“Michael” è un biopic imperfetto (ma necessario) sul Re del Pop
Il film di Antoine Fuqua, che ha già incassato oltre 200 milioni di dollari, nonostante qualche difetto rende giustizia al talento e all’umanità di Jackson
Jaafar Jackson in una scena del film
Partiamo subito da una premessa doverosa: è impossibile riassumere in sole due ore di biopic l’epopea umana e artistica di Michael Jackson. Il Re del Pop ha lasciato un’impronta indelebile nella cultura popolare degli ultimi cinquant’anni. Ha percorso strade che nessuno aveva intrapreso, ha trasformato i videoclip in film e ha innalzato il pop a forma d’arte.
I suoi passi vengono insegnati nelle scuole di danza moderna, i suoi album vendono ancora tantissimo e ogni anno il numero dei suoi fan cresce in modo consistente. Jackson detiene il record sia per l’album più venduto di sempre, il capolavoro Thriller, che di maggior filantropo nella storia del rock (certificato dal Guinness dei Primati), con oltre 400 milioni di dollari donati.
Un artista capace di raccontare lo spirito del suo tempo, o, meglio ancora, di anticiparlo, ponendo per primo all’attenzione del mondo l’emergenza ambientale e il razzismo in canzoni “pop”. Un personaggio “larger than life”, che il regista Antoine Fuqua ha provato a raccontare in un paio d’ore nel biopic Michael, dal 22 aprile nei cinema, che sta facendo registrare incassi record in tutto il mondo (oltre 217 milioni di dollari nel primo weekend).
Cosa racconta il biopic Michael
L’obiettivo del produttore Graham King è eguagliare e forse superare il clamoroso successo di Bohemian Rhapsody, il biopic sui Queen, che ha incassato 910 milioni di dollari in tutto il mondo. Ci riuscirà? Vedremo. Quel che è certo è che il film ha riacceso la “Michaelmania” in tutto il mondo, anche se, in realtà, l’amore per il Re del Pop non è mai scemato in chi lo ascolta e lo segue da sempre.
Il biopic ripercorre ventidue anni di storia, dal 1966 al 1988, in cui Michael passa da bambino prodigio di un’umile famiglia di Gary (nello stato dell’Indiana) a superstar mondiale. Il regista Antoine Fuqua e lo sceneggiatore John Logan scelgono, come filo conduttore del film, lo scontro edipico tra il padre-padrone Joseph e il figlio-vittima Michael. Quasi due figure archetipiche, tanto sono diverse e opposte caratterialmente.
L’inizio del film è un pugno nello stomaco, con il piccolo cantante costretto a provare ogni giorno le canzoni e le coreografie fino a tarda notte. Ogni volta che Michael sbagliava un pezzo o un balletto, il padre lo frustava violentemente con la cintura dei pantaloni. Joseph non accetta debolezze né rallentamenti al suo piano di gloria. “In questa vita o si è vincenti o si è perdenti”, continua a ripetere incessantemente ai figli.
I Jackson 5 si esibiscono per mesi in locali fatiscenti, fino al fortunato incontro con Suzanne De Passe della Motown, che rimane folgorata dal talento del gruppo. Il patron dell’etichetta, Berry Gordy, prende i ragazzi sotto la sua ala protettiva e li trasforma in star, grazie al talento fuori dal comune di Michael.
Quando termina la trama
Da lì in poi, il film mostra velocemente gli eventi chiave della carriera dell’artista. L’incontro con Quincy Jones, i video memorabili, i premi, i tour negli stadi. Il biopic mostra anche la solitudine del cantante, il suo amore per gli animali, la beneficenza nei confronti dei bambini, il terribile incidente accaduto durante lo spot per la Pepsi.
Ci sarebbe piaciuto vedere di più il Michael genio della musica pop: l’artista visionario che realizzava in studio ciò che aveva creato nella sua testa e l’instancabile perfezionista, che provava per ore fino ad arrivare all’eccellenza. Il biopic Michael termina negli anni del tour di Bad, quando il Re del Pop riesce finalmente ad affrancarsi dalla presenza ingombrante del padre e a diventare pienamente autonomo.
