Nessuno ha raccontato gli errori, le passioni e le delusioni di un Paese come Vasco Rossi
Il nuovo tour negli stadi è partito ieri sera dal Romeo Neri di Rimini, dove il rocker di Zocca ha portato «la scaletta dei pezzi mancanti»
Vsco Rossi, foto di Chiaroscuro
Mentre scrivo questo pezzo mi trovo su un treno che da Rimini mi riporterà a Milano; di fianco a me, signore per bene con cardigan, foulard e fascetta rosa fluo del merch legata alle borse con stampe fiorite riguardano i video del concerto che poche ore fa Vasco Rossi ha tenuto allo stadio Romeo Neri. Sono una piccola parte di tutta l’umanità che ieri sera ha popolato lo stadio per la prima data del nuovo tour negli stadi del rocker di Zocca, diventato ormai una delle poche certezze di un Paese in cui di sicuro è rimasto poco o niente e di cui Vasco ha raccontato gli errori, le passioni e le delusioni universali come nessun altro.
Per questo il parterre è una pletora intergenerazionale, dagli adolescenti che non si perdono una parola nemmeno dei brani usciti quando al loro stesso posto c’erano i loro genitori fino agli adulti per cui il concerto di Vasco è una pausa irrinunciabile dalle fatiche della vita quotidiana e uno spazio sicuro in cui poter sognare di aver vissuto sempre davvero senza rimpianto, come il loro idolo insegna.
La scaletta
La scaletta del tour negli stadi di Vasco del 2026, del resto, è per loro: un salto nella gioventù, nella magia di quegli anni ’80 che diventano rifugio da questi tempi bui in cui «il potere è una droga, e tutti quelli che sono al governo sono dei drogati», come tuona dal palco durante Fegato, fegato spappolato, brano presente nel primo blocco del concerto dedicato agli anni di sperimentazione e rottura degli schemi e che inizia con Vado al massimo, che il rocker di Zocca non portava dal vivo dal 1983 e che prende una piega punk: «è come l’incipit di un libro», racconta Vasco a poche ore dallo show, «l’avevo scritta per andare a provocare quelle facce ingessate, quel mondo ipocrita e bigotto che non è morto, ma cambiato. La ricanto per andarci di nuovo contro».
Vasco Rossi a Rimini: «La musica è una forma di resistenza ai sociopatici che scatenano guerre»
E così il live diventa non solo un manifesto politico – un trittico infuocato e abrasivo quello composto da (per quello che ho da fare) faccio il militare, Gli spari sopra e C’è chi dice no – senza bisogno di grandi proclami – «questa non è solo la scaletta dei pezzi mancanti, ma di quelli ironici e feroci per esorcizzare un momento storico molto vuoto nel quale ci sono odio, violenza e paura. Io scrivo poesie musicate e parlo con quelle, non ho bisogno di fare discorsi dal palco. Le mie canzoni parlano da sole: chi vuole capire, capisca. Gli altri vadano a farsi fottere» – un antidoto alla tristezza di cui il potere ci vorrebbe vittime e un rito collettivo in un mondo che ci vorrebbe sempre più soli.
«Noi oggi portiamo la gioia», continua Vasco Rossi a Rimini, «perché la musica è una forma di resistenza attiva contro questi sociopatici che scatenano guerre e distruzioni in cui chi soffre è solo la popolazione civile. Il concerto è una forma di aggregazione straordinaria in cui proviamo una sana e scandalosa felicità collettiva».
E non si può non credergli vedendo le persone saltare libere su Rewind, innamorarsi per la prima volta su Una nuova canzone per lei – datata 1985 uno dei brani mai eseguiti dal vivo insieme a Marea – o innamorarsi di nuovo su Tango… (della gelosia), emozionarsi su Vita spericolata eseguita piano e voce e su Albachiara, immancabile arrivederci di Vasco al suo popolo, consapevoli che anche il prossimo anno, come i precedenti, ci si ritroverà sempre lì – sotto al palco di quel gigante così umano e imperfetto che con la sua musica ha curato i tagli di un’Italia ferita e sbandata – a convincersi che da qualche parte, lì fuori, ci sia davvero un mondo migliore. Almeno per una sera.
