Nel rap italiano c’è ancora solo una coppia di campioni
Ieri sera Marracash e Guè hanno celebrato i 10 anni di un disco culto come “Santeria” di fronte a 34mila persone: non solo una grande festa, ma una fotografia di due amici per cui la realtà ha superato il sogno
Marracash e Guè, foto di Nicola Braga
Siamo a metà show, durante la battle guidata da DJ TY1 ai piatti a colpi di hit, street banger, brani più conscious e classici delle rispettive discografie, e Guè dice a Marracash una frase che riassume perfettamente il senso di quello a cui stiamo assistendo. Quando infatti il principe di Barona “giustifica” l’assenza di pezzi da club come Cookies ‘n’ Cream dal proprio palmares dicendo in modo autoironico di essere stato più serio negli ultimi anni, la risposta dell’amico è tanto scherzosa quanto rivelatrice. “Per questo sono qui. Ti sto facendo riscoprire la gioia dell’hip hop e delle punchline”.
Sia chiaro: Marra non si è mai allontanato dall’hip hop. Eppure da Persona in poi la sua scrittura si è fatta ancora più mentale e intensa, lasciando da parte – anche nei live – quella leggerezza che ieri, sul palco dell’Ippodromo SNAI San Siro in occasione della celebrazione dei 10 anni di Santeria, sembra ritrovare non solo grazie a un disco che della goliardia e delle punchline intrise di verve ha fatto il proprio marchio di fabbrica. Ma soprattutto grazie a colui che, come dirà alla fine del live prima del gran finale con Nulla Accade, gli ha cambiato la vita. Marracash e Guè, del resto, sono come quelle coppie che funzionano proprio perché nella diversità hanno trovato un equilibrio, perché è solo quando si è agli opposti che ci si compensa.
Marracash e Guè: l’alchimia sul palco non è cambiata
Al contempo però nessuno stempera l’altro, anzi: insieme sono ancora incendiari sin dall’ingresso con Salvador Dalì fino ad arrivare a ∞ Love, passando per l’immancabile Scooteroni, S.E.N.I.C.A.R, lo storytelling di Quasi Amici e il loro classico dei classici, Brivido, e l’alchimia sul palco è tuttora palpabile. Marracash e Guè scherzano, rappano ciascuno le barre dell’altro nel momento della battle, si gasano per i rispettivi banger tanto quanto sentono la pelle d’oca per brani come Bastavano le briciole e Eravamo re, e attraverso i loro pezzi, raccontano storie che contengono aneddoti non detti, custoditi nella memoria, come quando si chiedono a vicenda se si ricordano quando una certa canzone è stata scritta e la risposta è puntualmente sì.
E alla fine, quando le luci si accendono e i quasi 34mila presenti defluiscono dall’Ippodromo al grido di “MarraGuè”, ciò che resta è la sensazione di non aver preso parte solo una grande festa per celebrare il decennale di un disco culto, ma di aver assistito allo scatto di una fotografia di quello che Marracash e Guè sono stati e continuano a essere insieme: due rapper diversi, nati nelle stesse strade e poi cresciuti in direzioni opposte, ma ancora capaci di riconoscersi nelle stesse barre, nelle stesse storie, nella stessa profondità e al tempo stesso nella stessa ironia. Ma soprattutto due amici che in quelle serate al Muretto 30 anni fa sognavano di cambiare la propria vita e sono finiti per cambiare la storia del rap italiano.