Alcune criticità del biopic Michael
Tra le maggiori criticità del biopic, spiccano gli eccessivi salti temporali della sceneggiatura di John Logan (candidato tre volte all’Oscar) tra un periodo e l’altro della vita di Jackson. Un film è cosa diversa da un documentario, però passare dal 1970 al 1978 e, più avanti, dal 1984 al 1988 non permette di capire alcuni snodi fondamentali della vita di Jackson.
La regia di Antoine Fuqua (specializzato in film d’azione come Training Day e The Equalizer) si focalizza molto sull’aspetto performativo di Jackson e lo fa bene, senza approfondire una personalità complessa e sfaccettata come la sua. Anche i rapporti con i fratelli, quasi delle comparse, sono poco delineati, per non parlare della totale mancanza (per questioni legali) di due figure chiave come Diana Ross e Janet Jackson. La prima è stata la sua mentore, la sua musa ispiratrice e colei che lo ha introdotto al mondo dell’arte figurativa. La seconda è stata la sua sorella prediletta, colei che lo ha sempre sostenuto e difeso, anche nei durissimi anni del processo Arvizo.
Il geniale produttore Quincy Jones, che ha lavorato a tre album leggendari come Off the Wall, Thriller e Bad, ha complessivamente meno minuti e battute di Don King, il controverso manager che ha promosso il Victory Tour dei Jacksons nel 1984. Avremmo gradito assistere ai leggendari incontri/scontri in studio tra Jones e il Re del Pop, che hanno prodotto alcune delle canzoni pop più famose e amate di tutti i tempi.
Il talento di Jaafar Jackson
Nonostante queste criticità, il biopic Michael funziona lo stesso ed è una gioia per gli occhi. Merito soprattutto della monumentale interpretazione di Jaafar Jackson che, secondo noi, ha tutte le carte in regola per vincere l’Oscar come migliore attore protagonista nel 2027.
Jaafar, nato il 25 luglio 1996 a Los Angeles, settimo figlio di Jermaine Jackson, ha lavorato per due anni per prepararsi al ruolo. Ha studiato recitazione con un acting coach e ballato ogni giorno per ore, seguito da due coreografi di Michael, Rich + Tone Talauega, con lui nell’HIStory Tour del 1996.
Jaafar Jackson ha persino iniziato a dormire e a provare nella vecchia camera da letto di Michael, nella casa di Hayvenhurst Avenue a Encino. «Essendo cresciuto circondato da quella musica fin dai miei primi ricordi, ho avuto l’istinto di non imitarla o cercare di replicare, ma di sentirla dentro di me», ha dichiarato Jaafar alla prima del film a Berlino. «È come se provenisse dalla mia anima, non come se stessi cercando di copiarlo».
Quello che stupisce di più è che Jaafar non è un attore e che da ragazzo voleva fare il golfista professionista. Alla fine il richiamo della musica è stato troppo forte e nel 2019 ha pubblicato il suo primo singolo, Got Me Singing, facendosi notare per le sue capacità vocali e per la presenza scenica. Nel 2023 il produttore Graham King l’ha scelto per il ruolo dopo un lungo processo di casting, anche se inizialmente era riluttante per le probabili accuse di nepotismo.
Durante le riprese, Jaafar ha stupito tutti per la sua straordinaria abnegazione e per il talento nell’interpretare l’amato zio. Anche la nonna Katherine Jackson ha benedetto la scelta, affermando che il nipote incarna perfettamente il carattere e lo spirito del Re del Pop.
Un’interpretazione perfetta
Ciò che impressiona di più di Jaafar, oltre alle perfette coreografie di ballo, sono gli sguardi, le espressioni e la voce (a proposito: andate a vedere Michael in inglese). Nel film non imita Michael Jackson, come fece Rami Malek con Freddie Mercury in Bohemian Rhapsody: lui diventa Michael Jackson. C’è un’adesione totale non solo alla mimica e alle movenze, ma allo spirito di Jackson. Emergono la sua dolcezza, la sua bontà d’animo, la sua ironia, la sua fragilità personale, a cui si giustappone la sua determinazione artistica.
Se Jaafar è straordinario, va sottolineata anche la felice scelta del casting nei ruoli di Joseph Jackson (Colman Domingo), Katherine Jackson (Nia Long), KeiLyn Durrel Jones (Bill Bray) e Michael bambino (Juliano Krue Valdi). Il giovanissimo attore è commovente nella parte inziale del film: un bambino che vorrebbe solo giocare e andare a scuola, senza ulteriori pensieri. Invece la realtà è fatta di durissime prove di canto e ballo fino a tarda notte, di violenze da parte del padre, di dormite nei viaggi in pullman e a scuola per la stanchezza. Il piccolo Michael, privato della sua infanzia, inizia a rifugiarsi in un mondo di fantasia, Neverland, immedesimandosi con il personaggio di Peter Pan.
