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Ligabue a Roma: quando i sogni di rock ‘n’ roll diventano realtà

Il rocker di Correggio ha conquistato i 54.000 spettatori dello Stadio Olimpico, tra inni generazionali, ballad soffuse e impegno sociale

  • Il13 Giugno 2026
Ligabue a Roma: quando i sogni di rock ‘n’ roll diventano realtà

Foto di Maurizio Bresciani

Da almeno trent’anni si suonano le campane a morto per il rock, sottolineando come il rap, il pop e l’urban l’abbiano spodestato dalle classifiche. In realtà lo spirito ribelle, dionisiaco e indomabile di questo genere non si è ancora spento. Rivive oggi nei grandi concerti negli stadi, come quello di Ligabue all’Olimpico di Roma. Ieri sera 54.000 spettatori hanno risposto “presente” alla chiamata del Liga, il rocker di Correggio che ha stretto un patto di fiducia e di amore con il suo pubblico. Un patto che non ha mai rotto e che gli consente ancora oggi di essere uno dei cantautori più amati nel nostro paese.

I concerti di Ligabue sono dei grandi riti collettivi, che richiamano decine di migliaia di spettatori da ogni parte della Penisola. Per contenere tutto l’entusiasmo dei suoi fedeli sostenitori è stata più volte necessaria l’enorme spianata di Campovolo. Un luogo che recentemente è tornato alla ribalta non per epici raduni rock, ma per il naufragio dell’Hellwatt Festival (poi Pulse of Gaia), che avrebbe dovuto ospitare, tra gli altri, Kanye West e Travis Scott. «Come ogni cittadino di Reggio mi sono chiesto: come ca**o è stato possibile?» ha dichiarato Ligabue ai giornalisti prima del concerto. «Quella grande arena è nata dal sogno e dalla fatica del mio ex-manager, Claudio Maioli. Ha lottato per sette anni, contro ostacoli politici e burocratici, per donare a Reggio Emilia un luogo d’eccellenza per la musica live. Vedere quello che è successo a Campovolo mi da un’enorme tristezza».

Ligabue e lo stadio Olimpico

Tornare a suonare a Roma, invece, è stata un’emozione a cui sono legati tanti ricordi positivi, entrati nella mitologia del Liga. «La prima volta qui all’Olimpico, oltre vent’anni fa, abbiamo fatto la curva. C’era un entusiasmo pazzesco, anche se non ho mai preso tanta pioggia in vita mia. A un certo punto si è vista l’arca di Noè». Lo stadio incastonato tra Monte Mario e il Tevere è stato anche teatro di uno scherzo leggendario. «Era l’ultima tappa del tour, quella in cui i tecnici si divertono a farmi gli scherzi. Durante l’esecuzione di Leggero, cantavo sopra su una piattaforma mobile, solitamente sollevata a tre metri d’altezza. Quella sera i tecnici decisero di portarla a dieci senza dirmi nulla. È stata la volta che ho cantato più a sedere stretto della mia vita. Se fossi caduto oggi sarei diventato una leggenda. Ma sono contento di essere ancora tra voi».

A giudicare dall’entusiasmo che si respirava tra gli spalti dell’Olimpico, erano contenti anche i 54.000 spettatori di Roma, grazie a un inizio di concerto scoppiettante. Nella storia del rock italiano, sono davvero pochi gli album d’esordio che sono entrati nella memoria collettiva come Ligabue. Un disco che ha inaugurato uno show pensato a “blocchi”, ognuno costruito su uno dei suoi album più importanti e amati dal pubblico. Il concerto prende il via poco dopo le 21 con Balliamo sul mondo e Marlon Brando è sempre lui. In pratica, una sorta di bis anticipato, con due delle sue canzoni più amate e coinvolgenti. Luciano è apparso subito in gran forma, con occhiali a specchio, gilet di pelle e la voce intonsa dei tempi d’oro.

Per questo tour celebrativo, Ligabue è accompagnato sul palco da tutti i chitarristi storici della sua carriera: Fede Poggipollini, Max Cottafavi, Mel Previte e Niccolò Bossini. Un poker d’assi, guidato dalla ritmica metronomica e potente di Lenny Ligabue, figlio del cantante, alla batteria. Completano l’affiatata band, che si esibirà anche negli stadi di Torino (17 giugno) e Milano (20 giugno), Luciano Luisi alle tastiere e Davide Pezzin al basso.

