Arrivare e partire per far suonare la musica davvero: Rareș è più sincero che mai
Il cantautore abbraccia istinto, spontaneità e lascia libero il proprio spirito pop nel suo terzo album. Il più “semplice” e immediato della sua giovane carriera
Foto di Pippo Moscati
Sono passati sei anni da Curriculum Vitae. In tutto questo tempo, da quell’album di debutto Rareș ha cambiato pelle e città più volte, esplorando e adottando diverse declinazioni stilistiche, quasi a voler trovare una formula che potesse essere il più funzionale possibile per il suo cantautorato. Funzionale, formula, declinazione: tre parole che c’entrano poco o nulla con la dinamica e l’immediatezza del suo terzo disco SINCERO!. Il cantautore italo-romeno l’ha descritto come una «lunga lettera spedita a un solo grande interlocutore: un disco per un Tu a cui un Io parla di un Noi», ma è più complicato a dirsi che a farsi.
Facciamo suonare la musica? Fin dal primo ascolto si ha la netta sensazione di essere entrati nel suo piccolo spicchio di mondo senza alcun tipo di sforzo. Canzone dopo canzone, si realizza come in quello stesso spaccato ci sia spazio un po’ per tutti. Per chi ha appena vissuto la fine di un amore, per chi lo sta cercando, per chi è convinto di non averlo mai vissuto e anche per chi è certo che non esista.

Rareș ha preso spunto da esperienze vissute sulla propria pelle e le ha unite a storie che gli sono scorse di fianco. Nulla di così speciale, è una cosa che, di norma, fanno tutti coloro che scrivono canzoni. L’abilità sta nel trovare le «falle nel sistema» come canta in Strappacuore con Giovanni Truppi, una delle collaborazioni del disco. Un pezzo che si riempie a poco poco: pianoforte, chitarra, sintetizzatori e gli archi, violino e viola, suonati da Federica Furlani. Quando ci si innamora si fanno pazzie e, ancor di più, dopo averne accertata la fine, ci si rende conto di non essere più come prima. C’è chi perde la voce e chi come Gabriel, tra Bologna e Milano, cerca la maniera giusta di farla risuonare.
Se di rottura si deve parlare, la break-up song è il pezzo centrale della tracklist – l’unica che lo è fino in fondo – che è un po’ una presa di coscienza. L’amore è un’altra cosa è un altro lento con protagonista il pianoforte e a corredo i sintetizzatori e la produzione di okgiorgio. Proprio chiacchierando con Giorgio qualche tempo fa, eravamo finiti a parlare di Justin Vernon e della sua abilità nel far suonare l’elettronica acustica e viceversa. Sarà per il tono rarefatto e soprattutto per il falsetto del ritornello, ma in quello studio di registrazione il fantasma dei Bon Iver un giro se l’è fatto di certo.
Restare sconvolti dal viaggio
SINCERO! però non è un disco concepito come un lungo piangersi addosso ed è merito del modo in cui Rareș ha costruito il suo nuovo suono. Con le parole, d’altronde, non aveva bisogno di grosse rivoluzioni. Abbiamo imparato a conoscerlo in maniera camaleontica. Prima con un cantautorato intimo che non aveva paura di strizzare l’occhio al folk di matrice americana. Poi nel 2023 una svolta inaspettata con Femmina, un’opera stratificata nella quale l’elemento elettronico decostruiva le melodie, le spezzettava e le rimontava. Combinazioni nelle quali gli scampoli più “puliti”, come Peggiore mossa, riascoltati oggi, sembrano un preludio di quanto sarebbe accaduto in futuro. Nel mezzo anche la collaborazione con MACE e Cosmo in STRANO DESERTO. Il tragitto, con tutte le deviazioni a esso connesse, ha condotto l’artista al suo disco più rappresentativo e “semplice”.
