Interviste

La vera natura di Nerissima Serpe

A distanza di tre anni da "Identità", il rapper torna con un nuovo album che è (anche) un viaggio nel suo abisso

La vera natura di Nerissima Serpe
Autore Greta Valicenti
  • IlAprile 28, 2026

“Abisso” è una parola che ricorre spesso in questa lunga intervista con Nerissima Serpe. È da lì che iniziamo per parlare del suo nuovo album, Nerissima, in uscita questo venerdì, ed è lì che finiamo mentre mi racconta che uno dei motivi per cui ha scelto Michèle Lamy per il trailer che ha anticipato l’annuncio del disco, è proprio che sembra guardare quell’abisso dritto negli occhi. «Entrarci è l’unico modo per capire davvero chi sei, come stai realmente e per crescere. Forse farà male, ma è anche la mia benzina: se non fossi così, sarei uguale a tanti altri», mi dice mentre chiacchieriamo poco prima che il sole cali e segni il momento giusto per realizzare gli ultimi scatti.

Sarà che arrivare da un anno di banger e successi, iniziato con Mafia Slime 2 insieme a Papa V – presente anche in questo disco con un brano inaspettato per i loro fan -, ha accresciuto il suo bisogno di continuare quel diario personale che ha iniziato a scrivere a 20 anni con Denti da latte e che ha continuato con Identità e di mettersi davvero a nudo in modo ancora più nitido in un momento in cui «fare rap è più facile che mostrarsi fragili».

Per questo Nerissima è un disco scuro, nella maggior parte dei casi profondo come quel buco nero in cui Matteo guarda non senza paura e in cui affronta dei lati di sé con cui ha dovuto fare i conti – il suo rapporto con le donne, col suo lavoro, con la fiducia negli altri ora che le cose sono cambiate, con la solitudine che si crea quando tra le persone manca comunicazione, un tema che sviscera con Madame, «la più comunicativa di tutte» -, ma il cui percorso stavolta è stato «sano, bello, liberatorio», così tanto da decidere di mettere in gioco la cosa più importante: tutto se stesso.

Nerissima Serpe
Art direction e foto: Aria Ruffini
Produzione: Thala Belloni
Ass. prod.: Melissa Festa
Ass. foto: Andrea Kasap
Styling: Alessandra Pistolesi
Ass. stylist: Leonardo Chiaramida
Grooming: Chiara Anastasio

L’intervista a Nerissima Serpe

C’è una continuità fra Identità e Nerissima?
Assolutamente sì. Uno dei motivi per cui ho deciso di chiamare l’album Nerissima è per mettere un punto su quella che considero la mia prima trilogia. Non mi sento ovviamente arrivato, ma credo tanto nell’evoluzione artistica. Questo disco è la fotografia dell’ultimo anno e mezzo in cui ho vissuto molte situazioni: alcune stimolanti, come il primo tour, i primi successi, e altre che mi hanno fatto mettere in discussione. Per la prima volta, l’approccio è stato del tutto sano, senza rimuginare troppo sulle cose: è stato tutto talmente bello e talmente liberatorio che mi sono sentito di dare il mio nome d’arte. E poi il nero non è solo un colore, ma rappresenta tanto di me.

Che cosa in particolare?
Dentro ci vedo il dualismo, l’ambizione di andarsi a prendere il proprio sogno, l’eleganza ma anche la trasgressione. Il nero però è anche abisso, e per capirlo devi andarci a fondo.

Ce n’è uno in cui hai scavato più degli altri?
L’abisso è una cosa che sento di avere dentro da quando sono nato. Ho dei lati che spesso non mi fanno vivere le cose al meglio, e in questo disco ho voluto affrontarli. C’è il mio rapporto con le donne, con le amicizie, ci sono tante domande su me stesso che mi faccio da sempre. Mi sono sentito molto più lucido mentre lo scrivevo, senza paura di mettermi completamente a nudo.

Nerissima Serpe, foto di Aria Ruffini

Prima ne avevi?
Non tanta. Penso di aver mostrato certi lati di me sin da Denti da latte, ma da Identità a Nerissima c’è stata un’escalation. Sono una persona che si vive le emozioni con tutto se stesso, e ho dovuto fare i conti con tante cose: la vita, quello che sto facendo, il lavoro.

