Interviste

Da Gianni Versace alla mala milanese: Ringo ricorda le notti folli dell’Hollywood

Attivo dal 1986, sempre rimasto in Corso Como, con le sue feste leggendarie il club ha scritto la storia della nightlife italiana e non solo. E ora festeggia 40 anni in grande stile

  • Il16 Febbraio 2026
Da Gianni Versace alla mala milanese: Ringo ricorda le notti folli dell’Hollywood

Ringo alla serata d'apertura dell'Hollywood il 15 gennaio 1986

Uno splendido quarantenne. Sono molti i locali milanesi storici che hanno scritto la storia del clubbing ma pochi quelli tuttora in attività (lo scorso giugno ha tristemente chiuso i battenti il mitico Plastic). Aperto il 15 gennaio 1986 e con una programmazione interrotta solo dalla pandemia di Covid-19, l’Hollywood Rythmoteque continua ad essere una certezza della nightlife di Milano.

Nato in un Corso Como molto diverso dall’attuale e sempre rimasto lì da allora, dalla sua scalinata sono scesi stilisti, modelle, calciatori, politici, imprenditori e un numero incalcolabile di star della musica e dello spettacolo. Ma anche gente comune, operai, personaggi della vecchia mala milanese. Secondo Ringo, che è stato fra i soci fondatori del club, nonché resident DJ per molti anni, è stato proprio questo mix umano e sociale uno dei fattori che hanno determinato la fortuna dell’Hollywood e alimentato il suo mito fino ad oggi.

L’abbiamo intercettato per ripercorrere quarant’anni di ricordi indelebili, ma con un occhio rivolto al futuro. A partire dalla grande festa per l’anniversario, “Hollywood’s Forty”, giovedì 19 febbraio (informazioni e biglietti qui). Buon compleanno, Hollywood!

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Ringo in consolle alla serata d’inaugurazione dell’Hollywood di Milano

Ringo racconta l’Hollywood di Milano

Milano, primi anni ’80. Da una parte la Milano da bere, dall’altra quella delle sottoculture: punk, metallari, mods, rockabilly… Che città era quella? E che gioventù era quella?

È stato un periodo bellissimo. C’era qualcosa di frizzante in qualunque espressione degli anni ’80. I primi videoclip su MTV, l’arte, la moda… Ho in mente sfilate pazzesche, o l’apertura del negozio Fiorucci in Piazza San Babila: Keith Haring dipinse il negozio per tutto il giorno e poi ci fu una festa incredibile. Fiorucci mi presentò questa giovane ragazza che stava vestendo da pochi giorni: Madonna. Io collaboravo anche col Plastic: arrivava gente da Andy Warhol a David Bowie.

Già nei primi anni ’80 io lavoravo per una discoteca che si chiamava “SI o SI”, in zona Porta Romana, ed era il primo gay club d’Italia. Sotto la pista centrale ce n’era un’altra, chiamata “La Saletta”, dove mettevamo new wave, punk, rockabilly. C’era gente pazzesca, tutti avevano grandi idee ed energie.

In questa fioritura dei club e della cultura a Milano c’entra anche il fatto che per la città gli anni ’70 erano stati un periodo così difficile e la gente aveva semplicemente voglia di svagarsi?

Sì, ho in mente manifestazioni in cui si sparava ad altezza uomo. Io sono cresciuto in zona Porta Venezia. Ricordo una volta – avrò avuto dieci anni – che ero sceso a fare la spesa. Dei manifestanti tirarono una bomba a mano e uccisero un poliziotto. Un signore mi buttò sotto un’auto per proteggermi.

Crescendo capii che non volevo fare quelle cose ma occuparmi di musica. All’inizio suonavo la batteria in una cover band, poi andai a Londra nel ’78. Tornai e feci uno dei primi gruppi punk italiani. La scena punk milanese non era molto numerosa ma eravamo fighissimi. Poi sono andato a Los Angeles: Milano mi stava stretta.

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Ringo alla serata d’apertura dell’Hollywood di Milano con i Krisma e Graziano Origa (editore di Punk Magazine)

E allora cosa ti ha riportato qui?

Dall’81 all’85 ho lavorato in svariati club di Los Angeles. Uno era il Bordello’s, dove facevo una sorta di British Invasion: mi ero portato cinquecento vinili 12″ che da quelle parti non si trovavano. Ce li avevo solo io, e la gente impazziva. Me ne andai perché avevo fatto un po’ di casino: ero andato a letto con la donna di un altro…

Tornai a Milano per far calmare le acque e ritrovai i miei vecchi amici del SI o SI, che nel frattempo era diventato Disco Zam: Giorgio Baldaccini e Roberto Galli. L’Hollywood nacque così: ci trovammo una sera in un bar di Corso Vittorio Emanuele e gli raccontai le cose fighe che facevo nei club di Los Angeles.

