Interviste

Samurai Jay, vero Amatore

Undici settimane in vetta con "OSSESSIONE", ma Gennaro rimane con i piedi per terra puntando all'autenticità. Con lui abbiamo parlato di latin mediterraneo, famiglia e ambizioni

Samurai Jay, vero Amatore
Autore Samuele Valori
  • IlMaggio 18, 2026

È una spirale tutta umana quella che spesso ci spinge a nascondere il fianco più scoperto e vulnerabile, anche a costo di indossare scudi e corazze che a poco a poco ti tolgono il respiro. Samurai Jay se n’è reso conto quando ha iniziato a odiare la cosa che più di ogni altra l’aveva sempre fatto sentire vivo. Dal periodo pre-Sanremo siamo abituati a vederlo sorridente e divertito, il più delle volte chitarra in mano insieme agli ormai inseparabili collaboratori Vito Salamanca e Luca Stocco. E ci si stupisce a vederlo cantare in acustico DBTMF di Bad Bunny. HALO e OSSESSIONE non c’entrano quasi più nulla con il Gennaro di Lacrime e, alle orecchie di chi lo ha scoperto quando faceva rap, suonano come una svolta che strizza l’occhio al mercato. Un’interpretazione comprensibile che però perde di forza ascoltando AMATORE, in uscita il 22 maggio, e chiacchierando con lui.

Foto: Luca Paparo
Graphic Design: Rebecca Casati

Ci sono banger su banger. ADRENALINA che ha tutte le carte in regola per bissare il successo del brano sanremese, disco di platino e da undici settimane consecutive in vetta alla classifica. MALATÌ con le melodie napoletane e una strofa di Sayf che sembra raccontare una storia comune a entrambi. E poi il gioco teatrale con Serena Brancale in DISGRAZIATA e il ritornello radiofonico di PRIGIONE con Federica Abbate. Tutto è talmente organico da sembrare quasi un’operazione studiata a tavolino.

In realtà, come per i featuring, è tutto frutto di una spontanea ricerca di autenticità, di un fine lavoro di eliminazione di qualsiasi tipo di sovrastruttura del quale il ritorno al colore naturale dei suoi capelli rappresenta solo una punta dell’iceberg, oltre che una metafora tangibile. Non è un caso che la prima frase che ha scritto con il suo team, quando ha iniziato a lavorare al disco, sia stata: “Come mamma l’ha fatto”. «Quello che è destinato a te ritorna e io sono nato per fare musica, nasco come chitarrista prima ancora che cantante» racconta Genny.

Così lo chiamano a Mugnano di Napoli, il paese dove vive e scrive. Quando prima di Sanremo mi aveva raccontato di volersi trasferire a Milano per lavoro, avevo notato una certa insicurezza. Quel tipico sguardo di chi sa che sta prendendo una scelta che lo farà un po’ soffrire. A distanza di qualche mese ha deciso, per ora, di rimanere a casa e continuare a fare il pendolare. Per restare vicino a sua mamma – altro featuring del disco – e perché ormai il suo studio non gli provoca più quell’ansia che lo attanagliava un anno e mezzo fa.

Ne parla ne LA LEGGE DEL KARMA, il pezzo che apre l’album e che rappresenta il punto di congiunzione, sia sonoro che concettuale, tra il vecchio e il nuovo Samurai. Oggi che ha ripreso la chitarra in mano, è un artista più libero che non ha paura di intitolare un disco con il suo cognome – amare la musica è la cosa che gli viene meglio d’altronde – e di abbracciare a pieno le sonorità latino mediterranee lasciandosi andare anche al napoletano che un tempo metteva da parte.

L’intervista a Samurai Jay

Come stai vivendo il successo di Ossessione?

In questo momento sono a casa mia a Mugnano ad accarezzare il mio cane. È un viaggio pazzesco. Sono estremamente grato e felice di tutto quello che sta succedendo, ma sono anche molto consapevole.

Quindi non ti sei ancora trasferito a Milano definitivamente, come avevi anticipato prima di Sanremo?

Sto ancora un po’ combattendo con l’idea. È l’ennesima volta in cui dico: “Mi trasferisco” e poi torno in paese e decido di rimanere e continuare a fare il sacrificio di salire e scendere. Sono molto legato a Mugnano e alla mia gente perché qui mi sento protetto. Forse è proprio per questo motivo che sto vivendo bene il post-Festival. Il paese mi tiene con i piedi per terra. Il fatto di avere le mie abitudini, fare la spesa sempre nello stesso posto e avere qualcuno che mi aiuta se ho un problema da risolvere è impagabile. Quindi per il momento credo di restare qui e continuare a fare il pendolare.

