sta prendendo il sopravvento.  

Foto: Simone Biavati
Graphic Design: Rebecca Casati

Giuseppe ha scritto gran parte del nuovo disco durante l’ultimo anno di università a Bologna, quello della fatidica laurea e di tutte le incognite che seguono. A venticinque anni, avere già tre dischi nel cassetto, non è roba comune. Nell’album si percepisce tutto il desiderio di voler tentare nuove soluzioni e di voler uscire da quelli che lui definisce dei consueti «schemi di scrittura». I diversi produttori che l’hanno affiancato l’hanno spinto a partire dal pianoforte molto più spesso e il risultato è un disco meno “chitarroso”, ma più vario. E quel rallentamento prende corpo già nella traccia d’apertura Tiro dopo tiro.

Senza snaturarsi e anzi, mantenendo una coerenza di fondo, Giuse The Lizia ha lasciato per la prima volta più spazio anche alla sua rabbia. Gli occhi e la penna, abituati a osservare e scrivere della sua realtà, in episodi rivelatori di una nuova vena inedita più impegnata (anche se a lui spaventa definirsi tale), si spostano sul mondo e la società. Istruzioni, Musica x ricchi e la scanzonata Vorrei essere un po’ più alto sono tre scariche di ironia pop ragionata. Non è retorica spicciola, ma una manifestazione dell’insoddisfazione giovanile attuale. 

Quando si sfiorano argomenti come affitti, disponibilità economica e si tocca la sua città del cuore, Palermo, emergono sentimenti contrastanti. Amore, affetto e contemporaneamente odio e malinconia per una città che sembra non cambiare mai. Per ora Giuse The Lizia è riuscito a trovare rifugio e sfogo nelle canzoni e nel suo nuovo alter ego digitale, uno smile gigante soprannominato Dodò: «In origine avrebbe dovuto chiamarsi Totò ma, come dice Stanis La Rochelle, era un nome troppo italiano». Non fatevi ingannare: quel grande sorriso giallo è ingombrante da portare in giro e altro non è che l’ennesima maschera che ci illude di poter sfuggire all’inarrestabile meccanismo sociale nel quale siamo stati infilati senza preavviso.  

L’intervista a Giuse The Lizia 

Perché Mica Dobbiamo Morire Adesso? 

È una frase che ultimamente mi è capitato di rivolgere spesso ai miei amici. Mica dobbiamo morire adesso è un invito a contestualizzare i momenti che si stanno vivendo senza lasciarsi sopraffare dall’estrema ansia di dover portare a casa qualche obiettivo. La società in cui viviamo spinge per una performatività assurda e ci sembra di essere in ritardo. A venticinque anni è assurdo avere un tarlo del genere. C’è tempo domani, dopodomani, tra un mese, tra un anno per arrivare dove vuoi arrivare. 

Ti sei reso conto di esserne vittima anche tu? 

Sì, in più contesti. Ho passato gli ultimi 4-5 anni a studiare per laurearmi e, contemporaneamente, a scrivere canzoni per emergere e conquistarmi uno spazio. Tendevo a replicare i ritmi di studio pazzo anche nella musica e, il più delle volte, ero io ad autoimpormi questa corsa nonostante chi mi conosceva mi suggerisse di rallentare. Non sono mai riuscito ad essere chill.  

Esserti laureato e aver scritto questo disco ti ha liberato da questa sensazione di urgenza?  

Liberato no, ma quantomeno ora però me ne rendo conto. Il mettere nero su bianco o cantare certe cose è un modo per esorcizzarle e visualizzarle. Mi aiuta a gestirle meglio ma so benissimo che, per riuscire a smussare del tutto questo approccio è necessario un percorso serio, anche con la terapia.  

Come hai vissuto la sindrome da terzo disco? 

Sono del partito di chi pensa che il terzo disco sia il più difficile. Nel mio secondo album ci sono delle canzoni che hanno segnato il mio percorso in positivo e quindi non era facile mantenere quello standard. Il processo di scrittura, ad eccezione di qualche pezzo che avevo scritto tempo fa, è avvenuto in modo organico in un anno circa. Si è accavallato anche con la fine dell’università e ci sono finite dentro tutte le sensazioni vissute in quel periodo, ma soprattutto le incognite relative al futuro. 

