Allo stadio San Siro con Paolo Jannacci per ricordare il passato e guardare al futuro
Alla vigilia di Milan-Lecce, il musicista racconta il suo legame con lo stadio e gli aneddoti vissuti dal padre da tifoso rossonero. E ci anticipa qualcosa sul nuovo album, come un brano dedicato proprio a Enzo
Per Paolo Jannacci San Siro non è soltanto uno stadio. È un pezzo di Milano, un luogo legato alla storia del Milan e inevitabilmente anche ai ricordi di suo padre Enzo, tifoso «infuocato». In occasione di Milan-Lecce di domani 20 settembre, dove sarà ospite rossonero, abbiamo parlato con lui del Meazza e del nuovo stadio, degli aneddoti di famiglia sugli spalti e del suo ritorno discografico. Un album di undici brani, anticipato da un singolo che uscirà prossimamente.
Domani sarai ospite del Milan. San Siro per te è soltanto lo stadio della tua squadra o è anche un luogo pieno di ricordi di tuo padre?
Non tantissimi, ma San Siro nel tempo è diventato un luogo simbolo, di ritrovo, di sportività e di partecipazione. È sempre stato la culla dello sport milanese: dal dopoguerra si è tornati a vedere le partite e i grandi calciatori, a scrivere nuove storie e a creare nuovi personaggi legati alle proprie squadre del cuore. Questo è San Siro per Milano. E poi, scusami, è il simbolo delle vittorie del Milan. Almeno io me lo ricordo così.
È vero che tuo padre arrivò addirittura a scrivere il proprio nome su un seggiolino per “prenotarselo”?
È un racconto di Fabio Treves ed è assolutamente vero. Poi le storie con il tempo possono ingigantirsi o ridimensionarsi, ma il fatto è successo.
Un giorno mio padre e Fabio andarono a vedere una partita e, visto che c’era poca gente, si misero nei popolari, più o meno dove si sedevano di solito. A un certo punto mio padre gli disse: «Senti, fai così: dammi un pennarello e scrivi sotto». E segnarono il suo nome sotto il seggiolino.
Tornarono poi per una partita molto più importante, forse un derby o una partita con la Roma, e lo stadio era pienissimo. Arrivati ai loro soliti posti, mio padre disse alla persona seduta lì: «Scusa, questo è il mio posto». E quello gli rispose: «Ma scusa, Jannacci, cosa stai dicendo?». «Prova a guardare sotto».
Quando aprì il seggiolino vide scritto “Enzo Jannacci”. Imbarazzato gli disse: «Scusa, non lo sapevo. Prego, prego». Alla fine si sono stretti e, ridendo, si sono messi tutti lì.
Com’era Enzo Jannacci durante una partita del Milan? Era un tifoso tranquillo o uno che si faceva trascinare?
Assolutamente infuocato. Quando andavo allo stadio con lui cercavamo di buttarci verso quelli sotto di noi, verso le altre tribune, per creare una sorta di mare umano, una risacca umana. Spesso non ci riuscivamo, però il desiderio e la voglia di partecipare erano enormi.
San Siro, però, è anche al centro di una trasformazione storica. Da milanese e da tifoso, che rapporto hai con l’idea che lo stadio che conosciamo possa cambiare, anche se in futuro nascerà il nuovo stadio.
In realtà osservo quello che succede, perché sono questioni che vanno al di fuori delle mie competenze, sia per quanto riguarda il quartiere sia per le modalità con cui verrà affrontato il cambiamento. Ci sono persone che si occupano del bene della città. I luoghi possono cambiare. Io sono però sempre molto attento alla vivibilità: secondo me interventi del genere devono essere realizzati in accordo con la cittadinanza.
Parliamo di musica. Negli ultimi mesi hai anticipato un nuovo disco di inediti e un singolo in uscita a settembre. Ora che settembre è arrivato, possiamo sapere qualcosa in più?
Posso dirti che il singolo uscirà a breve, mentre il disco arriverà poco dopo. Sono molto contento perché ci ho messo tanto tempo a finirlo: cinque o sei anni di ripensamenti e incontri con belle persone che hanno partecipato al progetto. Alla fine è venuto proprio un bel disco. Sono undici brani e secondo me sono tutti giusti, perché rispecchiano molto il mio modo di vedere le cose. Possiamo definirlo un disco adulto, ma con lo sguardo sempre di bambino.
Dopo una gestazione così lunga, che Paolo Jannacci troveremo in questo disco? C’è qualcosa, musicalmente o nei testi, che non avevi mai fatto prima?
Non direi qualcosa che non avevo mai fatto prima, ma ho approfondito in maniera più pensata e ragionata determinate storie, che ho poi cercato di raccontare attraverso le canzoni. È sicuramente un’evoluzione rispetto al disco precedente.
Ho cercato di guardarmi intorno di più, quasi come se fossi un moscerino che osserva le cose da lontano. In questo modo di raccontare mi sono fatto aiutare anche da un bravo autore, Paolo Re, che mi ha accompagnato durante tutto questo lunghissimo viaggio.
Oggi, se volessi, potresti fare un disco in cinquanta minuti con l’intelligenza artificiale. Noi invece abbiamo scelto di farlo alla vecchia maniera. E probabilmente si sente: abbiamo pesato molto ogni parola e l’energia di ogni storia. Ci abbiamo ragionato tanto, ma abbiamo anche riso molto, perché è un disco in cui si capisce che ci siamo divertiti a lavorare insieme. Quando succede, alla fine, lo avverti.
Hai anticipato che nel disco ci sarà anche un brano dedicato a tuo padre. Che canzone è?
Di solito inserisco sempre almeno un brano di mio padre e l’ho fatto anche questa volta. Ma nel disco c’è anche una canzone dedicata a lui, che nasce da una mia riflessione su quello che provo e su come continuo a vedere mio padre in determinati luoghi del mio quartiere. È una canzone in cui gli ho dedicato tante immagini che negli anni avevo assimilato.
Perché hai scelto di scriverla proprio adesso? C’è stato qualcosa che ha fatto scattare la scintilla?
È stata una cosa naturale. Una sera può semplicemente arrivarti il desiderio di raccontare qualcosa del tuo vecchio, soprattutto quando è una persona che ti ha insegnato a scrivere musica e a vivere, che ha vegliato su di te ed è stata buona con te. Avevo voglia di parlargli ancora attraverso queste riflessioni, queste immagini e questi modi di vivere, che poi erano gli stessi che condividevamo insieme.

