Rinascere Lamante
La cantautrice ha ritrovato parole e musica grazie ai suoi sogni che le hanno permesso di attraversare il lutto, registrando il suo secondo album "Non dico addio" in una chiesa
Pubblicare un disco, un libro o fare arte in generale è un concepimento. Se nascere è un po’ morire, ancor di più ogni rinascita sottintende una morte. Nella scrittura del suo secondo disco Lamante ha attraversato tutte queste fasi. Dopo l’uscita del sorprendente debutto In memoria di si è ritrovata svuotata. Tanto da esprimere ma neppure un verso da scrivere. Le uniche visioni le aveva di notte, attraverso sogni ricorrenti costellati da simboli e frasi. Le parole le ha trovate attraverso gli oggetti di cui ha iniziato a circondarsi, la musica e il romanzo Non dico addio della scrittrice coreana Han Kang, premio Nobel per la letteratura nel 2024 che ha poi dato il titolo al suo secondo album. «Durante il suo discorso chiese al pubblico: “Possono i morti aiutare i vivi?”. Da quel momento ho cercato di rispondere a quella domanda» racconta Giorgia.

A farle capire che dietro quelle nuove canzoni che stavano nascendo senza la consueta chitarra elettrica c’era qualcosa di più è stato Taketo Gohara con cui non ha mai smesso di lavorare fin dal suo esordio. Il primo a capire che bisognava attraversare un lutto e morire di nuovo per rinascere. Non dico addio è morto in studio ed è rinato nella Chiesa di San Francesco di Schio, un luogo sacro dove si sono celebrate la vita e la morte di tutta la famiglia di Giorgia. L’organo e la viola, insieme a una cura della sezione delle percussioni in particolare nella prima metà, mettono ancora più in risalto la voce della cantautrice veneta. Non ci sono quasi mai cori, ma solo il suo canto che pezzo dopo pezzo si fa nuovo come nel primo singolo.
«Al momento quando penso alla morte, e l’ho fatto molto negli ultimi anni, sento una grandissima spinta vitale» svela Lamante nel corso dell’intervista. È lo stesso tipo di ossimoro che emerge dal videoclip di Una magia più forte della morte, diretto da Nicolò Bassetto, ambientato in una collina che sembra un cimitero ma che in realtà è un luogo di ringraziamento per la vita. Con Non dico addio – pubblicato di giovedì perché il suo primo singolo in assoluto è uscito in quel giorno e «da allora è un rito» – Giorgia ha soprattutto imparato a governare la memoria che «non ha colpe» anche se spesso ci condanna a certi ricordi. Sta a noi canalizzarli verso la vita.

L’intervista a Lamante
Quanto è durata la genesi del disco?
Due annetti. Un mesetto prima che uscisse In memoria di avevo già iniziato a ragionarci. Erano successe varie cose nella mia vita, però non avevo parole per esprimermi. E quindi tutto è iniziato con sogni. Tanti sogni che mi perseguitavano di notte, alcuni ricorrenti, con elementi simbolici. Ogni mattina mi svegliavo, li disegnavo su un taccuino insieme alle frasi che mi suggerivano e cercavo quegli oggetti: uova di struzzo, vetrini di capelli, ho iniziato a riempire i muri di casa. Solo poi ho realmente iniziato a scrivere, ma è stato un processo davvero lungo.
Questi oggetti ti hanno aiutato a colmare quel vuoto di parole?
Sì, era proprio quello il mio scopo. Ho sempre avuto questa attività onirica molto importante, in realtà. Per esempio, il video di Non chiamarmi bella nasceva da un mio sogno. Mia madre mi racconta che non dormo e soffro d’insonnia da quando ho tre anni. Il mio sonno è talmente leggero che ricordo tutto in modo nitido. Anche da piccola li appuntavo, ma questa volta c’erano degli elementi specifici che continuavano a tornare. Quando vivi dei vuoti tanto grandi, secondo me cerchi in qualche modo di riempirli con i simboli e quindi ho tentato di far parlare i miei muri attaccando tutte queste cose.
Tra questi simboli ci sono le croci che tornano in più videoclip. Come mai?
