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“SAOCO! La musica urbana latina”: l’estratto in anteprima del libro di Valentina Clemente e Marco Falivelli

Da Porto Rico alla conquista del mondo: un’opera che racconta e analizza il fenomeno della musica latina e il suo rapporto con la società. Fuori il prossimo 29 giugno per Santelli Editore

  • Il18 Giugno 2026
“SAOCO! La musica urbana latina”: l’estratto in anteprima del libro di Valentina Clemente e Marco Falivelli

C’è un momento, nel gennaio 2025, in cui le classifiche musicali globali registrano qualcosa che non era mai successo prima. Per due giorni di fila, la canzone più ascoltata al mondo è una plena, genere folk afro-portoricano sconosciuto al grande pubblico e nemmeno mainstream a Porto Rico. È DeBí TIRAR MáS FOToS di Bad Bunny. Dietro quel record si nasconde una domanda più grande, quella da cui parte questo libro. Il saoco — la parola che nel gergo latino-americano racchiude ritmo, gioia, energia dei tamburi e vitalità della danza — è solo una tendenza passeggera o qualcosa di più profondo, un movimento culturale capace di ridefinire il suono di un’epoca?

Per rispondere, Valentina Clemente e Marco Falivelli sono partiti per Porto Rico, dove tutto è cominciato. Hanno incontrato artisti, raccolto storie di musica e immigrazione, ascoltato il peso politico che si cela dietro ogni riferimento, ogni colore di bandiera, ogni traccia. Ne è nato un racconto che intreccia identità, confini abbattuti e classifiche conquistate, per spiegare come la musica urbana latina sia diventata, senza che molti se ne accorgessero, il suono del nuovo Millennio. Saoco! La musica urbana latina. Nessun ritmo nasce puro esce il 29 giugno per Santelli Editore

In questo estratto, l’analisi si concentra su LA MuDANZA, brano dell’album DeBí TIRAR MáS FOToS in cui il racconto personale di Bad Bunny si fonde con la memoria collettiva portoricana. Dalla Ley de la Mordaza del 1948 alle proteste di Vieques. Dal lascito dell’intellettuale Eugenio María de Hostos fino alla battaglia per salvare le coste dell’isola dalla cementificazione turistica.

L’estratto in anteprima di Saoco! La musica urbana latina

Nel gennaio del 2025 si è verificato un evento senza prece­denti nella storia delle classifiche musicali globali: la canzone più ascoltata al mondo, per due giorni consecutivi era una plena, un genere folk afro-portoricano. L’11 gennaio, la canzone DeBí TIRAR MáS FOToS, raggiunge il numero uno nella classifica di Apple Music e il giorno successivo domina la classifica globale di Spotify, un risultato sorprendente per un pezzo radicato in una tradizione musicale poco nota al grande pubblico, main­stream nemmeno in Porto Rico. È certo che molti tra colo­ro che hanno contribuito al primato del brano non sapesse­ro nemmeno di ascoltare una plena, né quanto sia importante comprendere come i generi si carichino di storia e riescano a rappresentare le persone.  

DeBí TIRAR MáS FOToS vuol dire letteralmente “avrei do­vuto fare più foto”, ed esprime il rimpianto per non aver dato il giusto valore ai momenti che lo meritavano. In un’epoca di riproducibilità infinita, la fotografia perde tutto il suo peso per­ché perde l’intenzione di catturare un momento. Un tempo ogni scatto implicava una scelta, un riconoscimento della straordina­rietà di un istante. Qui la riflessione si allarga: avrei dovuto dare più valore ad alcuni momenti della mia vita. Eppure, non è una canzone di rimpianto, ma di possibilità ancora aperta: «hasta que uno siga vivo…». 

Come già accadeva in lavori precedenti, il disco nasconde al suo interno un brano chiave. In Un verano sin ti era El Apagón (in particolare, il lavoro documentaristico sulla gentrificazione realiz­zato con la giornalista Bianca Graulau e lanciato come video della canzone), in Nadie sabe lo que va a pasar mañana era Vuelve Candy B. Qui La MuDANZA è il punto in cui il racconto personale si salda definitivamente alla storia collettiva. Sembra di sentire un racconto personale: il brano si apre con un frammento parlato in cui Benito racconta di come i suoi genitori siano cresciuti negli anni Novanta, si siano incontrati per caso e abbiano avuto il fi­glio che oggi è una superstar internazionale. Ma allo stesso tempo sembra di sentire una lettera finale, i credits dell’album.  

