Trigno, Irrecuperabile romantico
Esce oggi il nuovo singolo dell'artista classe 2002 insieme ad Ermal Meta: lo abbiamo incontrato
C’è chi sceglie di raccontare i successi e chi, invece, nelle proprie imperfezioni trova la materia più vera da trasformare in musica. Dopo mesi in cui tutto è sembrato correre velocemente – forse troppo -, Trigno ha sentito il bisogno di rallentare e di ripartire da una domanda: cosa succede quando si ha la sensazione di ricadere sempre negli stessi errori? La risposta arriva con Irrecuperabile, una canzone in cui Pietro, classe 2002, insieme ad Ermal Meta – «una sorta di zio che mi guarda dall’alto e mi accompagna in questo viaggio verso il recupero dell’irrecuperabile», come racconta Trigno in questa intervista – mette al centro il tema delle seconde possibilità e del rapporto con i propri limiti.
Un percorso che riflette anche ciò che ha vissuto negli ultimi mesi: il confronto con le aspettative, il peso del giudizio – il proprio e quello degli altri -, le delusioni trasformate in occasioni di crescita – come il no a Sanremo, «una cosa che mi ha costretto a fermarmi e a chiedermi quanto stessi cercando di ottenere tutto subito, e soprattutto mi ha fatto capire che nulla è dovuto» -, e la necessità di imparare ad aspettare il momento giusto.

L’intervista a Trigno
Com’è nata Irrecuperabile?
Irrecuperabile è un pezzo che ho scritto a settembre. Arrivavo da una seduta con la mia psicologa, e in modo ironico mi ero detto: “Cavolo, sono irrecuperabile”, perché avevo la sensazione di ricadere sempre negli stessi errori. Così sono entrato in studio con questa parola in mente ed è nato il brano. Al di là di tutto, non voleva essere perfetto: parla della sensazione di sentirsi irrecuperabili e di usare questa condizione quasi come una giustificazione. Ha una doppia chiave di lettura. Da una parte c’è l’idea di dire: “Sono irrecuperabile, non cambierò mai, quindi accettami così come sono”. Dall’altra c’è una lettura più morbida, che mette in discussione proprio questa convinzione. In fondo, il messaggio è che anche a chi si sente irrecuperabile bisognerebbe sempre concedere una seconda possibilità.
Quale delle due chiavi di lettura prevale nella tua vita?
Beh, sono una persona piuttosto drammatica. Un romantico drammatico, direi. Non sono particolarmente razionale. Nei discorsi magari riesco a esserlo, ma quando si tratta di vivere davvero le situazioni è un’altra storia. Nei fatti mi lascio guidare molto dalle emozioni, spesso più di quanto faccia dalla razionalità.
Come hai coinvolto Ermal Meta?
Le sonorità del brano hanno qualcosa di gitano, e ci vedevo molto bene Ermal. Lui era venuto ad Amici a giudicare una mia esibizione; ricordo che non era stata una delle migliori, però in qualche modo lo avevo colpito. Lo stimo molto: è un cantautore impegnato, con una carriera importante. Poi ho avuto la fortuna di conoscerlo anche come persona e come padre: è davvero una persona squisita. Non vedo l’ora di passare altro tempo con lui questa estate. Mi sento molto fortunato ad avere al mio fianco un gigante della musica italiana, che ha accolto questa idea un po’ folle e che, in qualche modo, mi guarda dall’alto come farebbe uno zio e mi accompagna in questo viaggio verso il recupero dell’“irrecuperabile”.

E come va questo viaggio?
Ho imparato anche ad aspettare, e credo che questo abbia molto a che fare con il significato di Irrecuperabile. In questi mesi ho commesso tanti errori e, probabilmente, arrivando da un’esperienza che ti mette tutto davanti agli occhi e ti fa vivere tutto molto velocemente, mi sono accorto di aver voluto tutto subito, senza concedermi il tempo necessario per costruirlo davvero. Questo atteggiamento mi ha portato a creare aspettative molto alte e, a volte, anche false speranze, e volere tutto e subito mi ha portato spesso a sbagliare. Oggi, invece, sto imparando il valore dell’attesa: aspettare il proprio turno, aspettare il momento giusto, non mettersi fretta.
Dopo Amici quindi hai sentito il bisogno di rallentare?