In uno dei primissimi sogni che ho fatto, che è stato forse quello che mi ha rincorso di più, im trovavo in mezzo a una collina piena di croci, tantissime croci. Nelle vicinanze c’era una casa con all’interno uno stormo di uccelli che cercava di bucare il soffitto da cui scendeva un cordone ombelicale. E questa frase che continuava a ripetersi: “Madre di tutte le madri di cui tutti noi siamo orfani”. Quando mi sono svegliata, convinta che fosse un luogo reale mi sono messa a cercarlo ed effettivamente l’ho trovato in Lituania a tre ore da Vilnius ed è quella collina che vedi nel video di Una magia più forte della morte. La cosa interessante è che non è un cimitero, ma sono croci ex voto che i fedeli hanno piantato per una grazia ricevuta o per ingraziare di essere vivi.
Sei mai riuscita a dare una spiegazione a questi sogni?
Ci ho provato attraverso le canzoni. All’inizio non riuscivo a capire perché nei nuovi pezzi che stavo scrivendo la chitarra elettrica non mi convincesse. Sentivo proprio che avevano una direzione molto diversa. Per esempio, il primo disco ha tanti fiati, che secondo me sono uno strumento molto maschile, primitivo, una sorta di richiamo della guerra. Qui sentivo che non avevano assolutamente senso. Grazie a Taketo (Gohara, n.d.r.). in studio ho capito che l’approccio non era quello giusto e neppure il luogo. Abbiamo accantonato tutto e abbiamo registrato il disco nella Chiesa di San Francesco di Schio.
Come mai?
Taketo ha capito prima ancora di me di cosa parlasse l’album. Quel giorno in studio mi disse: “Giorgia, il filo rosso di tutte queste canzoni è il lutto e tu ci stai entrando dentro solo adesso”. Aveva ragione.
Un lutto relativo a quanto tempo prima?
A poco prima che uscisse In memoria di. In quel periodo però sono coincise tutta una serie di cose e quando pubblichi un album è sia un lutto che una nascita. Ho veramente vissuto uno svuoto estremo in quei mesi, soprattutto durante il tour, nel mettermi a nudo in modo estremo sul palco davanti a tante persone. Fare concerti mi ha aiutato a sopravvivere al dolore ma, allo stesso tempo, non mi ha permesso di elaborarlo. E poi sono arrivati i sogni.
La chiesa ha influenzato molto i suoni del disco, penso all’organo e gli archi che sono preponderanti.
A dire il vero già durante la preproduzione avevo in mente determinati suoni. L’organo è lo strumento che più in assoluto mi ricorda la figura della madre. Così come la forma della viola che rimanda a un utero. Il primo giorno di registrazione in chiesa Taketo ha trovato le chiavi per aprire l’organo e mi ha fatto entrare all’interno. Mi sono chiusa dentro mente lui suonava e sentire tutte quelle vibrazioni è come se mi avesse riportato nella pancia di mia madre.
In quella chiesa andavi spesso da piccola?
Sì, è stata frequentata da tutti gli antenati della mia famiglia fino a me. Battesimi, matrimoni e funerali, quasi tutti lì. Quindi per me è un luogo dove si si sono celebrate la vita, l’amore e la morte. Pensa che quell’organo lo suonava mio prozio che era cieco e aveva gli spartiti in braille. Ne aveva anche uno artigianale in casa sua. Faceva sempre un certo effetto perché quando entri in una casa di un non vedente spesso è molto buia. E lui aveva questo strumento gigante.
Anche a livello vocale, è tutto più molto sotto controllo e i crescendo e le urla sono quasi centellinati.
È stata una cosa spontanea. Una sola scelta è stata presa in modo consapevole: la quasi totale assenza di cori che compaiono solo in pochissimi momenti. Per Taketo era importante che si sentisse la mia voce pura, pulita e con tutte le sue sbavature.
Uno dei pochi pezzi con le tue seconde voci è il primo, Un elenco di 11 cose, che inizia con un lungo silenzio, perché?
Per cercare di far entrare l’ascoltatore nella dimensione in cui eravamo noi mentre stavamo registrando il disco. Perché dentro una chiesa non puoi urlare. Non è come stare in studio di registrazione in cui parli liberamente, fumi e bevi la birra. Ogni parola che dicevamo era calcolata e i momenti di silenzio erano molti di più rispetto a quelli in cui facevamo musica. Poi quello è un un brano che parla di concepimento e il silenzio rappresenta il mistero e ciò che non puoi descrivere a parole. A me sono mancate per tantissimo mentre scrivevo questo album ed era importante iniziarlo allo stesso modo.
