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San Siro ha davvero consacrato Geolier come campione d’Italia

È partito ieri sera dal Meazza di fronte a 47mila persone il tour negli stadi del rapper napoletano: «Ora sogno il Madison Square Garden e una residency a Napoli come Bad Bunny»

  • Il14 Giugno 2026
San Siro ha davvero consacrato Geolier come campione d’Italia

Geolier a San Siro, foto di Ciro Di Bello

Alle 23:30 il primo concerto di Geolier a San Siro è terminato da pochi minuti, ma fuori dallo stadio nessuno sembra avere intenzione di andarsene tanto presto. I classici della tradizione neomelodica rimbombano dalle casse gracchianti dei baracchini che circondano il Meazza affollati di ragazzi con tatuaggi sacri e profani e le loro fidanzate con shorts skinny abbinati alla maglia del Napoli, bambini con il volto del loro idolo stampato sulle t-shirt e signori e signore di mezza età che vivono a Milano per lavoro e non di certo per amore, ché il loro cuore è rimasto intrappolato in qualche vicolo di quella città in cui non piove e di cui ieri sera, tra i serpentoni della Scala del calcio, hanno ritrovato un pezzo grazie a quel ragazzo che per i 47mila presenti, nonostante tutto, resta ancora e sempre Emanue’.

Tutti ballano, cantano, si baciano tra un sorso di Peroni ghiacciata nel tentativo di rinfrescare una serata torrida e un tiro di sigaretta e si scattano foto per non farsi sfuggire nemmeno un minuto di quella sera in cui, per 3 ore di show e 45 canzoni in scaletta, non esistono confini, e Milano diventa così tanto Napoli che lo stesso Geolier invita la città – la sua – a fare un boato per Kid Yugi, uno degli ospiti del suo primo San Siro insieme a Lazza, Shiva e MV Killa. Del resto, «arrivare in questo stadio per me è importantissimo», racconta lui alla stampa qualche ora prima del concerto mentre con la testa è già proiettato alle decine di migliaia di persone che lo stanno aspettando lì fuori dalle prime luci del mattino.

Geolier a San Siro: «Per me è la prova che non esiste la divisione Nord-Sud»

«Per me è la prova che non esiste la divisione Nord-Sud. Sono qui a cantare in napoletano di fronte a un pubblico che è partenopeo al 50%: se esistesse il pregiudizio, l’altro 50% non sarebbe qui. Sono felice di aprire le porte per chi verrà dopo, ma ho il privilegio di passare tra le porte che hanno aperto quelli prima di me».

Come Edoardo Bennato nel 1980 – non solo il primo artista napoletano ad esibirsi a San Siro, ma il primo artista italiano a riempirlo – o Pino Daniele, che nello stesso anno proprio al Meazza aprì lo storico concerto di Bob Marley e la cui voce risuona sulle note di Tutto è possibile, per uno dei momenti – insieme a Un ricco e un povero, uno dei migliori storytelling della storia recente del rap italiano – sicuramente più emozionanti dello show suddiviso in quattro atti che ripercorrono in percorso umano e artistico di Geolier dagli inizi ad oggi: la promessa, il sangue, il riscatto e, infine, la gloria.

Il volo a 30 metri d’altezza

Il concerto, infatti, è il racconto dell’ascesa di un ragazzo che, come dice in A Napoli non piove, voleva volare oltre quel cielo che può essere anche muro. E ieri sera non lo ha fatto solo metaforicamente, portando sul palco la parabola di un ragazzo di vita che diventa eroe senza smettere di essere umano, che quando sogna lo fa in grande, ma senza mai dimenticare casa – «Cosa c’è dopo tutto questo? Sogno una residency a Napoli come ha fatto Bad Bunny a Puerto Rico, o magari il Madison Square Garden come Gigi o Nino» – che ha imparato a volare senza però perdere il contatto con le proprie radici, ma anche letteralmente.

E forse non è un caso che il momento in cui Geolier plana sul “tetto” di San Siro, a ben 30 metri d’altezza, sia – oltre al 64 Bars Campioni in Italia, rappato dall’inizio alla fine – proprio quello di P Secondigliano, quasi come a voler ricordare che per arrivare in alto non bisogna mai scordarsi da dove si è partiti, anche se quel punto adesso si guarda dalla cima più alta, quella che sembra irraggiungibile per tutti tranne che per chi è disposto a morire pur di salire sempre più in alto per rendere un sogno di periferia una realtà in cui credere in qualsiasi latitudine e per guardare meglio. E sotto di lui, a cantare ogni parola nel suo dialetto, c’era un San Siro pieno e illuminato. Non male per un ragazzo di Secondigliano che voleva soltanto vedere cosa ci fosse oltre il cielo.

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