Sì. In questo periodo ho avuto la fortuna di sperimentare una sorta di vita da artista, e ho capito che ci sono settimane in cui sembra andare tutto bene e altre in cui, invece, sembra che niente funzioni. Ci sono stati momenti che mi hanno dato una grandissima carica. I live, ad esempio, sono andati benissimo: mi sono divertito tantissimo e sono stati i miei primi due concerti con la band. Li abbiamo fatti in luoghi che rappresentavano degli obiettivi che sognavo da tempo. Penso ai Magazzini Generali: vivendo a Milano, è sempre stato un posto in cui immaginavo di poter suonare un giorno. Esperienze come queste mi hanno fatto pensare: “Ok, acceleriamo, andiamo a cento all’ora”.
E poi?
Ci sono state situazioni che mi hanno portato a riflettere. Avevo proposto un brano per Sanremo, che poi non è stato selezionato. Sul momento è stata una delusione, ma col tempo mi ha fatto ragionare. Mi ha costretto a fermarmi e a chiedermi quanto stessi cercando di ottenere tutto subito. E soprattutto mi ha fatto capire che nulla è dovuto. Guardando quella situazione a distanza di qualche mese, mi rendo conto che forse quel brano non mi rappresentava nemmeno fino in fondo. Sarebbe stato giusto salire su un palco così importante con una canzone che non sentivo completamente mia? Probabilmente no.
Anche il percorso ad Amici, in fondo, mi ha insegnato qualcosa di simile. Mi era stata data la possibilità di partecipare già due anni prima, ma per varie ragioni non ero andato. Mi sono ripresentato due anni dopo ed è successo tutto nel momento giusto. Per questo oggi credo che ogni cosa abbia i suoi tempi.
C’è stato un momento in cui qualcuno ti ha fatto sentire irrecuperabile ma in cui hai dimostrato il contrario?
Il percorso che ho fatto ad Amici è stato bellissimo, mi ha aiutato a superare molte insicurezze e mi ha fatto credere ancora di più in quello che volevo fare nella mia vita e nelle mie possibilità. Allo stesso tempo, però, è una realtà particolare, quasi una bolla. Per un periodo sei immerso completamente in quel mondo e alcuni problemi che ti porti dietro sembrano scomparire o addirittura risolversi. Poi esci e ti rendi conto che non è sempre così. Molte cose sono ancora lì e aspettano di essere affrontate davvero. Io stesso ho avuto la prova che certe cose non erano affatto risolte.
Mi sono accorto che stavo andando in una direzione che non mi piaceva e che rischiavo davvero di diventare l’“irrecuperabile” di cui parlo nel brano. Per questo Irrecuperabile è una canzone molto legata a quel periodo della mia vita. Quando l’ho scritta, a settembre, uscivo da una fase in cui tante persone mi giudicavano e pensavano che fossi ormai senza possibilità di riscatto. Alla fine, però, credo di aver smentito quelle aspettative.

Senti più il peso del giudizio degli altri o del tuo?
Entrambe le cose, perché facendo questo lavoro e avendo un carattere molto sensibile al giudizio degli altri, ho dovuto imparare a confrontarmi con ciò che le persone pensano di me. Non dico che mi interessi il parere di tutti, ma quello delle persone che stimo ha sempre avuto un peso nella mia vita. Per questo mi sono trovato a riflettere molto sui valori, ma soprattutto sul valore che io stesso mi attribuivo. Spesso certi errori nascono proprio da lì: dal momento in cui smetti di riconoscere il tuo valore o lo affidi completamente allo sguardo degli altri. Una delle lezioni più importanti che ho imparato è stata proprio questa: dare valore a me stesso. E quando riesci davvero a farlo, cambia qualcosa. Cambia il modo in cui ti muovi, il modo in cui fai le scelte e anche il modo in cui gli altri ti percepiscono.
In che modo la tua nuova musica riflette questo cambiamento?
Diciamo che questi sono stati mesi molto intensi, passati in studio a cercare un suono, a sperimentare e a trovare una direzione che non fosse semplicemente qualcosa di già sentito. Per questo credo che Irrecuperabile sia il brano giusto da cui ripartire. È una canzone che valorizza i difetti, le imperfezioni e tutto ciò che normalmente si tende a nascondere. Anche dal punto di vista musicale è stata costruita con questa idea: è tutto suonato da musicisti veri, non programmato al computer. Ci sono piccole imperfezioni, sfumature e dettagli che appartengono agli strumenti e alle persone che li suonano. Ed è proprio questo, secondo me, a renderlo diverso e autentico.
La dimensione del live ti ha aiutato in questo?
