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Chi possiede l’immagine di una popstar?

Non conta tanto quanto corpo un’artista scelga di mostrare, quanto il fatto che oggi possa partecipare alla decisione su come mostrarlo, con chi farlo e quali mezzi utilizzare per raccontarlo

  • Il1 Settembre 2026
Chi possiede l’immagine di una popstar?

«My whole body is finally all mine». È così che Kesha ha raccontato a Billboard US la sua prima campagna di lingerie per Adore Me da artista indipendente. Nel 2023 si è infatti concluso il contratto con Kemosabe Records e l’artista ha fondato la propria etichetta e iniziato a pubblicare musica per conto proprio, descrivendo più volte questa nuova fase come la possibilità di decidere finalmente per sé. Sarebbe facile fermarsi qui e leggere questa campagna come l’ennesima storia di una popstar che, finalmente libera dall’industria, può fare ciò che vuole della propria immagine. Ma probabilmente sarebbe anche una spiegazione un po’ troppo semplicistica. Mostrarsi in lingerie non è di per sé una dichiarazione di emancipazione, così come coprirsi non è necessariamente il risultato di un’imposizione.

La frase di Kesha apre una questione meno immediata. Cosa significa, per una popstar, poter dire che la propria immagine le appartiene? Essere proprietari della propria immagine diventa del resto un concetto difficile da definire all’interno di un’industria in cui quell’immagine non viene mai costruita completamente da soli.

Nel 2007 Rihanna aveva diciannove anni e due album alle spalle quando, la sera prima dello shooting per Good Girl Gone Bad, decise di cambiare il proprio taglio in un bob nero corvino, che sarebbe poi diventato uno dei segni distintivi dell’intera era. L’etichetta vide le fotografie soltanto dopo e le trovò troppo “edgy”. Ma a quel punto lo shooting era fatto e i capelli erano già corti. Anni dopo la popstar avrebbe ricordato quel periodo raccontando che nei primi anni della propria carriera non sentiva di avere nemmeno “il 75 per cento” del controllo sulla musica e sulla propria immagine. Con Good Girl Gone Bad voleva uscire dalla “formula sicura della giovane popstar”. Per farlo, aveva dovuto fare una cosa piuttosto semplice: smettere di chiedere il permesso.

Taylor Swift si trovò a discutere persino di quanto del proprio viso dovesse comparire sulla copertina di 1989. Era il disco con cui aveva deciso di lasciare definitivamente il country per il pop, una scelta sulla quale Big Machine aveva già provato a farle cambiare idea, e la Polaroid scelta come cover la mostrava soltanto dalle labbra in giù. Anche quanto del proprio volto mostrare finiva così dentro una discussione più ampia su chi dovesse decidere come presentare quella nuova versione di lei. Avere controllo creativo, però, non significa lavorare da soli.

Per costruire i costumi della performance di Beyoncé al Coachella del 2018, il lavoro iniziò circa sei mesi prima dello show. La stylist Marni Senofonte, il wardrobe supervisor Timothy White e Olivier Rousteing di Balmain lavorarono a un guardaroba che doveva vestire Beyoncé e circa duecento tra ballerini e musicisti. I look venivano presentati a Beyoncé, costruiti, provati in scena prima su un’altra persona e, solo successivamente, su di lei. Beyoncé si faceva filmare mentre li indossava durante la performance e soltanto dopo aver riguardato le immagini prendeva la decisione definitiva. Dietro quei costumi c’erano quindi decine di decisioni e un numero enorme di persone, senza che questo escludesse Beyoncé dal processo.

A un certo livello di esposizione, la propria immagine smette inevitabilmente di essere una decisione individuale. Entrano in gioco professionisti, rapporti con i brand, esigenze di una performance e persone di cui l’artista impara a fidarsi. Uno stylist non è lì per eseguire semplicemente ciò che gli viene chiesto. Così come affidarsi alla sua esperienza non significa rinunciare alla propria identità.

“Possedere la propria immagine” assume allora un significato meno letterale. Non significa prendere personalmente ogni decisione, così come delegare non significa perdere il controllo. Significa poter scegliere cosa delegare e a chi, conservando allo stesso tempo un diritto di veto. Il compromesso fa parte del lavoro nel momento stesso in cui un’identità privata diventa un’immagine pubblica e ciò che cambia è il margine che rimane all’artista per accettarlo, modificarlo o rifiutarlo.

È anche per questo che la campagna di Kesha non ha bisogno di trasformare la lingerie nella prova visibile di una liberazione. Non conta tanto quanto corpo abbia scelto di mostrare, quanto il fatto che oggi possa partecipare alla decisione su come mostrarlo, con chi farlo e quali mezzi utilizzare per raccontarlo.

La libertà che ritorna così spesso nelle sue parole non coincide con l’assenza di persone coinvolte nelle sue scelte. A questi livelli, difficilmente si può pensare che un artista sia l’unico autore di ciò che vediamo. Così, essere proprietari della propria immagine non significa aver deciso ogni dettaglio. Ma aver avuto la possibilità di decidere quali di questi dettagli lasciare agli altri.

Articolo di Giorgia Calia

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