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La “DOPAMINE” era di D.O. è iniziata: nuovi sentimenti, nuovi suoni e la chitarra protagonista

Il quarto mini album, uscito lo scorso 8 settembre, segna un nuovo corso per il cantante, attore e star degli EXO

  • Il14 Settembre 2026
La “DOPAMINE” era di D.O. è iniziata: nuovi sentimenti, nuovi suoni e la chitarra protagonista

(C) Billboard Korea

Gli è piombata addosso a luglio, dal nulla. Non stava scrivendo, e non arrivava da un testo già buttato giù. «La parola DOPAMINE mi è venuta in mente all’improvviso», racconta, «ed è finita per diventare il titolo». Ci lavorava già dall’inizio dell’anno, quando ancora non c’era nemmeno un titolo. D.O., membro degli EXO, attore, con ormai diversi album da solista alle spalle, tutti costruiti quasi solo sulla sua voce. DOPAMINE è il suo quarto mini album, e mette insieme un’apertura trainata dalla band, un pezzo disco venato di funk e una ballata al piano. Cinque tracce, stili diversi, l’amore che le attraversa tutte.

Prima ancora che l’album uscisse, D.O. ci ha costruito attorno un piccolo gioco interattivo, DOPAMINE PAK, uscito a fine agosto. Ogni mini-game ruota attorno a qualcosa da toccare, uno squishy, uno spruzzino, del ghiaccio, una chitarra, e in certi casi spunta anche la sua voce. È un modo diverso e inaspettato di presentare l’album, che parla proprio di quella scarica improvvisa quando provi qualcosa. La tocchi prima con le mani, e solo dopo la senti con le orecchie. 

È la sua voce a tenere insieme tutto quanto. Profonda, calda, vellutata. Su DOPAMINE quel timbro punta dritto a una cosa sola, l’amore che ti sorprende nel mezzo di una giornata qualunque, dolce ma travolgente, il cuore a mille senza che tu abbia ancora capito perché. È questo l’istinto dietro al disco. «Volevo pensare a sentimenti che non avevo mai provato prima», dice, «e spingermi verso di loro. Soprattutto, speravo di rendere felice chi lo ascolta.» Quel desiderio arriva in un buon momento. D.O. ha iniziato la sua carriera da solista nel 2021 con il mini album Empathy. Nel 2024 è arrivato BLOSSOM, poi l’anno scorso il suo primo album completo, BLISS.

Una delle canzoni di BLOSSOM, Popcorn, che paragona l’amore ai popcorn, ha trovato una seconda vita questa primavera, due anni dopo l’uscita, risalendo la classifica giornaliera di Melon fino al numero 27 e quella di FLO fino al numero 2. Verso la fine dello scorso anno gliel’aveva chiesta anche Kim Woo-bin (attore sudcoreano famoso soprattutto per The Heirs e School 2013, N.D.R.) per un varietà, e da lì in poi è diventata un classico per gli ingressi ai matrimoni.

La chitarra è la vera protagonista

DOPAMINE arriva con questo slancio ancora alle spalle. Oltre all’amore, l’album ha un altro filo conduttore che attraversa tutte e cinque le canzoni. La chitarra c’è in ogni pezzo, a volte nascosta sotto la batteria, a volte protagonista assoluta come in Guitarist. Non manca mai. È l’unico strumento su DOPAMINE che si rifiuta di cambiare genere insieme a tutto il resto. 

Si parte con Sing It Loud, ed è già chiaro il mood di tutto il disco. Batteria e chitarra suonate dal vivo, un ritornello fatto per essere urlato a squarciagola, i botta e risposta pensati apposta per il concerto, per il momento in cui D.O. e il pubblico diventano una voce sola. Ha dentro tutta l’energia di quando eri ragazzino e correvi libero senza pensare a niente. Delle cinque tracce è quella che mi ha preso subito, semplice, orecchiabile, di quelle che ti fanno ballare senza che tu nemmeno te ne accorga. Ed è anche il momento in cui DOPAMINE si lascia andare del tutto, quando molli una giornata come tante altre e ti perdi nel casino di una stanza piena di gente, anche solo per una sera. 

Dancing Party tiene viva la stessa energia, solo più sciolta, un pezzo indie pop-rock fatto apposta per ballare. Sotto c’è più di quanto sembri al primo ascolto, accordi jazz, batteria e basso dal vivo, tutto dentro un groove acustico da ballare senza pensarci. È l’atmosfera di chi ha deciso, apposta, di fregarsene di cosa pensano gli altri. Quando gli chiedono da dove partire per ascoltare l’album, D.O. la butta lì semplice, «meglio seguire l’ordine dei brani».