Sì, assolutamente. All’inizio ero abituato a lavorare in studio in modo molto semplice: c’eravamo io e il produttore, e basta. Oggi invece il processo è completamente diverso. Continuo a scrivere da solo, ma mi piace confrontarmi con altre persone, farmi aiutare e lasciare che nuove idee entrino nel progetto. In studio ci sono musicisti, chitarristi, produttori, autori e persone con sensibilità diverse. Non ho mai trovato questo tipo di coinvolgimento, ed è bello.
Quali artisti ti ispirano?
Mi sarebbe piaciuto vedere gli ultimi live di Cesare Cremonini, ma ero impegnato con le riprese del videoclip e non sono riuscito ad andarci. Quello della musica completamente suonata dal vivo, con una grande attenzione agli arrangiamenti e ai musicisti sul palco, è un mondo che mi affascina molto. Poi lui è un artista che sa mettere mano a tantissimi strumenti e questa è una cosa che ammiro molto. Mi piacerebbe, un giorno, arrivare a costruire uno spettacolo di quel tipo. Penso anche a Vasco Rossi o a Jovanotti, che hanno sempre dato grande spazio ai musicisti e all’energia della band dal vivo. Di recente sono stato anche a un concerto di Tropico e vedere così tante persone sul palco mi ha colpito molto. Penso che quella sia una direzione in cui mi piacerebbe andare sempre di più.
Qual è la tua imperfezione di cui sei più orgoglioso?
Non so se si possa definire un’imperfezione, ma una cosa di cui vado fiero è il fatto di credere profondamente in quello che faccio. A volte questa convinzione può essere fraintesa. Vista dall’esterno, può sembrare superbia, presunzione o eccessiva sicurezza. Ma la verità è che, semplicemente, metto molto di me stesso in quello che faccio e sento il bisogno di crederci fino in fondo.

C’è un consiglio che ti ha dato Ermal che custodisci?
Non mi ha mai dato un consiglio esplicito, però credo di aver imparato molto osservandolo, nei gesti, nelle parole e soprattutto nell’atteggiamento che ha nei confronti della musica. La sensazione che mi trasmette è quella di una persona profondamente concentrata sull’essenziale: le canzoni, i testi, la musica. Non su tutto ciò che gira intorno a questo mondo, ma sul lavoro creativo e artistico in sé. E credo che questa sia stata la lezione più importante che ho colto stando accanto a lui: ricordarmi di concentrarmi sulla musica, sulle parole, sulle canzoni. Perché alla fine sono quelle che contano davvero e che restano.
Stai lavorando al tuo nuovo album?
Sì, anche se non scrivo tutti i giorni perché credo che sarebbe quasi controproducente: a volte bisogna anche vivere, accumulare esperienze e lasciare che le idee maturino. Però cerco di andarci il più possibile. Quando sento di avere qualcosa da dire o semplicemente la voglia di creare, non mi tiro mai indietro. Negli ultimi mesi stanno nascendo cose davvero belle, e tra tutte, credo che Irrecuperabile sia una piccola pepita.
Che direzione prenderà?
In generale, vorrei andare sempre di più verso il cantautorato, verso un qualcosa di sempre più suonato e concentrato sui testi, le parole, i significati. Ho sempre avuto un linguaggio molto metaforico e penso che le persone si affezionino soprattutto alle immagini che una canzone riesce a evocare. Perché nelle immagini ognuno può ritrovare qualcosa di sé, può proiettare la propria storia, i propri ricordi e le proprie emozioni. È una cosa che mi interessa molto e che credo sarà sempre più presente nella mia scrittura. Mi piacerebbe che nelle mie prossime canzoni ogni persona potesse trovare il proprio spazio, la propria interpretazione e il proprio modo di sentirsi dentro quello che racconto.
Nel 2025 hai scritto Maledetta Milano: com’è il tuo rapporto con la città oggi?
Milano per me è ancora maledetta, ma ho creato dei nuovi ricordi e ho trovato il mio spazio. In quel pezzo dicevo “Milano senza trucco non saresti così male”; ecco, vorrei dirle questo: di truccarsi meno, ma voglio darle una seconda chance.
Irrecuperabile sarà accompagnata anche da un videoclip.
Sì, anche se questa volta, seguendo anche un suggerimento di Ermal, abbiamo deciso entrambi di apparire nel videoclip solo per un brevissimo cameo. Da sempre la mia immagine è stata molto legata alla mia musica, e volevo lasciare più spazio al racconto, alle immagini e alla musica, e non alla mia faccia.