Se l’utilizzo delle virgolette prende il sopravvento come accaduto nelle ultime due frasi, il motivo è che anche questo album andrebbe messo lì in mezzo a quegli apici che, pur nascondendo significati nascosti, riesce a renderli palesi. Prendete la successione iniziale di Giorni di sole e Gatti. Il primo inaugura il disco con un arpeggio di chitarra di radioheadiana memoria. Con buona pace della luce, ci si sofferma sulle ombre che si infilano in quella casa che è oramai «un mucchio di stanze disordinate». La voce di iako è in simbiosi con quella di Rareș mentre il tono cambia mentre ci si avvicina al finale. Ed ecco il sax e il groove di basso che accompagnano una spensieratezza inaspettata.
«Pensavo di voler stare dove volevo, ma invece tutto il contrario» canta a un tratto Gabriel. È una sintesi del traguardo raggiunto dopo tanto vagare, sia emotivo che stilistico. L’approdo è un pop elegante e colorato come la chitarra elettrica del finale e i visual animati che accompagnano tutti i brani del disco. Una leggerezza che, come l’immagine dei topi che saltano intorno al fuoco quando i gatti non ci sono, o quella ancora più disneyana della Robina che si muove quando ci si innamora, nasconde un grande lavoro di coesione. Perché sì, SINCERO! all’ascolto è il suo disco più facile da ascoltare, più catchy e meno chiuso in se stesso. La semplicità percepita però non corrisponde a quella creativa. A livello strumentale Rareș ha realizzato una sintesi complessa, unendo elementi acustici, orchestrali, elettronici e rendendo l’ascoltatore partecipe di un’esperienza suonata. La sorpresa è sempre dietro l’angolo.

I demoni non esistono
«La notte dei miracoli sembra una corsa a ostacoli / Una notte con i demoni» canta nella conclusiva Senza confini. Eppure, nel contesto del disco sembrano solo i classici pensieri che invadono la testa poco prima di addormentarsi e che, nel migliore dei casi, scompaiono con il sole. È pur vero che in SINCERO! va tutto al contrario. Le previsioni meteo che preannunciano pioggia portano felicità e cuore in gola, a differenza del sole che mette ancor più in evidenza le ombre. Hanno previsto pioggia con faccianuvola dà il la a uno dei momenti più interessanti del disco.
Oltre alla cura nei dettagli delle parole che disegnano immagini a metà strada tra la realtà definita e la sfocatura dei ricordi, introducono delle trovate strumentali – l’inizio rimanda piacevolmente a un certo filone britannico, Broken Biscuits degli English Teacher vi dice nulla? – che riconducono al discorso che domina la musica italiana, e non solo, da qualche tempo. Il ritorno a certi suoni e una ricerca quasi nevrotica di autenticità, (recuperate il numero della newsletter di Federico Pucci a tal proposito), o in questo senso sarebbe meglio dire sincerità.
C’è quel finale di fisarmonica, che ha forse la stessa funzione della seconda voce di Gaia Morelli in Robina, che riconduce al reale. Quello che si può quasi toccare e che somiglia alla freschezza dell’erba sotto i piedi o ai graffi che lascia la corteccia di un albero quando la si accarezza. Quella stessa fisarmonica rivive sotto forma fiati nei clarinetti della successiva Bella giornata. Oppure nella titletrack che è l’highlight dell’intero disco, non solo perché anticipata nell’Inizio.
Arrivare e partire per arrivare a dire il vero. Rareș è approdato alla sua versione più spontanea, meno concettuale, ma non per questo meno elaborata e profonda. Non è che servisse un album come questo per dimostrare per l’ennesima volta che non c’è selezione all’ingresso per il cantautorato e che anzi, i vestiti pop, per chi li sa indossare in mod naturale, sono l’elemento che fa girare la testa ai presenti. Però meglio sempre ribadirlo che alla fine quella formula a cui si faceva riferimento all’inizio non esiste in modo univoco. A volte basta far suonare la musica.
