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“Wow! The Signal” è quasi l’album dei Muse che avremmo voluto

Il decimo disco della band riporta al centro chitarra, basso e batteria (con un pizzico di trash metal) riscoprendo l’orchestra. Peccato per la produzione, certe scorribande elettroniche di troppo e i testi. È davvero il loro lavoro migliore dal 2015?

  • Il25 Giugno 2026
“Wow! The Signal” è quasi l’album dei Muse che avremmo voluto

Photography: Tim Saccenti Art Direction: Jesse Lee Stout Styling: Cristina Acevedo

Quella di domani, più che un’uscita, è un Disclosure Day. Del nuovo album dei Muse, tra singoli e anticipazioni, avevamo avuto la possibilità di ascoltare la metà dei brani. A sentirlo per intero, con i tasselli mancanti, Wow! The Signal cambia la percezione su alcuni passaggi apparentemente inspiegabili se separati dal contesto. Sarà che ci si lascia spesso influenzare da ciò che viviamo, ma come nel nuovo film di Steven Spielberg, gli alieni – e il segnale captato nel 1977 che dà il titolo al disco – sono solo un MacGuffin per parlare d’altro: di empatia e di senso di umanità, derivanti anche dal doloroso distacco emotivo vissuto da Matthew Bellamy dopo il divorzio da Elle Evans. 

Non ci sono quindi discorsi filosofici a la Origin of Simmetry o storie cospiratorie come in Will of the People. Il decimo album riduce tutto a un livello interpretativo basilare. Lo spazio e i riferimenti fantascientifici sono un corredo per giustificare i loro caratteristici suoni enfatici e quel pathos qui rimpinzato con un ritorno prepotente dell’orchestra. Wow! Signal non è propriamente un ritorno alle basi, come lo era stato Drones, ci sono scorribande sconsiderate nella nu disco, beat elettronici e la forte infatuazione di Matt per il metal – non tanto quello degli Slipknot citati per Won’t Stand Down, quanto il trash metal – che qui diventa preponderante e quasi onnipresente.  

Il risultato è un album dove tornano centrali la chitarra – anche quella a otto corde in Unravelling – il basso di Chris Wolstenholme e la batteria di Dominic Howard. Ci sono momenti ispirati, altri decisamente evitabili e frutto dell’istrionica vena creativa del frontman e del producer Dan Lancaster che spesso esagerano. Se state pensando a Nightshift Superstar sbagliate perché, pur essendo uno dei momenti più “poppettari” del disco, è costruito su un groove che si mantiene vivo per tutti i quattro minuti dando l’impressione di essere una versione aggiornata, e decisamente migliore, di Panic Station.  

La produzione 

Il coro di voci bianche sul finale del secondo brano della tracklist lega il pezzo a The Dark Forest che, dopo qualche ascolto, sembra la prova migliore della band. La London Metropolitan Orchestra è la vera protagonista e costruisce un’atmosfera cinematografica che si dissolve nel momento in cui gli archi si uniscono alla cavalcata tipica di basso e chitarra, prima della coda hard rock. Sembra tutto bellissimo, oltre che di rivivere momenti dei Muse di oltre dieci anni fa. Il problema è però nella produzione.  

Matt e Dan Lacaster sono due bambini al luna park. Si divertono a inserire all’improvviso un beat elettronico (quasi sacrilego) dopo un’intro emozionante di organo in Be With You, prima di sotterrarlo di nuovo sotto un crescendo che ricorda un certo incedere alla Queen che aveva caratterizzato il gruppo ai tempi di The 2nd Law. Gli elementi suonano tutti alla perfezione. I synth che dialogano con la chitarra, o le parti metal da head banging di The Sickness in You & I della già citata Unravelling. Ma non è una buona cosa. Wow! Signal diventa un disco prodotto come un disco pop pur non volendo essere un disco pop.

È quello che accade con Hexagons con cui il trio torna nei territori di Black Holes and Revelations. Nonostante il tempo in 6/4 che disorienta e trasporta il pezzo nei territori del progressive, per via della suddetta pulizia, non si riesce mai del tutto a uscire da quella sensazione dei Muse che giocano a fare i Muse. C’è però da dire anche che, a differenza dei precedenti Will of the People e The Simulation Theory, non ci sono brani che un fan della prima ora della band non avrebbe voglia di scoprire come suonano dal vivo. Anzi, sono quasi tutti ispiratori di pogo.  

Per esempio, Cryogen, con quel riff alla Plug in Baby, sarà una bomba. Anche perché non ci sono evoluzioni vocali tali da mettere in difficoltà Matt, come invece avviene in alcuni classici del gruppo (ahimè l’età passa per tutti). Stesso vale per The Sickness in You & I. Insomma, non c’è la Compliance o la Something Human di turno. C’è solo Hush con Ellie Goulding che è un pastiche un po’ inspiegabile perché inizia con un riff crudissimo e sporco (sì, anche nella produzione) per poi trasformarsi durante le strofe in un brano elettropop con un ritornello che avrebbe funzionato di più in un album di David Guetta.  

Sì, ma i testi? 

C’è un aspetto che più di ogni altro delude del nuovo album dei Muse e che non lo rende al livello di Drones (Stiamo comunque parlando del loro lavoro più coerente degli ultimi dieci anni). Sono i testi. La trovata del vuoto spaziale come metafora per la mancanza e la lontananza, pur non originalissima, era una bella metafora. Purtroppo, non confermata dai versi spesso fin troppo superficiali. Unica lancia spezzata a favore di Matthew Bellamy è l’apertura personale.

Ci sono stralci molto intimi che è impossibile non ricollegare alle sue esperienze di vita recenti.  «Loneliness, she lеft me trembling», «I’m craving your touch will save me» oppure il «Was I not enough?» ripetuto nel bridge di Shimmering Stars. Ecco, la terza traccia è uno dei due momenti in cui la produzione fa quello che avrebbe dovuto fare nel resto del disco. Essere quasi invisibile e lasciare spazio agli spigoli. Per esempio, al suono puro di basso e batteria del ponte o all’ingresso delgli archi del finale. L’altro è Space Debris che chiude il disco con una ballad minimale tra l’elettronico e l’acustico, a tinte radioheadiane, in cui anche l’orchestra abbandona la pomposità. Sarà che ci stanno prendendo gusto con i pezzi conclusivi dei loro dischi. (Vedi We Are Fucking Fucked). 

Divertimento  

Cosa devono dirci e darci i Muse giunti al decimo album? Ci facciamo bastare un disco come Wow! Signal che – sarà anche perché partito da basse aspettative dopo due dischi pasticciati – ha una coerenza e una sua urgenza. Sì, spesso calibrata (oltre che prodotta) non al massimo delle possibilità, ma almeno non è solo puro divertimento. Perché se c’era una cosa che ci aveva fatto sempre perdonare il trio dal 2018, era il fatto che si percepiva che si divertivano. Altrimenti non ti presenti con un disco di inediti (Will of the People) se la discografica ti chiede un best of. 

Ma il solo divertimento non basta. Qua c’è quel pizzico in più che rende la band più inquadrata come un tempo. Come con Spielberg, possiamo sospendere l’incredulità in alcuni momenti di Disclosure Day, anche con i Muse è permesso. Anche perché dal vivo stavolta, durante i nuovi brani, probabilmente si scatenerà e divertirà anche il pubblico della prima ora.  

I Muse si esibiranno all’Unipol Dome di Milano il prossimo 20 e 21 novembre, tutte le info qui.

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