Che domande ti fai sul lavoro?
Mi chiedo come me lo vivo, e la risposta che mi do è in due modi. C’è un lato di me che è completamente a suo agio, ma dall’altra parte cerco di ripetermi che, alla fine, non sono così famoso per potermi vivere tutto con più serenità. Io sono una persona estremamente semplice: mi piace andare a prendere il caffè al bar sotto casa in ciabatte e non me ne frega niente se qualcuno mi vede. Mi rendo conto però che ora c’è un’attenzione in più e, a volte, vorrei essere più tranquillo. Per questo ogni tanto ho bisogno di andare in mezzo al niente.

Nell’ultimo anno e mezzo tu e Papa V siete stati inseparabili, da Mafia Slime 2 ai feat: questo è stato uno stimolo per mostrare di più da solo?
Collaborare con Papa sicuramente mi ha dato uno sprint per capire che era il momento di mettersi a nudo e di concretizzare quello che stavo coltivando da Denti da latte e Identità. Veniamo da un anno rock’n’roll di successi che erano più che altro banger, e sentivo il bisogno di aprirmi e di scavare sempre di più dentro me stesso. Per me, alla fine, è come se stessi scrivendo un diario da quando ho vent’anni. I miei fan mi hanno visto crescere e, a loro volta, sono cresciuti con me.

Famiglia è una lettera molto bella che scrivete l’uno all’altro.
Quel pezzo è stata una mia idea. Papa è in ogni mio disco e io sono in ogni suo progetto, e la percezione che le persone hanno di noi è quella di una coppia hardcore, ma stavolta volevo fare qualcosa di diverso, vista anche l’importanza che ha la parte più introspettiva di me. Lui è più introverso, fa più fatica di me a tirare fuori le sue emozioni, ma qui abbiamo deciso di parlare l’uno dell’altro e di tirare un po’ le somme degli ultimi anni.

Quando ci eravamo incontrati per Mafia Slime 2, Papa aveva detto di invidiare di te la caparbietà: quanta ce n’è in Nerissima?
Tantissima. Nonostante prima ti dicessi che il processo è stato molto più sano, tuttora vivo una guerra in testa. Sono una persona perennemente insoddisfatta, quindi penso sempre a cosa avrei potuto fare meglio, ma in questo disco ho voluto lasciare un po’ andare. Ci sono stati degli scivoloni emotivi, ma alla fine mi dico: va bene così.

Quindi sei riuscito a mettere un po’ di leggerezza?
Sì, e anche per questo ho voluto chiamarlo Nerissima, perché ho bilanciato tante cose sia a livello personale che artistico. C’è la parte più spaccona, ma c’è soprattutto quella intima ed emotiva.

Nerissima Serpe, foto di Aria Ruffini

Nel disco tra l’altro riprendi un pezzo di Vasco.
Vasco è uno dei miei artisti preferiti in assoluto. Sono legato a lui in modo viscerale: in casa mia si è sempre ascoltato tanto cantautorato, e Vasco è stato quello che ho ascoltato più di tutti, nonché il primo concerto della mia vita. Ridere di te ha un posto speciale nei miei ricordi: l’ho ascoltata per la prima volta in un momento in cui stavo imparando a dare importanza alle parole. Il modo in cui riesce a esprimere concetti di una profondità immensa con parole così semplici e universali è incredibile. Questo pezzo mi rende molto felice perché credo di averlo reso mio senza snaturare né l’originale né me stesso. Sono contento poi che lui me l’abbia approvata, non me l’aspettavo.

In Tempo c’è una frase bellissima: “a volte vedo un bambino in un adulto finito, e dopo vedo un adulto in un bambino ferito”. Ti sei mai sentito così?
Certo. Forse, non essendo ancora un adulto, mi sento più un bambino ferito che ha dovuto essere adulto per delle responsabilità familiari e delle cose che ho dovuto passare.

