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I Fontaines D.C. sono un inverno al sole: il concerto di Bologna

Da Mina a “I Love You” dedicata a Sorrentino, la band irlandese prosegue il viaggio iniziato nel 2017 e approdato alla svolta di “Dopamine Chamber”. No, non sono diventati i Coldplay, ma la rock band più rilevante del momento

  • Il27 Ottobre 2026
I Fontaines D.C. sono un inverno al sole: il concerto di Bologna

Foto di Luca Mallardo

«I want to see some other places / I want a single resignation from the races / I want to feel it, winter in the sun». È il 6 ottobre 2017 e una band irlandese che porta la sigla della città di Dublino nel nome, pubblica il secondo singolo Hurricane Laughter, accompagnato dal b-side Winter in the Sun. Un brano che parla dei dubliners e della voglia di fuggire ed esplorare. Un sentimento che ha guidato i Fontaines D.C. portandoli nella dimensione attuale, quella dell’Unipol Arena di Bologna, dello Slane Castle e del London Stadium. C’è chi si è lamentato – i più affezionati ai suoni post-punk in primis – della svolta iniziata con Romance e proseguita in modo ancora più netto con Dopamine Chamber. Eppure, era scritto nel loro destino. O meglio, nei loro pezzi, dal principio. 

Sono diventati i Boys in the Better Land trasferendosi a Londra, registrando il secondo disco negli Stati Uniti. Spostandosi tra Francia e Spagna. Arrivando a riempire in meno di dieci anni arene che sembravano inarrivabili per una band indipendente con quei suoni così scomodi e quel modo di cantare di Grian Chatten, a metà strada tra lo spoken di Mark E. Smith e il tono baritonale di Ian Curtis. Nonostante anche la pandemia a mettere loro il bastone tra le ruote ha conquistato disco dopo disco sempre più pubblico.  

Foto di Luca Mallardo

Il viaggio  

Quando ieri sera la voce di Mina di Mina – la cui voce ha ispirato la scrittura di Dopamine Chamber – ha accompagnato Grian Chatten, Carlos O’Connell, Conor Deegan III, Conor Curley e Tom Coll (oltre al turnista Alexander Chilli Jesson), il senso del viaggio e della continua scoperta si è ulteriormente compiuto. È nel dna irlandese l’essere migranti non solo fisici, ma culturali. L’Italia è stata protagonista del concerto di Bologna: i Fontaines D.C. l’hanno omaggiata anche dedicando I Love You a Paolo Sorrentino. Non è piaggeria, è ormai arcinoto che l’ultimo disco è stato scritto in parte tra Venezia e Palermo. 

Il viaggio nella nuova camera dopaminica che tanto spaventava i fan della prima ora è iniziato con Tongue e con la coda noise che si è collegata alla perfezione con l’acid rock di Here’s the Way. Un percorso a ritroso che, passando per Nabokov, ha ricondotto il pubblico al 2017 con Boys in the Better Land, suonata alla stessa velocità di sempre. Unico passaggio mancato il sophomore A Hero’s Death, anche se quella titletrack, reintrodotta in scaletta dopo due date, arriverà in seguito. La prima cosa che è saltata all’orecchio è la connessione tra i pezzi provenienti da “epoche” diverse della band. Fa sorridere utilizzare un termine del genere dal momento che stiamo parlando di bienni.  

I nuovi brani non stonano nell’economia della setlist. Marianne ha gli spazi di Desire e di Romance. Japan, sebbene a livello di testo forse è più debole, ha la chitarra acustica e la svolta melodica di Roman Holiday. Tra le tracce di Dopamine Chamber che hanno guadagnato di più dall’esperienza dal vivo ci sono Six Shot Morning e, nonostante sia la canzone più pop mai scritta dalla band, Mimesis. Il pubblico che un attimo prima pogava con Death Kink si è ritrovato a intonare la melodia, “costringendo” la band a ripetere l’ultimo ritornello.  

La suddetta vittoria inaspettata è coincisa con una resa dal vivo che non ha tradito quanto di buono i Fontaines D.C. hanno mostrato finora. L’acustica non ottimale dell’Unipol Arena non ha intaccato il suono di basso e chitarre. Cosa che era accaduta con gli Strokes, per esempio. Ma soprattutto il gruppo è stato chirurgico in ogni passaggio. L’esempio principe è Favourite, un pezzo che nel tour di Romance spesso la band faticava a rendere al pari della versione studio. Ieri sera il miglioramento è stato netto. Le seconde voci di Deego e Carlos in linea, stupende anche in I Miss You. E quella di Grian Chatten molto più a fuoco rispetto al passato. 

Fontaines D.C. Bologna
Foto di Luca Mallardo

Sia chiaro l’imprecisione è sempre stata una caratteristica del suo canto: sporco, al limite con la stonatura, ma per questo fragile, malinconico e capace di tagliare come una lama affilata. L’anima post-punk, per chi li vorrebbe duri e puri come ai tempi di Dogrel, è anche questa. E i Fontaines D.C. non sono cambiati. Il loro modo nevrotico e silenzioso di essere sul palco ed eseguire brano dopo brano senza dire una parola che non sia un grazie o un free Palestine è rimasto identico.

La connessione unica che creano con il pubblico – soprattutto Grian, semplicemente alzando le braccia o battendo a terra l’asta del microfono – è la stessa di cui sopra che lega i nuovi brani ai meno recenti, per quanto differenti. A tal proposito, la passerella, introdotta da Finsbury Park in poi, ha aiutato ancora di più il gruppo e il frontman in questo senso. Mai scelta fu più giusta. 

Foto di Luca Mallardo

Ok, ma la scaletta? 

Arriviamo alla nota dolente che ha animato i post del gruppo negli ultimi giorni: la scaletta. La mancanza di Demolition, tra i brani più apprezzati dell’ultimo disco insieme ad Happy For You, ha trainato l’”indignazione”. Tuttavia, a quel viaggio è mancata soprattutto la spinta originaria. Perché Televised Mind è un pezzo che non avrebbe stonato neppure in Dopamine Chamber e Liberty Belle sembra parlare del momento storico attuale. Dogrel e A Hero’s Death avrebbero meritato almeno un po’ di spazio in più. Perché i brani presenti in quei due album non sono dei pezzi giovanili in cui la band non si può più riconoscere. La grandezza dei Fontaines D.C. e ciò che li ha portati dall’essere un gruppo di universitari appassionati di letteratura a diventare la rock band più rilevante degli anni Venti, è questa coerenza di fondo.  

Il concerto si è chiuso con Where Is Gone che, senza la voce di Rosalía, sembra ancora di più un pezzo di Chaos for the Fly, a suo modo intenso ed emozionante. La realtà però è che il vero finale è stato I Love You. La canzone migliore della discografia dei Fontaines D.C., quella che rappresenta al meglio le influenze, il contraddittorio amore e odio nei confronti della madre patria e, in un senso più ampio, del sound chitarristico che li ha fatti crescere. Il brano dove le parole assolvono una duplice funzione: significato e suono, quando sputate sul microfono a raffica. I Love You è anche il brano che spiega da dove nasce quel senso di ricerca continuo. Quel qualcosa di inafferrabile che rende l’esistenza malinconica, ma incredibilmente interessante, come può essere un inverno al sole.  

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