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Il Senato dell’Olimpico ha incoronato Achille Lauro come nuovo imperatore del pop

Il cantante romano ha richiamato 60.000 spettatori nel primo concerto nello stadio della sua città, duettando con un ospite d’eccezione come Antonello Venditti

  • Il11 Giugno 2026
Il Senato dell’Olimpico ha incoronato Achille Lauro come nuovo imperatore del pop

Achille Lauro, foto di Giulia Parmigiani

Nel caso di Lauro De Marinis, meglio conosciuto come Achille Lauro, il detto “nemo propheta in patria” fa una clamorosa eccezione. Lauro, cresciuto nel quartiere Montesacro, è riuscito a entrare nei cuori degli abitanti della sua amata città a poco a poco, trasformazione dopo trasformazione, album dopo album. Ieri sera lo Stadio Olimpico di Roma non ha ospitato un semplice concerto, ma una liturgia barocca, tra sacro e profano, in cui sessantamila persone hanno incoronato Achille Lauro come nuovo imperatore del pop.

Lo show di Achille Lauro all’Olimpico è il punto di arrivo di una parabola iniziata nei piccoli club della Capitale, una gavetta ostinata e carbonara. “Nessuno mi faceva suonare, mi affittavo il locale, pagavo le guest e mi mettevo in scaletta”, ha ricorda Lauro nell’incontro con la stampa prima del concerto. Oggi, quel ragazzo innamorato della trap che si autoproduceva i primi album, ha convocato il suo “Senato” e il verdetto popolare è stato unanime. Il colpo d’occhio dello Stadio Olimpico offriva una visione sociologica sorprendente. Una platea eterogenea, in cui madri e figlie con la fascetta di Achille Lauro sedevano accanto a ragazzi tatuati e palestrati.

Ma come ha fatto questo trentacinquenne, con i tatuaggi sul volto e il portamento da modello, a unire pubblici e generazioni così diversi? “La mia fortuna è stata quella di crescere tra la gente. Io sono la gente”, ha dichiarato Lauro prima del suo concerto più importante. Una dichiarazione apodittica, che, lungi dal suonare arrogante, racconta una innegabile verità. Al di là del numero-monstre di spettatori, quello che ci ha impressionato di più dello show di Achille Lauro di ieri è la partecipazione emotiva del suo pubblico. Anche dalla solitamente compassata Tribuna Stampa si percepiva quanto quelle canzoni siano riuscite a toccare corde molto profonde della loro vita.

Essere un tutt’uno con il pubblico

Quella sensazione di essere un tutt’uno con il loro beniamino, che non viene percepito come un idolo lontano e irraggiungibile, ma come un amico e un fratello maggiore che ce l’ha fatta. E che, in fondo, vuole che ce la facciamo anche noi a realizzare la nostra favola. Lauro è riuscito a trasformare quei dischi di platino in streaming in decine di migliaia di persone vere, fisiche, reali, che ascoltano davvero la sua musica e per le quali quelle canzoni sono una parte importante della loro vite. Le canzoni di Lauro, pur nelle loro strutture armoniche e negli accordi abbastanza semplici, suonano fuori dal tempo (soprattutto nelle ballad voce e piano). E per questo, sono meno soggette alla volubilità dei gusti del pubblico giovanile.

Lauro – che lunedì si esibirà per la prima volta a San Siro – non è un virtuoso della vocalità, né un musicista, ma un rabdomante delle emozioni, che riesce a cogliere e ad amplificare nelle sue canzoni. “Quello di stasera è uno spettacolo tenuto in piedi dalle canzoni”, ha spiegato Lauro ai giornalisti. “Si crea una magia bellissima perché dal vivo vedi come quei brani siano entrati nella vita delle persone”. L’ambizioso show di Comuni Immortali è stato pensato come un lungometraggio teatrale, diviso in quattro atti, dove la musica si interseca con naturalezza al cinema e alla moda. Il sipario si apre poco dopo le 21 su un cortometraggio che evoca l’estetica di Paolo Sorrentino, affidando all’attrice Celeste Dalla Porta il ruolo di musa e nume tutelare.