Nell’86 le discoteche italiane erano monotone: era un momento di stallo della vecchia italo-disco e la house doveva ancora arrivare. Io invece arrivavo con il rock e la new wave, ma portavo anche i dischi rap di Public Enemy, Ice T, N.W.A… Pensa che quando la prima sera all’Hollywood misi i Beastie Boys si svuotò la pista!

Comunque prima dell’Hollywood iniziammo col Synthesis, in San Babila, un locale da 300/400 persone. Lì provai a mettere la mia musica da Los Angeles e capimmo che potevamo fare qualcosa di più grande.

Tra l’altro l’Hollywood dava nuova vita a un locale preesistente nella stessa sede, giusto?

Sì. Il Synthesis stava davanti al Teatrino, dove c’era Cicciolina che faceva gli spettacoli. Presto iniziò a formarsi la coda: la gente non ci stava più alle nostre feste. Quando ero ragazzino, la mia discoteca di riferimento era il Mandala. Andammo a parlare con il proprietario, Nino Camarrota, grande personaggio della notte milanese degli anni ’70 e ’80, purtroppo scomparso. Lui ci concesse la disponibilità del locale a patto di restare anche lui in società. Così diventammo quattro soci.

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Festa all’Hollywood di Milano per lo scudetto del Milan, campionato 1991/92. Ringo insieme a Maldini, Van Basten, Costacurta

A parte lo “svuotapista” dei Beastie Boys, cosa ricordi di quella serata d’apertura del 15 gennaio 1986?

Vennero un sacco di miei amici, ero troppo felice. C’erano i Krisma, Graziano Origa (editore di Punk Magazine), vari giornalisti, stilisti, i miei amici di Porta Venezia e della Bicocca…

La cosa bella di quegli anni è che nelle discoteche di Milano come l’Hollywood trovavi il miliardario accanto al proletario. Gianni Versace era sempre da noi, e gli sarò sempre grato. Nei primi mesi ci disse che stava arrivando a Milano da Los Angeles un suo cliente, Prince, che voleva fare una festa di compleanno. Con quel party siamo decollati. Prince tra l’altro mi chiedeva sempre le cassettine quando facevo il DJ a Los Angeles.

Che cassette ti chiedeva?

Io avevo tutti questi remix di The Cult, Depeche Mode, Orchestral Manoeuvres In The Dark (celebri per la hit Enola Gay, ndr), che non c’erano a Los Angeles, e lui impazziva per quella roba. Non mi parlava direttamente: mi mandava un bodyguard a dirmi “il signor Prince vorrebbe una sua cassetta”, con un mazzo di dollari in mano. Ma non volevo soldi, anche se sbarcare il lunario a Los Angeles non era facile, soprattutto per un DJ italiano. Comunque dopo il successo del suo party abbiamo avuto feste con Bono degli U2, con i Guns N’ Roses, con gli stessi Public Enemy…

1993: Billy Idol presenta l’album Cyberpunk all’Hollywood di Milano

Parlavi del rapporto con Gianni Versace. In generale il legame col mondo della moda ha determinato la fortuna dell’Hollywood.

La fortuna dell’Hollywood cominciava dalla porta, sapientemente controllata da Giorgio, che aveva un occhio molto “artistico”. Era una sorta di chef: sapeva come calibrare le persone e faceva entrare la crème di tutto, anche il bandito di turno, per dire. Faceva un potpourri di persone: ricchi, poveri, artisti, strampalati, operai… Si creava un mix bellissimo: al bar trovavi il malavitoso accanto al grande stilista, come se nulla fosse.

Oggi Corso Como è una delle vie più chic di Milano ma all’epoca era molto diversa.

Sì, era una zona buia, pericolosa, dove spaccavano le macchine e rubavano. Il palazzo di fronte era occupato da un centro sociale. Sotto il metrò di Garibaldi c’era una bisca: andammo a parlare con loro per informarli che avremmo aperto una discoteca e sapere se gli desse fastidio. Un’altra cosa che ricordo è che arrivavano anche un sacco di politici. Te li immagini adesso a togliersi la cravatta e offrire da bere a tutti?

Erano i socialisti di Craxi?

Sì, molti socialisti ma anche i radicali di Pannella, che ho votato per un periodo. Non ho molta simpatia per i politici ma lui mi piaceva perché ci metteva la faccia, ci credeva, combatteva.