E quando gli chiedono qual è il verso che preferisce, dice che gli piacciono tutti, ma la prima riga che gli viene in mente è di Dancing Party, «눈치 따윈 Stop» (che significa più o meno “basta preoccuparsi di cosa pensano gli altri”). È sempre gioia, ma più leggera di quella della prima traccia. Qui la libertà è ballare come se nessuno ti guardasse, non quella di una folla che canta insieme. Meno perdersi nella massa, più fregarsene di come sembri mentre lo fai. 

Poi arriva Guitarist, la title track. R&B e soul, con un ritmo che resta sempre in tensione, come se da un momento all’altro dovesse esplodere e non lo fa mai. Alla scrittura ha contribuito PENOMECO, all’anagrafe Jeong Dong-uk, artista R&B e hip hop attivo dal 2014 e oggi parte del collettivo Fanxy Child. I due avevano già collaborato due volte, su Fit e DUMB, e insieme trasformano la chitarra in una specie di seconda voce nella stanza. È tutto in fingerpicking, un tocco delicato, quasi timido. Le dita dei due sembrano sfiorarsi senza toccarsi mai davvero. E dove la chitarra si ferma, entra la voce di D.O. a riempire il vuoto. Insieme trovano un accordo che sembra esistere solo tra loro due.

Il pezzo si allarga piano piano, e nella seconda metà arriva il vero picco emotivo, due cuori che battono all’unisono, uniti dalla musica e dall’amore, fino a diventare il tipo di canzone d’amore che ha senso solo tra due persone le cui voci hanno iniziato a somigliarsi. È probabilmente il pezzo più composto del disco, ed è proprio quella compostezza il bello. Qui nessuno alza la voce. Non ce n’è bisogno. 

Don’t You suona come un disco anni settanta rivisitato, chitarra e basso vecchio stile riportati al presente, ed è il pezzo con più carattere di tutto l’album. Chi canta, per una volta, ammette di essere egoista, non ha intenzione di cambiare per nessuno e vuole vivere l’amore alle sue condizioni. Dopo tre canzoni passate a perdersi completamente nell’altro, qui si torna con i piedi per terra. È l’unico momento di DOPAMINE che non prova a conquistare nessuno, e forse è proprio per questo che fa bene ascoltarlo. A volte l’onestà, in una canzone d’amore, non ha il suono dolce che ci si aspetta. 

Dear chiude l’album dalla parte opposta di quell’arco, e cresce piano, come un film, una scena alla volta. In apertura, solo poche note di pianoforte, quasi scarne. Poi, nella seconda metà, entrano chitarra e archi ad allargare il quadro, e la voce di D.O., calda e piena, si prende il compito di dire quasi tutto quello che il pezzo ha da dire. Se il resto di DOPAMINE corre, qui tutto rallenta. È l’amore che non nasce da un’emozione improvvisa, ma si costruisce negli anni, quello che ha smesso di essere una novità ed è diventato semplicemente una costante. È una ballata che ti trova di notte in macchina e ti tiene lì, con quella calma che solo una canzone d’amore sa regalare. 

Un nuovo corso

Il suo ultimo lavoro, BLISS, era un full album, dieci tracce costruite soprattutto attorno a K-pop e R&B. DOPAMINE dura la metà ma spazia di più, passando da band rock a dance-pop, R&B, funk e una ballata nel giro di cinque canzoni. «Quello che cambia è la mentalità» dice. «La voglia di provare qualcosa di nuovo. Penso che si senta nella musica, e credo che chi ascolta l’album se ne accorgerà». 

C’è una specie di ironia nascosta nel titolo. La dopamina, nel corpo, è fatta per svanire, un’ondata che non dura mai quanto vorresti. DOPAMINE, l’album, sostiene il contrario. Arrivati a Dear, l’amore non è più un picco improvviso. È semplicemente lì, costante, che continua a suonare. In fondo lui l’aveva già detto, fin dall’inizio e con parole semplicissime. Vuole solo che chi lo ascolta finisca per essere felice, e con questo disco non sembra chiedere la luna. DOPAMINE è già fuori, e a ottobre parte in tour con DAY OFF. 

Articolo di Ambra Schillirò

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