Quando la musica ha smesso di dettare la moda?
Continuiamo a vestirci come i musicisti, ma quel gesto non racconta più necessariamente l’appartenenza a una scena. Oggi un look può essere copiato, acquistato e indossato senza condividere la musica, i luoghi e i rapporti che un tempo gli davano significato
I Run-DMC
Nel 1986, durante un concerto dei Run-DMC al Madison Square Garden, migliaia di persone sollevarono in aria le proprie Adidas. Il gruppo stava cantando My Adidas e tra gli spettatori c’era anche Angelo Anastasio, un dirigente del marchio invitato dal manager della band. Quell’immagine anticipò l’accordo da 1,6 milioni di dollari che sarebbe arrivato poco dopo, il primo per la sponsorizzazione di sneaker siglato con musicisti anziché con atleti. Il dettaglio più interessante, però, non sta nel contratto, ma nel fatto che i Run-DMC non avessero dovuto spiegare al proprio pubblico come vestirsi: musica e moda coincidevano già in un codice condiviso. Sul palco e sotto il palco indossavano già le stesse scarpe.
Per molto tempo la musica ha funzionato anche così. Non si limitava a produrre artisti da imitare, ma riuniva persone che finivano per riconoscersi attraverso una giacca, un taglio di capelli o un paio di sneaker. Ogni scena sviluppava così segni riconoscibili anche fuori dai concerti e dai club. I vestiti non creavano la comunità: la rendevano visibile. Questo non significa che quelle scene fossero estranee al mercato, come dimostra lo stesso accordo con Adidas. Il marchio, però, non aveva introdotto le proprie sneaker nella scena. Erano stati i Run-DMC e il loro pubblico a sceglierle e a trasformarle in un simbolo, mentre il contratto aveva semplicemente riconosciuto il potenziale commerciale di qualcosa che era già avvenuto.
Pochi anni dopo, il grunge mostrò il movimento opposto. In questo caso non era stata una scena a scegliere un prodotto e ad attribuirgli un significato, ma la moda ad appropriarsi dell’aspetto di una scena e a trasformarlo in prodotto. Le flanelle, i cardigan, gli anfibi e gli abiti trovati nei thrift store appartenevano alla vita quotidiana di Seattle molto prima che Marc Jacobs li portasse sulla passerella di Perry Ellis per la primavera 1993 e, quando alcuni capi della collezione arrivarono a Courtney Love, poster girl del grunge, lei raccontò di averli bruciati.
Il rifiuto nasceva anche da questo rovesciamento. Vestiti economici e quotidiani erano stati separati dal contesto in cui avevano assunto un significato e restituiti alla scena sotto forma di prodotti di lusso. L’industria vedeva un nuovo look, mentre loro riconoscevano semplicemente ciò che avevano sempre indossato. Anche in questo caso, musica e moda si incontravano, ma era la musica a precedere la moda, arrivata soltanto quando quell’aspetto era ormai abbastanza riconoscibile da poter essere nominato, riprodotto e venduto.
Il grunge non fu un’eccezione. Lo stesso processo aveva già coinvolto le culture mod, hippie, punk e glam, i cui modi di vestire, nati all’interno di scene precise, erano progressivamente usciti dai propri contesti per entrare nel vocabolario generale della moda. Nel 1994 l’antropologo Ted Polhemus descrisse il risultato di questo accumulo attraverso l’espressione “supermarket of style”. Decenni di stili erano ormai disponibili nello stesso momento per essere campionati e ricombinati. Fino al punto che una sottocultura poteva essere ridotta a pochi elementi riconoscibili e inserita, insieme ad altre, nello stesso outfit. Ciò che prima rendeva visibile un’appartenenza poteva ormai essere scelto come stile. Anche senza condividere la musica, i luoghi o la vita della scena che lo aveva prodotto.
Quel supermercato degli stili non ha mai chiuso, ma il web ha cambiato il modo in cui vi accediamo e ciò che vi troviamo. Si attraversa con una barra di ricerca e un pulsante a forma di carrello. Nel supermarket descritto da Polhemus, sugli scaffali finivano frammenti di scene che erano già esistite. Nella sua versione digitale, invece, un nome può riunire per primo una serie di immagini e oggetti. Prima ancora che intorno a quell’insieme si formi una comunità.
La storia del suffisso “-core” rende evidente lo stesso spostamento. Per anni è rimasto legato soprattutto alla musica: a partire dall’hardcore, definizioni come metalcore ed emocore distinguevano suoni, genealogie e relative scene. Con normcore, gorpcore, cottagecore o balletcore, invece, il suffisso non identifica più una derivazione musicale. Ma un insieme visivo che non richiede un genere, un locale o una comunità precedente.
Gli artisti continuano a influenzare la moda, rendendo riconoscibile un colore, un capo, una silhouette o un atteggiamento e portandoli molto oltre il proprio pubblico. Durante lo Short n’ Sweet Tour di Sabrina Carpenter, per esempio, migliaia di fan si sono presentate in minigonne, calze a rete, platform, paillettes e tonalità pastello. Il fenomeno è stato chiamato “Brinacore”, e la stessa artista ha raccontato di essersi accorta che i suoi concerti erano diventati occasioni per vestirsi appositamente.
In quei momenti il pubblico torna a riconoscersi attraverso gli abiti, proprio come accadeva davanti ai Run-DMC, ma il look può restare circoscritto alla durata dell’evento. Viene preparato per il concerto, fotografato, pubblicato e poi riposto nell’armadio. Finisce così per indicare con precisione a quale spettacolo stiamo andando quella sera, ma non necessariamente quale musica organizzi la nostra vita quotidiana.
La musica non ha smesso di dettare la moda da un giorno all’altro. Ha perso poco a poco il ruolo che aveva nel dare forma anche al modo in cui le persone si riconoscevano, mentre quei codici diventavano disponibili a brand, artisti e piattaforme. Continuiamo a vestirci come i musicisti, ma quel gesto non racconta più necessariamente l’appartenenza a una scena. Oggi un look può essere copiato, acquistato e indossato senza condividere la musica, i luoghi e i rapporti che un tempo gli davano significato.
Articolo di Giorgia Calia