Sono due i pezzi dove tratti il tema della madre. Il primo è La stanza del figlio. C’entra il film di Nanni Moretti?
Non ero conoscenza di quel film, ma quando l’ho recuperato ho notato che le due trame avevano delle caratteristiche comuni e che si intersecavano. Se ne La stanza del figlio si parla di una perdita dolorosa, nel mio pezzo il figlio è il simbolo del fatto di non riuscire più a essere padri e madri. Anzi, neppure fratelli e sorelle. Rimaniamo figli unici, dove unico vuol dire solo. Parlo della mia difficoltà nel mettermi dall’altro lato, una cosa che al giorno d’oggi, in un mondo individualista, è sempre più rara e complicata.
Ne Il mondo che deve ancora venire canti: «Un giorno vorrei essere madre, ma non c’è cosa più crudele». La crudeltà deriva dal mondo o dall’uomo?
Da entrambi. C’è il fatto di pensare mettere al mondo un figlio in un mondo che sembra stia andando per il peggio. E poi c’è anche la consapevolezza naturale che nel momento in cui tu doni la vita a qualcuno sai anche di dargli la morte. Ci devi fare i conti con quella cosa lì quando, da madre, devi donargli e infondergli la speranza.
Un canto nuovo è il brano dove abbracci questa speranza. Poteva essere la conclusione del disco e invece è al centro, come mai?
L’ho voluto mettere in mezzo perché secondo me tutti i pezzi precedenti parlano di un concepimento mancato e di un figlio che non c’è più. Da Un canto nuovo in poi inizia la rinascita e il vero e proprio attraversamento del lutto fino ad arrivare a Ritorneremo a guardare il cielo.
In Rimani con me affronti in modo diretto la morte che non è mai per chi se ne va ma per chi resta. Che rapporto hai con la morte?
Non posso avere rapporti con la mia morte, perché quando arriverà non ci sarò. Al momento quando ci penso, e l’ho fatto molto negli ultimi anni, sento una grandissima spinta vitale. Ogni volta che uscivo fuori di casa e guardavo quello che mi circondava dicevo: “Cazzo, tutto questo che ha fatto l’uomo è stato creato per la paura di morire”. C’è una frase che mi disse Andrea Appino anni fa, quando l’ho conosciuto: “Noi cantautori sul palcoscenico della vita riportiamo la morte”. Ed è vero, a ogni concerto è come se morissi perché ti metti a nudo e ti lasci penetrare dalle emozioni del pubblico.
Cosa ti porti dentro dal tour europeo con gli Zen Circus?
La maggior parte del pubblico era composta da immigrati italiani e la cosa che mi ha colpito di più è stata la loro esigenza, quasi una cura, nel poter cantare finalmente in italiano. Mi ha fatto capire ancora di più l’importanza delle parole.
Credi ancora che la memoria non abbia colpe come canti in Governatevi?
Sì, per me è un qualcosa di esterno. Una parte di me che sopravvive, ha un suo cuore e dei suoi polmoni. Poi sta a me dare un’accezione negativa o positiva a quello che è un ricordo e lasciarmi ispirare.
In cosa ti sei dovuta governare realizzando questo disco?
Proprio dalla memoria. Il mio più grande problema è il fatto che, essendo questo mondo a parte, un formicaio con le sue regole come nel videoclip, quando poi mi ci rapporto faccio una difficoltà atroce a governare i ricordi che entrano ed escono, soprattutto di notte.
Quale è la tua speranza da artista riguardo al futuro?
Non essere catalogata e appiattita all’interno di un genere, che sia cantautorato o altro, ma che venga accolta la mia poliedricità, dalla musica alla fotografia e al video.
Il mainstream, penso a Sanremo, ti fa paura?
No, accolgo tutto quello che la musica mi offre. Al momento non lo sto cercando, ma se dovesse capitarmi di scrivere, in modo naturale, un pezzo un po’ più pop, non scapperei di certo a gambe levate.Non si sa mai.