Non solo, LA MuDANZA si carica di un peso storico preciso, che non è evocato in modo vago ma attraverso riferimenti netti, quasi scolpiti. Quando Bad Bunny canta «Aquí mataron gente por sacar la bandera, por eso es que ahora yo la llevo donde quiera», non sta usando un’immagine iperbolica: sta richiamando direttamen­te la Ley de la Mordaza, approvata nel 1948 dal governo di Por­to Rico sotto pressione statunitense. Quella legge criminalizzava ogni espressione di nazionalismo: possedere o esibire la bandiera, cantare inni patriottici, parlare pubblicamente di indipendenza poteva portare all’arresto. Non è un passato remoto o astratto: è una ferita recente, tramandata oralmente, che spiega perché ancora oggi la bandiera non è un semplice simbolo folclorico, ma un atto politico. Ma è anche il momento di unire i puntini, perché il disco iniziava con la bandiera sulla corona della Statua della Libertà e si chiude con Bad Bunny che corre con la bandie­ra in mano. Proprio il riferimento cromatico alla bandiera non è casuale. «En la caja, la bandera azul clarito», quella di Lares. All’epoca, l’azzurro del triangolo era più chiaro, lo stesso azzurro che Porto Rico mantenne fino al 1952, anno di nascita dello Sta­to Libre Asociado. La successiva standardizzazione in un blu più scuro non fu un dettaglio estetico, ma un allineamento simbo­lico all’orbita statunitense. Recuperare l’azzurro chiaro significa quindi recuperare un’idea di nazione precedente alla normaliz­zazione coloniale.  

Della stessa natura è il riferimento a Eugenio María de Ho­stos, uno dei grandi intellettuali portoricani del XIX secolo, figura centrale del pensiero anticoloniale caraibico e latino-americano. Educatore, filosofo, attivista, Hostos dedicò la sua vita all’idea di una Porto Rico libera e a un progetto di emancipazione mora­le e culturale delle Antille. La sua ultima volontà fu esplicita: non tornare a Porto Rico finché l’isola non fosse indipendente. Per questo le sue spoglie furono inizialmente conservate nella Repubblica Dominicana, in attesa simbolica di una libertà mai realizzata. È chiaro che quando Bad Bunny canta: «si mañana muero, yo espero que nunca olviden mi rostro y pongan un tema mío el día que traigan a Hostos» non è un esercizio di stile.  

A un certo punto, nel video, compaiono immagini in bianco e nero di manifestanti che fronteggiano l’esercito USA. Le foto, scattate dal celebre fotografo Ricardo Alcaraz e altri, ritraggo­no le proteste tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Novanta contro l’occupazione di gran parte dell’isola-municipio di Vieques da parte di una base navale statunitense. Per decenni gli USA sganciarono centinaia di bombe, esponendo i residenti sottovento a numerose sostanze chimiche; pare che Vieques ab­bia un’incidenza tumorale superiore del 30% rispetto al resto di Porto Rico. Tutto sommato il brano è una “salsa riotosa”, sembra un brano dell’era della salsa gorda.  

Ma in questa sola canzone c’è anche altro. Benito ha fatto della salvaguardia delle spiagge di Porto Rico una delle sue priorità. Il video del brano si chiude con numerose inquadrature di co­ste diverse dell’isola. Il motivo per cui sceglie di mostrare queste immagini è associato a uno dei dibattiti isolani più importanti che riguarda il progetto Esencia, sostenuto dal gruppo Manda­rin Oriental e altri investitori esterni. Un progetto mastodontico nella baia di Boquerón a Cabo Rojo su oltre 800 ettari – inclusa una vasta porzione di costa – con hotel, case private, campi da golf, scuole private e altro (qualcosa di simile è già in corso a Fajardo). Filmare la bellezza delle coste è il suo modo di mostra­re ciò che “vogliono toglierci”, come già espresso in El Apagón.  

Ciò che infonde alla canzone un peso insostenibile, ancora una volta, è quel nucleo di «Resistencia de personas que no quie­ren ir de su casa». È il filo rosso che unisce tutto il Sud globale: La migrazione forzata, il ricordo e il rimpianto, il dolore di aver lasciato tutto senza ammettere che il ritorno è un’illusione. La migrazione non è un viaggio; è un esilio. Si parte inseguendo il miraggio di qualcosa di meglio in una terra straniera, ma il cuo­re resta sepolto sotto il patio di casa. Chi emigra lo sa: ci sono giorni in cui ti svegli e cerchi disperatamente certi profumi, i suoni familiari, le espressioni tipiche, i sapori. Invece, trovi solo il vuoto che respinge ogni altro pensiero. L’unica salvezza è ritrarsi per cinque minuti in una stanzetta immaginaria e pensare sem­pre alle stesse cose, quelle che si sono lasciate indietro. Un atto di ribellione contro l’oblio che il mondo impone. Certo, ci sono volte in cui è più difficile restare che andare via, resistere nelle difficoltà: «De aquí nadie me saca, de aquí yo no me muevo. Dile que esta es mi casa, donde nació mi abuelo». Queste parole non risuonano solo per la gente di Porto Rico; ma per me, per te, per chiunque sia fuggito dal suo Sud, da una periferia dimenticata, per chi pensa e sogna in un’altra lingua. La vera indipendenza è questa: custodire tutto dentro di sé, come un lume che nessuno può estinguere. Sia chiaro: lasciare non è tradire; è imparare a essere due cose. È scoprire che casa non ha più un indirizzo, ma almeno due. È avere radici solide che si nutrono di nostalgia e resilienza: «Si estás en tu tierra, sé fuerte y ten esperanza. Si tienes que irte, muchas bendiciones en tu mudanza». 

Insomma, La MuDANZA è un brano concepito con tale ma­estria da suonare come un testamento artistico. Se Bad Bunny scegliesse di fermarsi qui, sarebbe una chiusura perfetta. 

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