Se Fuqua non approfondisce troppo alcuni aspetti psicologici del cantante, dall’altra parte rende benissimo la parte musicale e performativa di Michael Jackson. Le performance di Beat It, Thriller, Billie Jean e Human Nature sono un piacere per gli occhi e per le orecchie, soprattutto se vedete in film nel formato iMax. Le scenografie, i costumi, il trucco e la fotografia riescono a dare assoluta credibilità ai numeri musicali, dando davvero l’impressione di trovarsi sul set cinematografico o a un concerto di Jackson.
La colonna sonora
Anche la scelta delle canzoni, contenute nella colonna sonora Michael: Songs From the Motion Picture, sono uno dei punti di forza del biopic. Sono stati scelti quattro brani dei Jackson 5: I’ll Be There, Never Can Say Goodbye, Who’s Lovin’ You e il medley I Want You Back / ABC / The Love You Save. Quest’ultimo è sempre stato uno dei momenti più coinvolgenti e apprezzati dai fan, sia dei concerti dei Jackson che del Re del Pop.
Nell’album Michael: Songs From the Motion Picture mancano completamente le canzoni dei Jacksons, che però si sentono nel film in alcuni momenti. Dallo splendido album Off the Wall del 1979 sono stati presi Don’t Stop ‘Til You Get Enough e Workin’ Day and Night. Quest’ultima ha un ruolo fondamentale nell’economia del film: il momento in cui Michael, alla fine del “Victory Tour”, si ribella al padre e lo guarda negli occhi, annunciando il suo ultimo concerto insieme ai fratelli.
Ben cinque canzoni della colonna sonora sono estratte dal capolavoro Thriller: Beat It, Thriller, Billie Jean, Wanna Be Startin’ Somethin’ e Human Nature. Una sola canzone è stata scelta da Bad ed è proprio la grintosa title track, che segna la sua piena libertà artistica dal padre Joseph e un nuovo capitolo della sua vita.
Michael: Songs From the Motion Picture è disponibile dal 24 aprile in digitale e in tutti i formati fisici: CD, musicassetta, LP e doppio LP, con diverse varianti di colore e una versione esclusiva in vinile trasparente “black ice” sul sito ufficiale di Sony Music.
Il messaggio di Michael Jackson
Tornando al film, ci ha colpito particolarmente la ricostruzione del video di Beat It, dove l’artista di Gary ha fatto reclutare dal fidato Bill Bray (un amico, più che una guardia del corpo) veri membri di bande rivali di Los Angeles, i Crips e i Bloods. Michael era convinto che il messaggio della sua canzone potesse far capire, ai membri delle gang, che nella vita c’erano cose migliori da fare che scontrarsi tra loro. Voleva convincerli del loro valore intrinseco, anche senza il machismo, le risse o le guerre tra bande.
«Credo che la musica possa cambiare il mondo. Diffondere amore, gioia e pace. Ecco cosa voglio che provi il mondo», spiega Michael ai membri dei Crips e dei Bloods. Un punto fondamentale, perché, al di là della sua eccezionale bravura come cantante e ballerino, emerge il senso della sua missione, non solo artistica. La sua discografia è attraversata da alcuni temi ricorrenti come la pace, la speranza, la seduzione, l’amore, l’inganno, la lontananza, la paura, il desiderio di essere altrove, le ingiustizie sociali, la difesa della natura e la fratellanza tra i popoli.
L’intero messaggio della sua opera è semplice, ma non facile da applicare: fare tutto per amore. Un amore che emerge durante tutto il biopic: l’amore per gli animali, quello per la sua famiglia (nonostante alcuni membri non lo meritassero), per i suoi fan e per i bambini che soffrivano.
