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Lasciare andare i vent’anni a un concerto dei Cani 

Lo show di Niccolò Contessa è allo stesso tempo un déjà vu e un momento irripetibile e il modo per ricordarci che c’è stato un tempo in cui siamo stati giovani e irresponsabili

  • Il22 Luglio 2026
Lasciare andare i vent’anni a un concerto dei Cani 

I Cani live a Milano, foto di Jack Maffia

C’è un momento in cui succede di capire di non avere più vent’anni. La sveglia suonerà alle 7 in punto e quell’ultima birra che la sera prima ti sembrava una buona idea ti tormenterà per tutto il giorno (e forse anche di più). Tre ore di sonno non ti basteranno più e finirai a maledirle seduta alla scrivania di un ufficio da cui non vedi l’ora di scappare per ributtarti a letto (non prima di aver preso del paracetamolo). A un concerto, quel posto in fondo vicino all’uscita (ma strategicamente vicino al bar) diventerà decisamente più attraente del centro del parterre in cui persone che ti faranno sentire tremendamente vecchia pogano incuranti del clima torrido e del sudore sulla pelle.

L’ennesimo ghosting di quel tipo conosciuto su una dating app e dalla cui casa sei uscita una domenica mattina con i vestiti della sera prima e il trucco colato non sarà più solo un messaggio che non arriva, ma un passo in più verso l’idea che, forse, nessun uomo ti amerà mai come le tue amiche. A volte succede di capire tutte queste cose mentre sul palco qualcuno, su delle chitarre sporche e distorte, ti canta in faccia che la felicità – per quanto non fotogenica, inadeguata, stupida e improbabile – è l’unica cosa ci resta. E che, fidati, non avere vent’anni e non avere gli esami è qualcosa in più.

Il concerto de I Cani a Milano

A volte succede che quel qualcuno è l’artista che quando ancora la scena si chiamava indie, ha raccontato meglio di chiunque altro una generazione piombata nel precariato sociale ed emotivo, e che oggi, a distanza di 15 anni dall’uscita de Il sorprendente album d’esordio de I Cani, continua a parlare a tutti coloro per cui – anche se i tempi sono cambiati e i nichilisti col cocktail in mano non sognano più di essere famosi come Vasco Brondi e nemmeno come Lucio Corsi, ma come TonyPitony – le cose che contano sono ancora i dischi, i bagni nel mare e l’umanità.

«Sono già in ritardo per andare in ufficio domani mattina», mi dice un’amica poco dopo aver dato un sorso alla sua seconda birra accompagnato da un immancabile tiro di Iqos e poco prima di sparire nel pogo delle prime file. Ed è lì che capisco che il concerto de I Cani al Parco della Musica di Milano, infatti, per i presenti non è solo l’ennesimo live visto nella propria vita della band di Niccolò Contessa, ma un’ode a quei vent’anni lasciati andare ma che in un modo o nell’altro e che tu voglia o meno, ti si appicciano addosso in modo indelebile.

Il pubblico del Parco della Musica

E infatti il pubblico del Parco della Musica è prevalentemente composto da millennials nostalgici (no, non quei nostalgici) accorsi per assistere a un concerto che chissà quando rivedrai (prima del tour invernale di post mortem, I Cani non tornavano live da quasi 10 anni). Quello che conta, nelle quasi due ore che Contessa passa sul palco ricordando – in uno dei pochi momenti in cui sveste i panni di quella divinità a cui tutti quelli arrivati dopo devono tutto – che ne era passato di tempo, è afferrare un momento che è contemporaneamente déjà vu e irripetibile. Ricordarsi che c’è stato un periodo in cui – in preda a un’Hipsteria collettiva – eravamo giovani e irresponsabili e illudersi di esserlo ancora un po’, ancora per una sera. Con quelle stesse facce da cazzo dei pischelli che ora vediamo in giro.

Forse sotto al palco de I Cani in un comune ad Est di Milano non sarò tornata ad avere vent’anni, ma di certo ho capito che non smetterò mai di riconoscermi nella musica che li hanno segnati e che certe canzoni continueranno a raccontarmi sempre, anche quando penserò che la persona che ero non esiste più. Ma che in fondo si annida ancora lì, in mezzo al pogo di un concerto.

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