Perché con “Revolver”, 60 anni fa, è iniziata la fase più sperimentale dei Beatles
Nell’album della svolta stilistica più matura e lisergica dei Fab Four, pubblicato il 5 agosto 1966, lo studio di registrazione divenne esso stesso uno strumento
Dettaglio della copertina dell'album
In soli otto anni di carriera discografica i “Fab Four” hanno riscritto le coordinate della musica rock, trasformandola da artigianato a vera e propria arte. A partire da Revolver, pubblicato il 5 agosto 1966, i Beatles iniziarono una rivoluzione copernicana nel modo di incidere gli album.
Prima di allora il disco era una raccolta di singoli, uguali in tutto e per tutto alle canzoni che il gruppo proponeva nei concerti dal vivo. Con Revolver lo studio di registrazione divenne esso stesso uno strumento, grazie alla manipolazione di nastri, sovraincisioni e filtri.
Le tecnologie non erano neanche lontanamente paragonabili a quelle di oggi, ma la creatività della band sopperiva ampiamente il gap tecnologico. Merito soprattutto del grande produttore George Martin, encomiabile nella sua capacità di tradurre in musica le geniali intuizioni di John Lennon e di Paul McCartney.
Un capolavoro del Novecento
Revolver è considerato uno degli album più belli e importanti del Novecento, da molti ritenuto il migliore e il più completo dei Beatles. Il titolo venne trovato solo dopo aver completato le registrazioni ad Abbey Road. Originariamente doveva chiamarsi Abacadabra, ma Martin scoprì che esisteva già un album intitolato così. Allora presero in considerazione i nomi più bizzarri, tra cui Pendulums, Fat Man and Bobby e After Geography. John propose Beatles on Safari, Paul tirò fuori l’idea di Revolver, che mise d’accordo tutti e quattro.
I testi delle canzoni raccontano di solitudine e di mortalità, dell’insicurezza, dell’amore, visto allo stesso tempo come esperienza paradisiaca e come prossimo a sfiorire, di temi sociali come le tasse e le esperienze con le droghe, esplicite e implicite.
Le canzoni di Revolver dei Beatles
Revolver è il primo album dei Beatles che si apre con un brano composto da George Harrison, autore di tre canzoni (solo il White Album ne ha di più), la corrosiva Taxman, in cui irride il premier Mr.Wilson, reo di aver alzato le aliquote delle tasse. Love You To ha la struttura orizzontale tipica della musica indiana, in cui spicca l’esotico suono del tablista Anil Bhagwat. Più rock e occidentale è I Want to Tell You, che conferma tutte le sue eccellenti qualità di chitarrista elettrico.
Ideata da Paul nella cantina di casa della fidanzata Jane Asher, Eleanor Rigby, una toccante riflessione sulla solitudine di una donna anziana e dell’umile prete che celebra il suo funerale, è il primo brano in cui nessuno dei Beatles suona uno strumento. Il titolo della canzone era ispirato a Eleanor Bron, l’attrice co-protagonista di Help!, e a un negozio della zona portuale di Bristol, Rigby & Events Ltd. Nel cimitero della chiesa di St.Peter a Woolton, vicino al sobborgo di Alerton dove abitò McCartney, si trova una lapide dedicata a una certa Eleanor Rigby (1895-1939), mentre Father McKenzie doveva essere originariamente Father McCartney.
Got to Get You Into My Life, che originariamente doveva essere registrata negli studi della Motown e poi della Stax, rivela tutta la fascinazione di McCartney per il soul di Otis Redding e di James Brown e per il jazz. È la prima volta che in una canzone dei Beatles entrano i fiati, suonati dai musicisti di Georgie Fame, uno degli artisti preferiti da Paul. Il brano, che verrà magnificamente reinterpretato anni dopo dagli Earth, Wind & Fire, è in realtà un tributo alla marijuana.
Il brano più innovativo e rivoluzionario di Revolver è lo spiazzante Tomorrow Never Knows di John Lennon, che chiude il disco. Un viaggio lisergico di tre minuti ispirato dalla lettura della versione di Timothy Leary del Libro tibetano dei morti. Il pezzo ha un solo accordo, nastri ripetuti in loop, il folgorante assolo di Paul McCartney mandato al contrario e soprattutto la voce stralunata di Lennon, incisa come se “il Dalai Lama cantasse dalla cima della montagna più alta”. Un brano che ancora oggi sembra provenire dal futuro, e che, invece, risale a sessant’anni fa.