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Con Marilyn Manson, anni Duemila

Nel suo libro Haçienda. Come non si gestisce un club, Peter Hook (bassista di Joy Division e New Order, e fondatore del mitico locale di Manchester) ricorda una sera in cui si presentò un tizio con una mitragliatrice Uzi. All’Hollywood sono mai capitate situazioni assurde del genere?

Ogni tanto salivo alla porta a prendere un po’ d’aria e chiacchierare con Roberto Galli. A volte c’erano personaggi allucinanti che chiaramente rimbalzavamo. Una notte arriva un tipo vestito con un trench e, sotto, una tuta Adidas. Sembrava un pazzo di Manchester. Gli raccontammo una balla per non farlo entrare. Per tutta risposta, lui tira fuori una pistola e spara tre o quattro colpi sopra la porta. Ricordo ancora i calcinacci che mi cadono in testa.

Un’altra volta uno mi puntò addosso una pistola perché sosteneva che mi fossi trombato la sua fidanzata. Poi venne fuori che era stato un altro DJ dell’Hollywood, non io… Fare la notte non era facile negli anni ’80 a Milano. C’erano ancora dei banditi, le vecchie bande milanesi poi decadute perché si è presa tutto la mafia.

Era ancora l’epoca di Turatello, Vallanzasca, Epaminonda…

Esatto. Questi arrivavano con l’Alfa Giulia, il cappotto di cammello… Si riconoscevano, insomma.

Tornando al Plastic: il locale ha da poco chiuso definitivamente i battenti.

È stato un dolore. Lì dentro ci sono cresciuto. Una cosa che ho imparato da Weetabix (Nicola Guiducci, co-fondatore del club, ndr) è stata miscelare i generi e farli accettare: passare da un tango a un pezzo punk a uno house senza che la pista si svuoti. Era molto bravo in questo.

Volevo chiederti allora un tuo pensiero sullo stato attuale dei club: è crisi o fisiologico rinnovamento?

Adesso è un cimitero. I bar e i pub hanno iniziato a far ballare tutti, mettendo in crisi i club. Così poi succedono le disgrazie come quella di Crans-Montana. Quella non era una discoteca, non aveva le porte giuste, la security giusta…

La prima discoteca in cui ho lavorato era la Piccola Broadway in Via Redi, angolo Corso Buenos Aires. Già per andare lì stavamo tutta la settimana a studiare il look o chi invitare per ballare in compagnia. Per non sfigurare davanti alle altre compagnie, noi volevamo avere le ragazze più belle e il look più figo. Le compagnie le riconoscevi dal look: la mia era più rock, col giubbotto di pelle, ma poi c’erano quelli più fighetti, e anche le ragazze erano molto diverse fra loro. Nell’aria c’erano molti ormoni, c’era tanto sesso. Il sesso degli anni ’80 non l’ho più trovato…

Ringo con Tupac e Jas Mann dei Babylon Zoo, giugno 1996

In che modo era diverso dagli anni ’70?

Negli anni ’70 erano peli ovunque, mutandoni orrendi… (ride, ndr) Certo, anche i reggicalze, ma poi le donne sono diventate più sofisticate. Negli anni ’80 c’erano capigliature nuove, vestiti nuovi… e c’era attrazione per ciò che era diverso. A me piaceva una ragazza che avevo conosciuto allo Studio 54 (poi ribattezzato Rolling Stone, altro locale scomparso, ndr). Faceva la segretaria di uno studio di commercialisti: un personaggio molto distante dal mio, però il suo essere snob mi eccitava tantissimo. Viceversa, avevo amici molto ricchi che impazzivano per le rockettare. La fregatura era che quando le nostre andavano da loro non tornavano più indietro!

In definitiva, cosa ha rappresentato (e rappresenta) l’Hollywood per la scena clubbing italiana?

Stavamo aperti dalle 22 alle 5, quindi dovevamo mettere un sacco di musica. Io volevo che ci fossero il meglio della house e il meglio del rap. Abbiamo lanciato i due fratelli Prezioso, che ho conosciuto a Roma e mi sono portato a Milano. Erano i migliori nello scratch e nella house. Jovanotti è cresciuto all’Hollywood. Una volta fatto salire in regia due ragazzini appassionati di rap americano. “Come vi chiamate?”, chiesi. “Articolo 31”. Sapevano che all’Hollywood mettevamo del buon rap. Una sera ho invitato Tupac e messo i dischi con lui. Alla fine delle scratchate mi disse: “Not bad for a white guy”.

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L’iconico ingresso dell’Hollywood di Milano: “What happens in Hollywood stays in Hollywood”
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