I meriti del biopic Michael
Il film Michael ha l’indiscutibile merito di celebrare la sua arte e al tempo stesso di fare chiarezza su alcuni aspetti che spesso sono stati poco capiti. Tra questi, spiccano la vitiligine che gli ha schiarito la pelle, i dolori cronici dopo l’incidente Pepsi, la dipendenza dagli antidolorifici, in seguito alle gravissime ustioni al cuoio capelluto. La prima volta che abbiamo visto il film al cinema ci siamo focalizzati sulle mancanze (in particolare di regia e sceneggiatura) del film, mentre la seconda volta abbiamo notato cosa c’è e che cosa sta facendo il biopic Michael in tutto il mondo.
Nel film c’è l’essenza dell’artista di Gary, la sua voce straordinaria di tre ottave e mezza, i suoi incredibili passi di danza che sfidano la gravità, la sua visionarietà nei videoclip, il messaggio delle sue canzoni. C’è tutta la sua umanità, la sua ironia, la sua dolcezza e la sua determinazione nell’affrancarsi da un padre autoritario.
Il biopic sta avvicinando alla magia del suo mondo una nuova generazione di fan, che probabilmente non erano nemmeno nati nel 2009 (anno della sua scomparsa) e che ora possono riscoprire in streaming i numerosi tesori che ci ha lasciato in eredità.
E le accuse di pedofilia?
Purtroppo una parte della critica, sia italiana che internazionale, si è focalizzata su due aspetti. Secondo alcuni critici il film è “omissivo” perché non racconta le accuse di pedofilia a Jackson. Un argomento facilmente confutabile, poiché la pellicola si ferma al 1988, ovvero cinque anni prima delle accuse di Jordan Chandler del 1993.
Non possiamo qui, per questioni di spazio, spiegare bene quella vicenda (chi volesse approfondire può trovare tutta la storia nel mio libro Michael Jackson. La musica, il messaggio, l’eredità artistica, ed. Hoepli, da pagina 100 a pagina 105). Ci limitiamo a dire che a Michael Jackson, nonostante le scarsissime prove dell’accusa, fu consigliato di patteggiare dal suo staff per una cifra di oltre venti milioni di dollari.
L’accordo tra le parti si limitava, però, al solo processo civile, lasciando la possibilità a Evan Chandler di poter intraprendere una causa penale nei confronti di Jackson. Perché il dentista e aspirante sceneggiatore, se convinto delle sue accuse, non volle ottenere giustizia per suo figlio? Se un uomo avesse davvero violentato vostro figlio, voi non lo vorreste vedere in carcere a scontare la sua pena?
Le assoluzioni
Un altro tipo di critica è che il film è una sorta di “santino” di Michael Jackson e che non racconta i suoi lati oscuri. Forse questi giornalisti ne sanno più dei giudici di Los Angeles, che, in un lungo e drammatico processo durato dal 2003 al 2005, dopo aver ispezionato ogni centimetro della pelle del cantante e ogni angolo della sua casa di Neverland, non hanno trovato una sola prova.
Il cantante fu assolto nel caso Arvizo, in quattordici capi di imputazione su quattordici, con formula piena. Anche i due accusatori del “documentario” Leaving Neverland (un film unilaterale e senza contraddittorio, poi smontato attraverso articoli e documentari) hanno visto per tre volte respinte le loro accuse di risarcimento.
È davvero curioso che sia Wade Robson che James Safechuck avessero testimoniato a favore di Jackson nel processo del 2005. Wade Robson fu scelto dall’avvocato di Jackson addirittura come primo testimone, ovvero la persona più inattaccabile di tutti, inoltre lo stesso Robson chiese alla famiglia Jackson (invano) di sposarsi nel ranch di Neverland. Ora, voi vi sposereste in un luogo dove anni prima vi hanno violentato? Penso proprio di no.
Non ombre ma luce
Sorvoliamo sulle critiche che si fermano ai “lati oscuri” di Jackson e sul fatto che due cantanti ricchi e potenti come R. Kelly e P. Diddy siano finiti in carcere perché là c’erano davvero prove schiaccianti. Il punto con cui vogliamo concludere l’articolo è un altro. Il biopic Michael non è un film di ombre, per i motivi che abbiamo spiegato sopra, ma di luce.
In una delle scene più emozionanti del biopic, la madre di Michael (interpretata dalla bravissima Nia Long) dice al figlio: «Michael, il giorno in cui sei nato ho capito che eri diverso. Tu hai una luce unica. Lascia che risplenda sempre e che nessuno la oscuri». Una luce che ora, grazie al successo del film, è tornata finalmente a brillare e che nessuno è mai riuscito a spegnere.