Nerissima Serpe, foto di Aria Ruffini

C’è qualcosa del passato di cui hai nostalgia?
Forse la leggerezza di cui parlavamo prima. Io so di non essere una superstar, mi ripeto ogni giorno di essere Matteo e basta, di stare tranquillo, ma dall’altra parte so di rappresentare qualcosa per qualcuno. Ne sono felice, ovviamente, ma questo comporta anche la sensazione di dover essere impeccabile. E poi mi manca un po’ la facilità che avevo nel fidarmi nei rapporti e nel capire se le persone mi capissero davvero.

In quello che fai ti senti capito?
Sì, anche se non al 100%, ma questo è bello perché fa parte del percorso. Se ora, con questo disco, mi capissero tutti, che senso avrebbe farne poi altri?

Nel brano con Madame dici che le persone sono sole perché manca comunicazione: è così anche nella musica?
Secondo me le due cose vanno di pari passo. Se due persone fanno fatica a comunicare, non si capiranno mai, e a volte gli artisti non vogliono aprirsi troppo perché non sono disposti a far vedere le proprie insicurezze.

C’è qualcuno che ti ha spinto a farlo?
Dei miei coetanei sicuramente Tony Boy. Lui diceva che è più facile fare rap che mostrarsi fragili, e mi ha fatto capire che farlo non è da sfigati, anzi. E poi ovviamente Marracash, che con Persona è riuscito a cambiare totalmente le regole del gioco. Però credo che per riuscire a comunicare determinate cose devi saper ascoltarti, ed è una cosa non scontata che richiede tempo.

Richiede anche una certa predisposizione ad aprire dei cassetti dolorosi che magari hai cercato di tenere chiusi a lungo.
Assolutamente. Le mie canzoni preferite dei miei artisti preferiti sono quelle dove c’è un messaggio e ci si mette in discussione in qualunque modo. A me è sempre venuto molto semplice buttare fuori quello che sentivo, e sento una responsabilità emotiva nei confronti dei miei fan. Mi rendo conto che negli ultimi tempi è molto più facile dire “guarda che figo che sono”, ma per me è molto più importante quando un artista ti fa riflettere.

Che affinità hai trovato con Madame?
Non la conoscevo personalmente e, quando ci siamo incontrati, è stato come quel meme di Spiderman che si riconosce allo specchio. Abbiamo sprigionato un’energia incredibile. Le ho chiesto il feat quando lei lo ha chiesto a me per il suo disco: abbiamo fatto il suo e poi, tre giorni dopo, il mio. Io sono mega fan, ha una voce incredibile, e poi ha preso delle scelte artistiche molto coraggiose. Non credo che ci sia un’artista più comunicativa di lei: per questo era perfetta per quel pezzo che parla proprio di comunicazione.

Nerissima Serpe, foto di Aria Ruffini

E con le aspettative come va?
Le sento da quando sono piccolo, ma ho imparato a gestirle e sono molto orgoglioso di me. Sento di aver lavorato bene, di essere a un punto importante della mia vita, di essere un artista valido che in questi anni si è sbattuto tanto e soprattutto di avere un disco solido.

Che, per altro, hai annunciato con un trailer assurdo con Michèle Lamy. Mi racconti com’è andata?
È successo in maniera del tutto casuale e con un po’ di fortuna. The Ent Tv – miei cari amici nonché i ragazzi che hanno seguito tutti i video del progetto – conoscevano il suo entourage, e l’idea di coinvolgerla è nata durante un brief per il disco con loro e il mio team. Ci siamo detti “chi meglio di lei rappresenta il nero?”. Ci ha confermato di esserci solo tre giorni prima di girare. Quando l’abbiamo beccata è stato assurdo: è una rockstar assoluta. Di lei mi piace la trasgressione, il fatto che sia sempre stata se stessa senza mai cedere sulla propria idea. Secondo me questo si ricollega tanto al mio immaginario e alla mia persona: nel bene e nel male, non sono mai sceso a compromessi.
E poi ha uno sguardo che ti buca l’anima: sembra che quell’abisso lo guardi dritto negli occhi.

Torniamo quindi all’abisso.
Perché per me è importantissimo farlo. È l’unico modo per capire davvero chi sei, come stai realmente e per crescere. Forse farà male, ma è anche la mia benzina: se non fossi così, sarei uguale a tanti altri.

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