Un sentimento tipico che accomuna un po’ tutti e spesso accompagna la felicità per la laurea. 

Per me continua a essere un cruccio perché mi è venuta a mancare una dimensione alla quale mi ero abituato in tutti questi anni di studio a Bologna. Questa sensazione si è tramutata però anche in un desiderio di sperimentare di più. Per esempio, provare a non rimanere sempre dentro gli stessi schemi di scrittura. 

Anche a livello di suoni, penso a brani come Monotonia e I nostri anni migliori, si nota una centralità inedita delle tastiere. È cambiato qualcosa anche nell’approccio con gli strumenti? 

Rispetto al passato siamo partiti molto più spesso dal pianoforte. È un album meno “chitarroso” del solito, però non è stata una scelta presa a priori. Ha contato molto l’incontro con nuovi colleghi e produttori. Ho seguito il flusso. La cosa che mi piace di più di MDMA è la doppia, se non addirittura tripla, anima. Ci sono brani più acustici, che sono i più recenti, e altri più elettronici. Nonostante questo, per me le tracce si legano alla perfezione.  

Sei abituato a lavorare con diversi producer nello stesso album. Come si mantiene il disco omogeneo e coerente, evitando l’effetto playlist? 

Il segreto forse è che io ci sono sempre. Non lavoro mai a distanza o partendo da qualcosa che è già stato scritto o prodotto. Sono sempre presente: dalla nascita della canzone fino alla produzione. Per cui, magari, anche inconsciamente, il mio gusto porta i brani a essere in un certo modo. In alcuni casi mi rendo anche conto di ricorrere a quegli schemi di cui ti parlavo prima. Il mio modo di dire le cose immagino sia sovrapponibile anche se il pezzo suona in modo completamente diverso.  

Anche il featuring con ARIETE, Meglio del peggio, quindi è nato in presenza?  

Non ci conoscevamo di persona e ci siamo beccati appositamente in studio. Per me è fondamentale vedersi e incontrarsi a livello umano, altrimenti non è facile creare una connessione creativa. Con Arianna siamo entrati subito in sintonia e dopo venti minuti aveva già scritto la sua strofa.  

Nello scorso disco avevi collaborato con centomilacarie. Con lui, Arianna e altri giovani artisti, senti di far parte di una sorta di scena di cantautori? 

Un po’ sì, anche se fa uno strano effetto. Da piccolo la ascoltavo e la ammiravo dall’esterno. Far parte dell’evoluzione di quella scena e rappresentarla mi aiuta a rendermi conto che qualcosa di buono l’ho costruito.  

L’incognita post-laurea di cui parlavi, riguarda anche il luogo in cui vivere?  

Sì. Ora mi sono trasferito a Milano, da appena un mese. A Bologna avevo un po’ esaurito le cartucce dopo cinque anni e mezzo. Non ho tante certezze. So solo che ho voglia di fare più musica di quanto l’abbia fatta finora, soprattutto adesso che posso dedicarmi al cento per cento a questo progetto. 

Gli stimoli che ti ha dato Bologna però sono stati tanti. 

Infatti questa cosa mi fa paura da morire. Devo un sacco a tutto quell’ambiente. Vivere la città tutti i giorni, le ore di studio, gli esami con gli amici, la gente che si lascia e si prende. Nell’ultimo periodo a Bologna però le cose erano cambiate. Sai, dopo la laurea i gruppi si sfaldano. È fisiologico. Sono un po’ preoccupato, ma in realtà sto notando che già dopo qualche settimana qui a Milano sto ricevendo nuovi input.  

E Palermo? 

Tornare a Palermo è il sogno definitivo. Quando dirò basta, tornerò a vivere giù. Immagino fra tantissimo.  
 
Fare musica giù è impossibile? 

È molto difficile. È un posto immobile che non cambia mai e in cui raramente puoi trovare il modo di realizzare i tuoi sogni. Ovviamente spero che la situazione possa evolvere e qualcosa sembra si stia muovendo. Conosco qualcuno che, al netto delle difficoltà, ha scelto di rimanere. Ma tornare con la consapevolezza che in ogni caso non puoi restare lì per fare musica me la fa un po’ odiare. Allo stesso tempo la amo perché sono legatissimo a livello sentimentale per la mia famiglia e gli amici. Scendere per le feste è sempre bellissimo, tra cene e rewatch di Harry Potter (ride, n.d.r.).