La Dolce Vita felliniana

La narrazione è un viaggio verso un giardino dell’Eden pre-terrestre. Una purezza perduta che culmina visivamente in un richiamo alla Dolce Vita felliniana. “E così persero il cielo e con esso il diritto all’eterno condannati a vivere una vita soltanto. Comuni Immortali”. Lauro appare sul palco vestito di bianco, con trasparenze e ricami vegetali, davanti a un albero gigantesco che sembra sorgere direttamente da Valinor. La scaletta è una dinamica alternanza tra il “Lauro maledetto” e il “cantautore sentimentale”. L’energia travolgente di Amor, Bam Bam Twist e 1969 scuote le fondamenta dello stadio, per poi lasciare spazio a una vulnerabilità acustica quasi sacrale, tra archi setosi e voci operistiche. In brani come Marilù e 16 marzo, Lauro non cerca più lo scandalo, ma la riconoscibilità. È la vittoria del repertorio sulla maschera.

“Tutto nasce dalla sincerità con cui scrivo le mie canzoni”, ammette l’artista. Rivendicando un’evoluzione che lo ha portato dai “piccoli zoo umani” di Thoiry a una dimensione da stadio. “Per me scrivere canzoni è come affrontare il mare aperto”. Il concerto tocca il suo acme emotivo con Cristina, brano dedicato alla madre. Qui Lauro compie un gesto emblematico: smette di cantare e si mette in ascolto della sua stessa canzone insieme allo stadio. Poche ore prima aveva confessato alla stampa di quanto si sentisse in imbarazzo a cantarla in studio, davanti ai suoi collaboratori. Allora gli fu utile un consiglio di uno dei suoi fotografi preferiti: “Oliviero Toscani mi disse che se una cosa non ti imbarazza, stai sbagliando. Per questo ho capito che Cristina era la canzone giusta da incidere”.

Lauro ha spostato la sua visione da “che cosa pensano di me gli altri” a “cosa posso fare io per gli altri”. Quella che possiamo definire la maturità emotiva. Il cantante ha ufficialmente invitato alla data di San Siro le famiglie e i sopravvissuti della tragedia di Crans-Montana, colpito dal fatto che la sua Perdutamente fosse stata cantata al funerale di un giovane fan. “Se attraverso un concerto riusciamo a donare anche solo un minuto di sollievo a chi ha sofferto così tanto, allora tutto questo acquista un senso enorme”. Quando canta Perdutamente, Lauro dismette per alcuni minuti i panni dell’entertainer per farsi interprete e megafono di un dolore collettivo.

Uno dei momenti più attesi e coinvolgenti del concerto è stato, naturalmente, il brano sanremese Me ne frego, introdotto da un divertente siparietto. “Per questo brano vi prego di tirare fuori tutti i telefonini. Bene, ora che l’avete fatto, rimetteteli in tasca. Voglio che vi godiate il momento, in modo da raccontarlo domani”. Me ne frego e Rolls Royce sono pura adrenalina rock, tra schitarrate al fulmicotone, singalong, balli e battiti ritmici di mani. Il momento più iconico della serata è l’incontro tra due cantori della romanità.

Antonello Venditti ospite di Achille Lauro all’Olimpico

L’ingresso di Antonello Venditti non è solo un cameo di cortesia, ma quasi un passaggio di consegne generazionale. Antonello e Achille Lauro all’Olimpico eseguono Che tesoro che sei, il nuovo duetto che uscirà stanotte in digitale, prima di scivolare nell’inno dei riti di passaggio: Notte prima degli esami. Mentre Venditti siede al pianoforte, Lauro si allontana per fumare una sigaretta, lasciando che sia lo stesso cantautore ad annunciarlo al pubblico. “Come romano sono cresciuto con Venditti: è il simbolo della mia città”. Venditti, dal canto suo, lo ha definito “un’installazione”, riconoscendo in lui la capacità di essere, prima ancora che un cantante, un performer.

Lauro è anche uomo di marketing e, come tale, annuncia il sold out all’Olimpico del 30 giugno, con oltre un anno di anticipo, e una seconda data il 1° luglio 2027. Il gran finale, affidato a C’est La Vie e Incoscienti Giovani, chiude il cerchio di una performance che ha saputo fondere l’alto e il basso, il sacro e il profano, senza suonare artefatta. Achille Lauro ha dimostrato che si può essere “real” senza perdere l’istrionismo, che la sincerità può coesistere con una messa in scena da kolossal hollywoodiano.

Lauro oggi non è più il provocatore sanremese, ma un un artista con una sua cifra stilistica chiara e riconoscibile, in grado di parlare a tutte le tribù sociali della Capitale. Nel pomeriggio ci aveva colpito una sua dichiarazione. “La musica è magica, a volte ti fa innamorare, a volte ti fa divertire, a volte ti fa sentire meno solo”. Nessuno dei 60.000 spettatori dell’Olimpico ieri si è sentito solo e forse questa è la magia che a Lauro è riuscita meglio. 

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