Jonny Greenwood: «Cancellare la musica equivale a togliere i libri dagli scaffali»
Intervistato da El Pais, il chitarrista dei Radiohead ha parlato della cancellazione dei concerti a Londra e Bristol con l’artista israeliano Dudu Tassa
Jonny Greenwood
Intervistato da El Pais per l’uscita di Ranjha, l’album che ha pubblicato a maggio con Shye Ben Tzur – nato in Israele – e gli indiani Rajasthan Express, Jonny Greenwood ha parlato della cancellazione dei concerti a Londra e Bristol con l’artista israeliano Dudu Tassa nel 2025. La notizia dell’annullamento era stata diffusa dalla Palestinian Campaign for the Academic & Cultural Boycott of Israel, l’organizzazione che opera per il boicottaggio accademico e culturale di Israele. Alla domanda se da allora la sua opinione fosse cambiata, Jonny Grenwood ha risposto dopo un lungo silenzio.
“Sono un fan di molti film, scrittori e musicisti israeliani. La musica che faccio con Dudu riporta in vita canzoni più antiche della maggior parte dei Paesi che oggi sono in guerra tra loro”, ha detto il chitarrista dei Radiohead. “Per me questo sarà sempre più importante. Ci sono librerie a Madrid che vendono i romanzi di Amos Oz, e lui è israeliano. Per me cancellare la musica equivale a togliere i libri dagli scaffali”.
La cancellazione dei concerti in Inghilterra
“Costringere i musicisti a non esibirsi e negare alle persone che vogliono ascoltarli l’opportunità di farlo è evidentemente un metodo di censura”, aveva dichiarato il chitarrista all’epoca dei fatti. “Intimidire i locali a ritirare i nostri spettacoli non aiuterà a raggiungere la pace e la giustizia che tutti in Medio Oriente meritano. Questa cancellazione sarà salutata come una vittoria dagli attivisti che la sostengono. Ma noi non vediamo nulla da festeggiare e non troviamo che sia stato raggiunto alcun risultato positivo. Per alcuni di destra, stiamo suonando il tipo di musica “sbagliata”, troppo inclusiva, troppo consapevole della ricca e bella diversità della cultura mediorientale. Per alcuni a sinistra, la suoniamo solo per assolverci dai nostri peccati collettivi”.
Incalzato quindi dal giornalista su come sia vivere dal punto di vista del popolo israeliano ciò che sta succedendo in Palestina e in Libano (Greenwood è sposato dal 1995 con l’artista israeliana Sharon Katan), il membro della band ha risposto in modo secco. “Non sono sicuro di capire cosa c’entri questo con il fatto che io abbia realizzato un disco con degli indiani a Oxford”.
“A questo punto, il rappresentante dell’etichetta discografica BMG chiede che l’intervista si concentri esclusivamente sulla musica”, riporta El Pais. “Al giornalista non viene dunque consentito di porre le due domande che aveva preparato riguardo alla Palestina. Una su come Greenwood avesse vissuto il fatto che alcuni colleghi britannici fossero stati fermati per aver protestato a sostegno dell’organizzazione Palestine Action. E un’altra sull’eventuale esistenza di discussioni interne ai Radiohead sull’argomento”.
Jonny Greenwood e le proteste sul governo in Israele
A ottobre il Sunday Times aveva pubblicato un’intervista ai Radiohead nella quale Jonny Greenwood aveva raccontato di aver partecipato alle proteste nella Piazza degli Ostaggi a Tel Aviv, in Israele. “Sono stato alle manifestazioni contro il governo in Israele e non puoi fare un passo senza vedere adesivi con scritto Fuck Ben-Gvir”, aveva raccontato. “Trascorro molto tempo lì con la mia famiglia e non posso semplicemente dire: “Non faccio musica con voi stronzi a causa del governo”. Per me non ha alcun senso. Non provo alcuna lealtà — né, ovviamente, rispetto — per il loro governo, ma ne provo entrambe per gli artisti che sono nati lì”.
Le parole di Thom Yorke
Lo scorso luglio poi, Thom Yorke aveva pubblicato un lungo messaggio sui propri social. “Quel silenzio, il mio tentativo di mostrare rispetto per tutti coloro che stanno soffrendo e per coloro che sono morti, e di non banalizzarlo in poche parole, ha permesso ad altri gruppi opportunisti di usare l’intimidazione e la diffamazione per riempire i vuoti, e mi dispiace aver dato loro questa possibilità. Questo ha avuto un pesante impatto sulla mia salute mentale”, aveva scritto il cantautore britannico. Il riferimento era all’episodio che aveva coinvolto lui e gli Smile (il trio composto anche da Greenwood e Tom Skinner) a Melbourne nell’ottobre del 2024. In quell’occasione, infatti, il frontman dei Radiohead aveva abbandonato il palco dopo che una persona del pubblico aveva gridato delle frasi contro l’operato di Israele in Palestina.
Inoltre, il Boycott, Divestment and Sanctions, insieme alla Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel, si era espresso dopo l’annuncio del tour dei Radiohead. “Anche se il genocidio perpetrato da Israele contro i palestinesi a Gaza ha raggiunto la sua fase più recente, brutale e depravata, i Radiohead continuano con il loro silenzio complice. Mentre uno dei membri del gruppo continua a violare il nostro picchetto, esibendosi a breve distanza da un genocidio trasmesso in diretta streaming. Insieme a un artista israeliano che intrattiene le forze israeliane responsabili del genocidio”, si leggeva nel messaggio pubblicato sui social.