Poco prima della laurea hai scritto Istruzioni, un brano dove dai spazio a una marea di contraddizioni. Quale è quella che ti dà più fastidio oggi? 

Le case vuote e gli affitti altissimi. A livello personale invece il rendermi perfettamente conto che certi modi in cui affronto la mia vita sono tossici, in primis l’ansia costante di dimostrare a me stesso che quello che sto facendo funziona. Correre di meno è uno dei miei propositi per l’anno nuovo.  

Quindi Sanremo può aspettare?

Ora non è il momento. C’è questo disco, il tour e una serie di impegni organici programmati da tempo. Ovviamente ci penso. Il Festival di Sanremo è l’evento musicale più importante d’Europa e arrivare a calcare quel palco è uno status assurdo, ma voglio fare ogni cosa in maniera sana. Step by step.

La Gen Z si sta prendendo sempre più spazio protestando nelle piazze di tutto il mondo. Mi rendo conto che il concetto di rallentare e prendersi il proprio tempo sta cambiando la concezione che le nuove generazioni hanno del lavoro.   

Credo che sia merito anche della maggiore attenzione nei confronti della salute mentale. Tutte le dinamiche di cui abbiamo parlato, avere ansia per l’affitto, per lo studio, per i risultati, si ricollegano a quanto stai male o bene con te stesso. La mia generazione credo sia stata la prima a non vergognarsi di dover andare dallo psicologo e a parlare apertamente di problemi di salute mentale. Questa cosa, a strascico, ha influenzato in modo positivo anche i millennials e via via le generazioni precedenti. Per esempio, l’ho notato anche con i miei stanno cominciando a rendersi conto che non ce la si fa da soli come recitava il mantra che si sono ripetuti per tutta la vita. In alcuni casi devi farti aiutare.  

Dodò e la scelta dello smile per la copertina c’entra con questa cosa? 

Solo in parte. Lo smile è uno dei simboli degli albori di internet. Ha segnato la mia generazione e quella dei millennial per cui mi gasava sfruttarlo come simbolo. Il motivo principale però è più legato all’estetica. Dopo quattro anni in cui l’immagine era concentrata su di me, volevo qualcosa che distogliesse l’attenzione dalla mia persona, una sorta di alter ego digitale.  

In Musica x Ricchi per la prima volta fai emergere un po’ di rabbia. Da dove deriva? 

Sono molto arrabbiato da sempre in realtà. Per i tempi assurdi e la quotidianità che viviamo, la rabbia è più che giustificata, soprattutto tra i miei coetanei. In passato ho detto spesso come non mi sentissi all’altezza di scrivere canzoni più politiche e impegnate. Ancora, in parte, continuo a pensarlo e, infatti, questo pezzo così incazzato è venuto fuori senza preavviso. 

Te la prendi anche con i tiktoker ai live. Tu che rapporto hai con i social? 

Li devo usare per forza. Poi ammetto che anche se non ci dovessi lavorare non li disinstallerei. Forse li utilizzerei meno. Viverli in maniera sana è molto difficile. Anche perdere dieci minuti a guardare video da quindici secondi non è il massimo. Quando mi capita vorrei non averlo fatto. 

La musica oggi è una cosa per ricchi? 

Sì, è tutto per ricchi. La questione di classe è il grande tema del nostro tempo. La disponibilità economica determina l’accesso non solo alla musica, come per i concerti, ma anche a cose più importanti come l’istruzione e la salute. Viviamo in un mondo escludente e sempre più esclusivo. 

Canti che «La pace interiore non è niente di che». 

Menzogna (ride, n.d.r.). In quel pezzo era interessante metterla di fianco alle numerose contraddizioni di cui parlo. Pensa al fatto che oggi puoi trovarti a fare aperitivo nello stesso posto con dei ragazzi che parlano di cripto e investimenti e, a cinque metri, hai dei fricchettoni che parlano di come trovare la pace interiore. 
 
Tu l’hai trovata? 

No, ma penso che sia una gran figata. Alla fine, quelli che stanno meglio sono i fricchettoni.  

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