Foto di Roberto Panucci

L’atmosfera si è fatta più intima e raccolta nell’inno generazionale Non è tempo per noi e nella delicata Piccola stella senza cielo. In essa Liga ha percorso la passerella in mezzo al prato insieme a Max Cottafavi. Il passaggio al blocco di Miss Mondo è stato introdotto da Little Taver, che ha messo in scena un siparietto ironico, tentando di rompere un enorme jukebox. L’attualità fa il suo ingresso nello show con Il mio nome è mai più, scritta nel 1999a sei mani da Luciano, Jovanotti e Piero Pelù per la guerra in Jugoslavia. Una canzone che, purtroppo, si adatta perfettamente anche al 2026. Al momento del ritornello, il palco viene illuminato da luci rosse. Sui maxischermi si alternano le scritte “Basta col massacro a Gaza”, “Basta col massacro in Ucraina”, “Basta col massacro in Sudan” e “Basta con i 56 massacri in corso nel mondo”.

Prima del concerto, a Ligabue è stato chiesto un parere sulle recenti dichiarazioni di De Gregori. «Francesco è un patrimonio della musica e della cultura di questo Paese. Ho sempre ammirato la sua libertà intellettuale: non si fa mai trovare dove qualcuno pensa di trovarlo. Non condivido del tutto la sua posizione, ma concordo sul fatto che nessuno “debba” schierarsi. Un artista ha la possibilità di dire la sua, ma solo se ne avverte l’esigenza».

Poco dopo la metà della scaletta, Ligabue esegue una dopo l’altra Sogni di rock and roll e Nessuno è di qualcuno. Non è un accostamento casuale, perché si tratta, rispettivamente, della prima e dell’ultima canzone che ha scritto. «C’è sempre una canzone che fa partire qualcosa. Nel mio caso, la voglia di scrivere canzoni veramente. Quindi, sono particolarmente debitore a questa canzone, che mi è uscita una domenica pomeriggio di tanti anni fa e che parlava del sabato sera precedente. È questa qua». Sogni di rock ‘n’ roll è cantata in coro da tutto lo Stadio Olimpico, soprattutto da chi c’era fin dal primo giorno e che è cresciuto insieme alla musica di Luciano.

«Adesso vi facciamo sentire l’ultima canzone che ancora non è uscita, ma l’abbiamo già fatta dal vivo un po’ di tempo fa», spiega Ligabue. “È una canzone che voglio dedicare a tutte le donne e alle ragazze che hanno subito un qualsiasi tipo di violenza. In Italia, a quanto pare, è una su tre. La canzone si chiama Nessuno è di qualcuno”.  Il brano è accompagnato da un video in bianco e nero, con alcuni volti noti dello spettacolo che ripetono “Nessuno è di qualcuno”, seguito dalla scritta bianca su fondo nero “Una nessuna centomila”. 

Foto di Roberto Panucci

Dopo i segmenti dedicati a Ligabue, Miss Mondo e Fuori come va?, uno dei momenti più intensi del concerto è stato il blocco dedicato all’album Lambrusco, coltelli, rose & pop corn. Libera nos a malo, Sarà un bel souvenir, Lambrusco e pop corn e Urlando contro il cielo farebbero oggi la fortuna di qualsiasi band rock contemporanea. La scenografia di Happy Hour, creata con l’intelligenza artificiale, mostrava i leader mondiali brindare in uno “space cocktail bar”, mentre la Terra appariva lontana da un oblò.

Dopo la scarica di adrenalina di Urlando contro il cielo e la festosa elettricità di Tra palco e realtà, il bis, presentato ancora da Little Taver, ha riportato la band sul palco. I ragazzi sono in giro ha preparato il terreno per il momento che tutti aspettavano. Le prime note di Certe Notti hanno avvolto l’Olimpico in un abbraccio collettivo lungo trent’anni. Il racconto malinconico e caloroso di “cosce e zanzare e nebbie e locali a cui dai del tu” ha chiuso il concerto dopo due ore e mezza. Quei sogni di rock ‘n’ roll di un giovane ragazzo di provincia, 36 anni dopo, sono diventati realtà.

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