Mac DeMarco a Milano: il lusso dell’imperfezione in un’epoca di concerti perfetti
Il cantautore canadese continua a costruire spettacoli che sembrano esistere soltanto per chi è presente: non sono pensati per diventare virali, ma per essere vissuti
Foto di Simone Pizzi
Negli ultimi anni siamo stati abituati a concerti sempre più perfetti. Schermi giganteschi, visual sincronizzati al millisecondo, setlist immutabili e performance costruite come produzioni teatrali. L’errore è diventato una variabile da eliminare, l’imprevisto qualcosa da contenere. Poi arriva Mac DeMarco e ricorda che, forse, il vero spettacolo nasce proprio da ciò che non si può programmare: il cantautore canadese sale sul palco del Parco della Musica di Milano con quell’aria disinvolta che da oltre un decennio accompagna la sua musica.
Scherza con il pubblico, si concede divagazioni tra un brano e l’altro e lascia che il concerto trovi il proprio ritmo senza l’urgenza di inseguire una scaletta perfetta. È un live che sembra respirare insieme alle persone che ha davanti, costruito più sulle connessioni che sulla precisione.
A un certo punto invita sul palco Paolo, fan italiano che aveva già rasato durante un concerto a Parigi. Mentre il ragazzo si siede nuovamente accanto alla band per lasciarsi tagliare i capelli, DeMarco presenta quello che definisce semplicemente “a king”: Ryan Paris. I due eseguono dal vivo per la prima volta Sei tutto quel che ho, versione italiana di Still What I’m Looking For, trasformando una situazione già di per sé surreale in uno dei momenti più memorabili della serata. In qualsiasi altro contesto sembrerebbe una trovata studiata. Con Mac DeMarco, invece, appare perfettamente naturale.
Lo stesso vale per uno dei rituali che scandiscono il concerto. Più volte Mac DeMarco interrompe tutto, guarda il pubblico di Milano e urla soltanto: “Down!”. Centinaia di persone si accovacciano contemporaneamente per poi rialzarsi e saltare all’unisono quando la musica riparte. È un gesto semplicissimo, eppure basta a raccontare il tipo di rapporto che riesce a creare con chi ha davanti. Non servono effetti speciali quando una sola parola riesce a mettere in sintonia palco e platea.
L’impressione è quella di assistere a un gruppo di amici prima ancora che a una band. Si divertono loro, e proprio per questo si diverte anche il pubblico. Non c’è una ricerca ossessiva della performance perfetta, ma il piacere, quasi contagioso, di stare insieme sul palco. I brani si allungano, cambiano forma, lasciano spazio a improvvisazioni e momenti di leggerezza. È proprio questa spontaneità a rendere ogni concerto diverso dal precedente.
In fondo, è la stessa filosofia che accompagna la sua musica dagli esordi. Sebbene venga spesso inserito sotto l’etichetta dell’indie rock, il suono di Mac DeMarco ha sempre attraversato territori più sfumati: lo slacker rock, il jangle pop, il soft rock degli anni Settanta, fino alle influenze di Jonathan Richman, da cui eredita quella capacità di trasformare la semplicità in una precisa cifra stilistica: melodie essenziali e un modo di stare sul palco che rifugge qualsiasi posa da rockstar.
Non è un caso che sia diventato uno degli artisti simbolo di un preciso immaginario musicale e culturale. C’è stato un momento in cui sembrava che tutta una certa idea di adolescenza passasse dalla stessa estetica: Skins, le fotografie analogiche, le Converse consumate, i blog musicali e quelle chitarre calde e leggermente stonate che Mac DeMarco ha trasformato in una firma sonora. Era un’immagine volutamente imperfetta, nata ben prima che l’autenticità diventasse una strategia di comunicazione. Per molti della nostra generazione, la sua musica ha rappresentato proprio questo: la possibilità di essere spontanei senza dover necessariamente apparire perfetti.
Forse è anche per questo che, a distanza di oltre quindici anni dall’inizio della sua carriera, continua a riempire i concerti senza aver mai cambiato davvero il proprio approccio. In un momento storico in cui il live viene spesso progettato anche per generare il video perfetto da condividere sui social il giorno successivo, Mac DeMarco continua a costruire spettacoli che sembrano esistere soltanto per chi è presente. Non sono pensati per diventare virali, ma per essere vissuti.
Alla fine del concerto resta proprio questa sensazione. Non quella di aver assistito a una performance impeccabile, ma a qualcosa di irripetibile. E oggi, forse, è un lusso ancora più raro.
Articolo di Matilde Soleri

