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Madonna ha inventato le “fashion eras” prima che avessero un nome

Oggi un’“era” è spesso una fase di rollout: palette, font, moodboard, contenuti. La regina del pop, invece, lavora ancora sul rischio della discontinuità

  • Il28 Luglio 2026
Madonna ha inventato le “fashion eras” prima che avessero un nome

Madonna durante il Blonde Ambition Tour nel 1990, foto di Gie Knaeps/Getty Images

Appartengo alla generazione che ha conosciuto Madonna quando le sue immagini erano già entrate nel vocabolario pop. Prima ancora di metterle in ordine, conoscevo il corsetto conico, il cappello da cowboy di Music e il body di Hung Up. È forse questa, per me, la misura più precisa del suo rapporto con la moda. Ogni disco ha prodotto una figura capace di sopravvivere alle canzoni e, a volte, persino di precederle nella memoria. Parlando a Interview Magazine della donna di Confessions II, lei stessa l’ha riassunto così: “I can be whoever I want to be”.

L’uscita di Confessions II il 3 luglio e l’halftime show della finale dei Mondiali, il 19, hanno riaperto quell’archivio davanti a un pubblico globale. Nel New Jersey Madonna è salita sul palco in un look sui toni del lilla che univa Saint Laurent, Rosamosario e Swarovski, traducendo il calcio nel proprio linguaggio: corsetto, guanti da portiere ricoperti di cristalli e un fischietto trasformato in gioiello. Colori e silhouette appartenevano già al mondo di Confessions.

Questa volta, però, Madonna non ha costruito un’immagine cancellando quella precedente. Con la stylist Rita Melssen è entrata nel proprio archivio, sviscerandolo e ripescandone i pezzi utili al nuovo personaggio. Per il lancio del disco ha indossato la giacca Gucci dell’epoca di Confessions on a Dance Floor e un paio di stivali Saint Laurent conservati nella sua collezione. Nel film dell’album compaiono un bustier Dolce & Gabbana dell’autunno 1991 e un coprispalle della primavera 1998. Persino l’azzurro di un abito nuovo è stato scelto per richiamare la copertina di Ray of Light. Confessions II è un’era composta da frammenti ancora perfettamente vivi delle altre.

L’immaginario di Madonna agli albori

All’inizio, però, l’immaginario di Madonna non nasceva dagli archivi delle maison. C’era la New York dei primi anni Ottanta e c’era Maripol, artista e designer che Madonna incontrò al Roxy nel 1982 e che contribuì a trasformare crocifissi, pizzo e bracciali di gomma nel lessico di Like a Virgin. Era un’immagine nata dentro una scena, tra oggetti trovati e gioielli fatti a mano, prima che il celebrity dressing diventasse un’industria. Nel 1985, mentre il Virgin Tour portava al culmine il fenomeno delle “Madonna wannabes”, Macy’s Herald Square portò quell’estetica dentro il grande magazzino. Aprì Madonnaland, una boutique di capi e accessori ispirati al suo guardaroba, e organizzò un concorso di sosia con Andy Warhol tra i giurati.

Nel 1989, con Like a Prayer, il rapporto tra vestiti e racconto diventò ancora più complesso. Per il video del brano, Marlene Stewart, la costume designer che seguiva Madonna in quegli anni, trovò una sottoveste marrone da Western Costume, la storica costumeria cinematografica di Los Angeles. All’interno era ancora cucito il nome di Natalie Wood, l’attrice per la quale il capo era stato originariamente realizzato. Un anno dopo, per il Blond Ambition Tour, Madonna scrisse personalmente a Jean Paul Gaultier chiedendogli di unire il gessato maschile alla corsetteria. Il risultato non fu solo il celebre cone bra, ma un corpo femminile che metteva in mostra la propria costruzione invece di nasconderla.

Con Erotica, nel 1992, il metodo diventò un sistema: Fabien Baron curò la direzione artistica dell’album e del libro Sex, Steven Meisel ne fotografò l’immaginario e Dolce & Gabbana realizzò circa 1.500 costumi per il Girlie Show. Disco, video, editoria e palco raccontavano lo stesso personaggio. 

Dal 1997 questa continuità passò soprattutto attraverso Arianne Phillips, stylist e costume designer che avrebbe accompagnato Madonna per quasi vent’anni. Dal denim di Ray of Light nel 1998 al western di Music nel 2000, fino alla disco aerobica di Confessions on a Dance Floor nel 2005. Il body rosa di Hung Up veniva da un mercatino e la cintura di paillettes era vintage. L’icona dipendeva dalla precisione del racconto, non dal valore del capo.

Oggi un’“era” è spesso una fase di rollout: palette, font, moodboard, contenuti. Madonna, invece, lavorava sul rischio della discontinuità. Ogni nuova identità poteva contraddire la precedente e costringerci a rinegoziare ciò che pensavamo di sapere su di lei. La moda le serviva per rendere quel passaggio immediatamente leggibile.

Forse è questo che il pop contemporaneo ha davvero ereditato da lei. Non il cambio d’abito, ma l’idea che un album debba avere un corpo. Madonna lo aveva capito quando la parola “era” non faceva ancora parte del lessico promozionale del pop e non esisteva l’apparato digitale che oggi la trasforma in strategia. Adesso che indossa di nuovo il proprio passato, non sta semplicemente celebrandolo. Lo tratta come materiale: lo taglia, lo ricuce e lo rimette in movimento.

Articolo di Giorgia Calia

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