Hai paura delle aspettative che si sono create nei tuoi confronti dopo la hit di Sanremo?

Cerco di stare fuori da questa bolla, ma dentro la mia. Quasi sempre mi sveglio e non mi sembra vero di essere al primo posto in classifica. Non so se è una cosa positiva, ma io preferisco rimanere dell’idea che ho ancora tutto da dimostrare. Ossessione non è un arrivo, anzi. Questo nuovo album è un punto di partenza. Anche per questo porta il mio cognome ed è dedicato alla mia famiglia. Mentre ci lavoravo il mio obiettivo primario era far uscire fuori Genny. Per cui al momento non c’è nulla in particolare che mi fa paura. Mi sto divertendo, sto facendo musica con degli amici, i miei genitori sono orgogliosi e tutto quello che arriva è un di più e devo meritarmelo. Sono disposto anche a lavorare il doppio.

Amatore, oltre a essere il tuo cognome, sembra avere un collegamento a livello di senso con il tema centrale delle canzoni del disco che spesso parlano proprio di amore e di relazioni. È un gioco voluto?

È successo tutto in modo molto inconsapevole anche se, di base, io, Vito, e Luca amiamo sempre, in tutto ciò che facciamo. Tra di noi abbiamo questo inside joke che ripetiamo in continuazione alle persone che incontriamo o sui social: “Non odiate”. Parliamo di vita reale e l’amore è un po’ il nucleo.  Posso dire che ho la fortuna di portare un cognome che rappresenta effettivamente anche la mia personalità.

A proposito di famiglia, hai duettato con qualcuno di particolare in SI TENG A TE.

Con la persona più importante della mia vita. Quel pezzo è nato da una demo di Frada con cui quello stesso giorno avevo scritto CARNALE. Dopo averci lavorato un po’ e avergli dato questo arrangiamento un po’ napoletaneggiante, riascoltandolo ho capito che era l’occasione giusta per dare vita a un momento con mia madre. D’altronde, con un disco che si intitola Amatore, non potevo non sfruttare l’opportunità. Sarei stato un idiota. La prima volta gliel’ho chiesto in macchina mentre andavamo dal nutrizionista. Si è fatta il primo pianto. Il secondo se l’è fatto in studio di registrazione quando si è resa conto che volevo inserirla nell’album e pubblicarla davvero.

Com’è stato essere in studio con tua madre?

All’inizio mi sono comportato in modo professionale. Dovevo chiudere il disco e l’ho trattata come una normale questione di lavoro. Appena terminata la registrazione, riascoltando le nostre voci intrecciarsi, ho pensato: “Lei è il motivo per il quale faccio musica. Con lei cantavo da bambino le canzoni di Alex Baroni. Lei mi ha passato la mentalità da sognatore”. Mi sono reso conto di aver creato qualcosa di eterno perché un giorno, speriamo il più lontano possibile, quando lei non ci sarà più, avrò un ricordo condiviso con lei in un mio disco. Per me vale tutto. Penso sia la cosa musicalmente più importante che abbia fatto in vita mia.

Alex Baroni e poi chitarrista rock e metal, come ti sei appassionato alla scena hip hop e urban?

C’è stato un evento preciso. Ero ancora a scuola in quel periodo, una cosa che mi manca molto perché solo stando in mezzo ai ragazzi puoi accorgerti in tempo reale di ciò che accade fuori e delle nuove tendenze. Nel 2016 iniziò a girare il nome di Sfera Ebbasta e tutto quel movimento trap mi affascinò immediatamente perché aveva delle analogie con il punk. Non tanto a livello musicale, quanto più ad attitudine. Erano ragazzi che si vestivano in modo strano, con uno slang tutto loro, testi crudi e una cultura di rottura. Ho iniziato per scherzo a fare quel tipo di musica, anche perché venivo da tutt’altro mondo, ma piano piano ci ho preso gusto.

E come ti sei riavvicinato agli strumenti e alla musica più suonata?

