Com’è che i Rolling Stones continuano a non sbagliare un album?
Il 10 luglio esce il nuovo lavoro in studio di Mick Jagger e soci, “Foreign Tongues”: un disco che brilla meno del predecessore “Hackney Diamonds” ma con diversi colpi riusciti
Foto di Mark Seliger
Qualche anno fa Mick Jagger, Keith Richards e Ronnie Wood mettevano d’accordo pressoché tutta la critica musicale (noi compresi) con l’eccellente Hackney Diamonds, fra l’altro vincitore di un meritato Grammy Award come Best Rock Album, realizzato in una sorta di ritrovato stato di grazia anche per merito dell’energia fresca portata dal giovane produttore Andrew Watt. Adesso i Rolling Stones sono pronti a tornare con un nuovo lavoro in studio: Foreign Tongues uscirà il 10 luglio per Polydor Records / Universal Music.

Un album fratello di Hackney Diamonds
Si tratta in tutto e per tutto di un disco “fratello” del precedente. Infatti viene da quelle sessioni la base di partenza del materiale, poi rifinito e ampliato nel giro di un mese ai Metropolis Studios di West London, sempre insieme a Watt.
«Quando abbiamo realizzato Hackney Diamonds, avevamo molto materiale a disposizione. È una cosa che a volte succede e a volte no», spiega Jagger. «Ripensavo a Black and Blue in occasione della sua riedizione: l’intero album conteneva appena otto brani! Per Hackney Diamonds, invece, ci siamo detti: “Beh, possiamo inserirci solo un certo numero di tracce, quindi queste le mettiamo da parte. Faremo un altro album”. Quelle canzoni erano troppo belle per lasciarle nel cassetto. Poi abbiamo iniziato a pianificare il progetto e alla fine ci siamo ritrovati con ancora più brani».
Andrew Watt – già al lavoro anche con altri giganti come Paul McCartney, Ozzy Osbourne, Elton John, oltre a svariate popstar – è semplicemente il più importante produttore rock di oggi. In un periodo storico della musica in cui nessuno – o quasi – scommetterebbe sul rock, questo millennial (classe 1990) ha scommesso tutto sul genere “passatista” per eccellenza, colmando un vuoto nel panorama dei produttori mainstream. Scrive, suona, produce: una sorta di Jack Antonoff del rock.
Le collaborazioni
In Foreign Tongues, i Rolling Stones sono affiancati dai loro collaboratori abituali, tra cui Darryl Jones (basso), Matt Clifford (tastiere) e Steve Jordan (batteria). Inoltre il disco include una traccia di batteria di Charlie Watts, registrata durante una delle sue ultime sessioni in studio prima della sua scomparsa nel 2021.
A completare il tutto, ospiti speciali come Steve Winwood, Paul McCartney (già presente in Hackney Diamonds nella divertente Bite My Head Off), Robert Smith dei The Cure e Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers (da tempo uno dei batteristi più richiesti nel mondo rock).

Le canzoni di Foreign Tongues dei Rolling Stones
Abbiamo ascoltato in anteprima i brani di Foreign Tongues dei Rolling Stones. Si sente che è un album fatto a partire da “ritagli” del disco precedente, ma rimane comunque un lavoro di tutto rispetto, considerando che un gruppo come loro potrebbe più che tranquillamente campare delle rendite di catalogo e grandi live, senza bisogno di dimostrare nulla a nessuno.
E invece continuano a pubblicare nuova musica. Alla loro età, con una veneranda carriera di oltre sessant’anni alle spalle, fare nuovi album di inediti molto buoni, quando non ottimi, non è una cosa da dare per scontata.
Certo, Foreign Tongues contiene diverse “filler songs”, da Mr. Charm (un pezzo rock andante dall’animo festaiolo, senza troppe pretese) a Back in Your Life (brano dal gusto acustico e melodico, più dimesso rispetto agli altri: comunque non stona); da Hit Me in the Head (dove c’è Charlie Watts) a Covered in You (col basso di Paul McCartnery).
Tuttavia sono molti gli episodi del disco che convincono, sin dal primo ascolto. Si inizia bene con una triade azzeccatissima. In sequenza, l’opening track Rough and Twisted, una sorta di heavy blues con intro “four on the floor”, uno shuffle corposo e abbellimenti di chitarra slide, e i singoli In the Stars, col suo bel ritornello aperto e melodico, e Jealous Lover, brano dalle atmosfere più soul in cui Jagger sfodera il suo miglior falsetto in stile Emotional Rescue, che è l’auto-reference più evidente anche a livello di sound. Un brano leggero e gradevole, dal sapore di fine estate.
Divine Intervention, poi, sfodera un sound rock and roll impeccabile, un ritmo trascinante, hook perfetti. Splendidi i sassofoni sulla coda in crescendo. Di sicuro uno degli apici del disco. Side Effects è un altro pezzo forte dell’album. Il suo sound robusto gli consente di “recuperare” dopo un intro non memorabile di note di chitarra un po’ sconclusionate.
Oltre alle classiche sonorità rock and roll che dominano il disco, in Foreign Tongues i Rolling Stones si concedono anche qualche piccola divagazione. È il caso di Ringing Hollow, un pezzo country in stile Sweet Virginia. O di You Know I’m No Good, cover del brano di Amy Winehouse, introdotta e sostenuta da un main theme suonato con l’armonica a bocca. Pieno stile classico degli Stones. Bello che le abbiano voluto tributare questo omaggio. Tuttavia c’è da dire che la vocalità di Jagger non possiede tutte le sfumature interpretative e lo struggimento di quella dell’artista scomparsa nel 2011.
Ottima invece la chiusura dell’album con Beautiful Delilah. Un intenso folk blues acustico per chitarra e voce che riporta direttamente alle “roots” musicali degli Stones, da Robert Johnson in giù.

