Il concerto di Florence and the Machine a Milano è un rito liberatorio
Ieri sera all’Ippodromo SNAI San Siro è andato in scena il secondo appuntamento degli I-DAYS Milano Coca Cola con protagonista la grande sacerdotessa del pop rock contemporaneo
Florence and the Machine in concerto agli I-DAYS Milano Coca Cola 2026
«So che ai concerti volete riprendere tutti questa canzone, ma se ora la filmerete, non la vivrete. Quindi ora voglio che mettiate via i telefoni e saltiate con le persone che amate, con quelle con cui siete qui stasera e quelle che avete appena conosciuto». Per parlare di quello che è stato il concerto di Florence and the Machine agli I-DAYS Milano Coca Cola, occorre partire dalla fine, ossia da come – prima dell’esplosione di Dog Days Are Over – quando Florence Welch grida che la felicità la colpì all’improvviso alla schiena come un proiettile – la frontwoman britannica invita gli oltre 30mila presenti a godersi il momento più atteso della serata. O, come dice lei, a “esperienziare”.
E allora, posati gli smartphone, il rituale liberatorio guidato dalla sacerdotessa dai lunghi capelli rossi e la voce che scava nel sottosuolo dell’anima può giungere al suo culmine.
Ed esperienziare è il verbo più giusto per descrivere quello che accade durante il concerto di Florence and the Machine a Milano. Abito nero da creatura mitica che ne accompagna perfettamente il volteggio sinuoso, piedi scalzi che suggeriscono libertà e connessione profonda, Florence appare sul palco dell’Ippodromo SNAI San Siro alle 21.30 in punto, nel momento esatto in cui la luce del crepuscolo lascia spazio alla notte. Da lì in poi per i successivi 90 minuti l’impressione è quella di far parte di un qualcosa di ultraterreno. Come una menade mitologica, Welch – accompagnata sul palco da 4 danzatrici che seguono ogni suo movimento – sprigiona e richiama a sé ogni tipo di energia, così potente da sembrare sovrumana, perfetta nell’esecuzione ma profondamente reale e sentita.
Florence and the Machine a Milano: un’esperienza ultraterrena
Si parte con Everybody Scream, title track del nuovo album uscito la scorsa estate, per poi continuare con brani che hanno segnato una generazione come Shake It Out, Spectrum, You’ve Got The Love, What Kind Of Men e la sopracitata Dog Days Are Over, che insieme a Free chiude il concerto. Ma è su brani come Never Let Me Go – durante il quale scende ad abbracciare a lungo il suo pubblico adorante e, dettaglio non scontato, sprovvisto di telefoni per riprendere il momento – e Buckle – pezzo che non voleva far uscire perché «mi ero ripromessa di non scrivere più una canzone per qualcuno che non risponde ai miei messaggi» che Florence abbandona per un attimo i panni della dea sotterranea e torna ad essere umana e vicina.
Quando le ultime note di Free si dissolvono e le luci tornano a imporsi sulla notte, quello che resta non è tanto il ricordo di una scaletta impeccabile o di una performance senza sbavature, ma la sensazione di aver condiviso davvero qualcosa non doveva essere registrato o trattenuto, ma solo vissuto. E vedendo tutte quelle persone saltare e cantare all’unisono, si rischia quasi di convincersi anche solo per un attimo che che sì, i giorni bui, prima o poi, passeranno per davvero.