È un po’ la metafora della vita. Tutto torna. Quello che è destinato a te ritorna e io sono nato per fare musica, nasco come chitarrista prima ancora che cantante. Era inevitabile tornare alla radice e tutta l’operazione Samurai Jay post Halo è andata in quella direzione. Quando abbiamo iniziato a lavorare al disco e poi anche alla partecipazione al Festival di Sanremo, la prima cosa che abbiamo scritto nella lista dei to do è stata: “Come mamma l’ha fatto”. Quindi abbiamo destrutturato e scorporato delle sovrastrutture inutili, come il colore dei capelli o lo stile espressivo, per arrivare al Gennaro più autentico: un ragazzo che ama la vita, stare a piedi nudi su un prato e che si diverte con poco. Mi sono fatto un grande giro, mi sono perso tante volte, però alla fine il navigatore mi ha riportato a casa.

C’è qualcuno in particolare che ti ha fatto capire questa cosa?

Le persone che ho avuto vicino. Ho lavorato tanti anni con delle energie un po’ altalenanti intorno a me e questa cosa mi ha un po’ demoralizzato. Quando conosciuto Vito e Luca sono stato inondato dalla stessa positività con la quale ho iniziato la mia carriera. Durante la scrittura di AMATORE sono guarito da tante ferite. Questo disco è stata una terapia. Quindi sono stati loro che mi hanno portato a riscoprire me stesso e a capire che in realtà quel lato di me che cercavo di allontanare a tutti i costi era quello vincente.

La traccia iniziale del disco, LA LEGGE DEL KARMA, uno dei pezzi più personali del disco, sembra essere un ponte tra la tua fase urban e il tuo nuovo stile.

Senza quasi volerlo ha rappresentato proprio questo. È stato uno dei pezzi scritti a novembre, durante la primissima sessione con Federica Abbate, ed è rimasto nell’archivio per diverso tempo. Non la calcolavamo perché la sentivamo distante dal resto del disco, senza capire che in realtà il messaggio era in linea. Ad album quasi concluso, ci siamo accorti che mancava una canzone più personale che scavasse un po’ più dentro di me e l’ho recuperata. È perfetta come inizio perché è come se il nuovo Samurai prendesse per la mano il Samurai che l’ha portato ad essere quello che è oggi.

Nel brano canti: «Chiuso in quella stanza dove mi mancava pure l’aria».

Quella stanza era lo studio. Io ho sempre amato stare in studio, soprattutto nel mio qui a Mugnano. È la cosa che mi è sempre piaciuta più di ogni altra. Per un anno e mezzo l’ho odiato. Mi faceva sentire in competizione con me stesso al punto da sentirmi un incapace. Rimanevo ore intere a flagellarmi perché non veniva fuori nulla di buono. Mi sembrava di aver perso i poteri come in Space Jam.

Come ti sei appassionato al latin invece?

C’è sempre stata questa cosa in casa mia. Mia madre è una grande amante di latino-americano e mio fratello, che fa il dj, sono anni che è uno scout del genere e mi ha fatto scoprire un sacco di artisti prima ancora che diventassero famosi, per esempio Karol G. Mi diceva spesso che avrei dovuto dare più spazio alla mia anima latina. Con HALO, al di là del successo, mi sono reso conto che fare quella musica mi faceva stare bene. Mi trasmetteva serenità e mi faceva divertire. Non è un caso che OSSESSIONE sia nata poco dopo. A quel punto abbiamo deciso che tutto il disco doveva seguire questo sentiero. La cosa che mi piace di questo album è anche il fatto che si percepisca un’anima mediterranea. Scherzando con Luca e Vito abbiamo coniato il termine wave latin mediterranea.

Ti sei anche riappropriato in parte del napoletano che prima non avevi quasi mai utilizzato. È una cosa che approfondirai in futuro?

Io penso che il mio essere napoletano si percepisca, a prescindere dall’uso della lingua, anche da certe melodie. Comunque non ragiono su queste cose, non mi siedo a programmare. Qualche anno fa non mi sentivo pronto nell’usarlo. Contano sempre pancia, cuore, istinto e le canzoni. Mi affido sempre alle canzoni. Sono loro a venire da me, non vado io a cercarle. Anche se devo dire che scrivere in napoletano è più facile. È una lingua incredibile per trovare rime e incastrare sillabe.

Secondo te qual è la strada per far sì che la musica latin italiana o mediterranea, come l’hai chiamata tu, non corra il rischio di diventare un’imitazione di quella sudamericana?

Innanzitutto, dovremmo iniziare a non considerarla più una cosa solo estiva . Secondo me associare dei generi alle stagioni è una stupidata. La musica è musica tutto l’anno. Poi bisogna fare le cose in modo autentico. Tutta l’arte parte da una forma di imitazione, ma la differenza sta nel riuscire a rielaborarla e a portare un messaggio. Anche il rap italiano è figlio di un genere nato da un’altra parte. Michael Jackson si ispirava a Charlie Chaplin. Se persino lui aveva le sue reference…l’ispirazione ci deve essere sempre, l’artista deve guardarsi intorno. Il passo successivo è essere capaci di “vomitare” una personale interpretazione di quello che si è “ingurgitato”.

L’hai nominata prima, cosa hai imparato dalle session con Federica Abbate?

Lei ha una capacità incredibile, quasi camaleontica, di entrare nella testa dell’artista che ha difronte. Il primo imprinting che ha sono le melodie. Butta fuori melodie su melodie che, in parte, è anche il mio approccio. Sui testi sto imparando ora a perderci più tempo. Tra le cose che mi ha insegnato c’è quella di seguire gli input e aprirmi anche al confronto esterno. Cosa che è accaduta con la seconda strofa de LA LEGGE DEL KARMA nella quale mi ha proprio spinto a raccontare. Grazie a lei ho capito quanto può essere stimolante collaborare con autori e produttori diversi.

La scelta di farla cantare in PRIGIONE è stata tua?

Sì, non c’era proprio l’idea di fare un featuring. Quando abbiamo scritto con lei quel ritornello, c’è stato un momento in cui, seduti e faccia a faccia, l’abbiamo cantato insieme. Io il basso e lei la parte più alta. Ho capito subito che con la sua voce sarebbe stato un pezzo ancora migliore e le ho detto di registrarla subito al microfono. Alla fine, è uno dei miei brani preferiti del disco.

L’idea di scrivere un pezzo quasi recitato come DISGRAZIATA con Serena Brancale com’è venuta, hai avuto esperienze in teatro da piccolo?

No mai, però durante tutto il tour estivo ascoltavamo a ripetizione Julio Iglesias che probabilmente ci ha un po’ influenzato. Quel pezzo è nato come un gioco. Vito per due tre giorni, dato che eravamo stanchi di essere in studio, si era fermato a casa mia. È partito tutto da un ritmo di chitarra concepito alle quattro e mezza del mattino sul quale ho scritto un dialogo immaginario basandomi sui racconti di una mia amica e dei suoi problemi di cuore. All’inizio si intitolava scostumata, ma poi sono rimasto legato al termine disgraziata perché sottintende un amore e un affetto di fondo quando lo si rivolge a qualcuno. Tutto il making of del pezzo l’abbiamo fatto tramite le note del mio cellulare. A Serena ho chiesto di collaborare letteralmente dietro le quinte dell’Ariston. Lei si è gasata talmente tanto che un minuto dopo l’ha detto in diretta sul palco.

E poi c’è Sayf in MALATÌ. Hai scelto le collaborazioni a Sanremo?

Questa cosa è incredibile perché sembra davvero che l’abbia fatto apposta. La verità è che l’idea di inserire Adam in quel pezzo mi è venuta prima ancora di sapere che saremo stati entrambi in gara al Festival. E la cosa ancora più incredibile è che il giorno in cui ho avuto quell’intuizione lui per caso passava nel mio stesso studio e quindi la sua strofa l’ha scritta la sera stessa. Ci sono state una marea di coincidenze. Per esempio, il fatto che entrambi abbiamo portato le nostre madri sul palco, addirittura qualcuno ci scambiava per la stessa persona (ride, n.d.r.). Nulla era minimamente programmato.

Oggi senti di essere la versione migliore di te stesso?

Penso che non arriverò mai alla versione migliore di me stesso perché sono un perfezionista. A volte magari sbagliando. Infatti, sto provando a essere più leggero e, grazie a Dio, in parte ci sto riuscendo. Con questo disco ho provato proprio ad adottare un approccio più amatoriale e diretto, il titolo può essere letto anche in quel senso.

E quell’aereo in copertina rappresenta quindi i pensieri da cui fuggi?

In quella foto io guardo avanti e, anche se l’aereo sta arrivando e il mondo crolla alle mie spalle, io vado per la mia strada e non lo guardo nemmeno. O almeno ci provo. Mia mamma proprio stanotte mi ha mandato una foto delle cover dei miei due album l’una di fianco all’altra. In Lacrime c’è un bambino e lei mi ha detto: “Sembra che quel bambino ora stia correndo verso la libertà”. Eh niente, ha riassunto tutto lei.

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